Riflessioni sul Festival Re-Imagine Peace, Firenze 10–12 luglio 2026
Anfiteatro delle Cascine – Il palco con tutti gli artisti di Re-Imagine Peace accanto a Neri Marcorè.
«Ci sono israeliani e palestinesi che lavorano molto duramente per la pace. Vogliono un futuro migliore, e dobbiamo aiutarli a far sentire la loro voce».
Questa frase me l’ha detta mia figlia di quindici anni, cresciuta ed educata a Firenze, mentre tornavamo a casa a piedi l’ultima sera del festival Re-Imagine Peace, dopo il concerto principale all’Anfiteatro delle Cascine. Le ho chiesto cosa si portasse a casa da quei giorni. Ci ha pensato un attimo, e ha risposto così. Non avrei potuto chiedere un riassunto più preciso per il festival.
Mi chiamo Tamar Tal Anati. Sono co-direttrice artistica del festival Re-Imagine Peace, tenutosi a Firenze dal 10 al 12 luglio 2026. Negli ultimi due anni abbiamo lavorato a un festival dedicato a portare in primo piano artisti, musicisti, registi e attivisti per la pace israeliani e palestinesi. Nato come iniziativa culturale, il festival è diventato una risposta alla domanda che la guerra ci aveva posto davanti: è ancora possibile creare uno spazio in cui israeliani e palestinesi stiano sullo stesso palco, non per essere d’accordo, ma per ascoltarsi a vicenda?
Il nostro lavoro come team di programmazione artistica aveva due parti. Prima, portare artisti straordinari e costruire un programma capace di aprire il cuore e lasciare lo spettatore aperto a ricevere e ascoltare l’altro. Poi, in quello stato emotivo, lasciare che le persone reimmaginassero il futuro: solo quando una soluzione diventa derivata del futuro, e non del passato, si può nutrire l’immaginazione. Abbiamo portato sul palco coppie, israeliane e palestinesi, che incarnano la convivenza nel proprio corpo, mostrando che un’altra strada è possibile. Dopo quel contenimento, possiamo voltarci dal passato verso il futuro. È questo che ci salva dal ripetere la violenza.
Siamo stati boicottati da entrambe le parti. C’erano proteste del BDS fuori dalle porte, e amici ebrei che avevo invitato personalmente non hanno mai risposto. Capisco da dove viene tutto questo. Vi chiedo direttamente: voi come immaginate il futuro? Noi, come artisti, abbiamo scelto di farlo attraverso le forme creative, la musica, la bellezza e l’arte.
Come è iniziato
L’idea del festival è nata circa due anni fa, quando Noa (Achinoam Nini) e Gil Dor si sono esibiti al Teatro Verdi di Firenze, su invito di Enrico Fink, presidente della Comunità ebraica, nell’ambito degli eventi Balagan Cafè. Il giorno dopo, a cui hanno partecipato l’arcivescovo Gambelli, l’imam Elzir e il rabbino Gadi Piperno, la sindaca Sara Funaro ha invitato Noa a un incontro, raccontandole che Firenze ha una tradizione di città che promuove pace e dialogo. Da lì è nato l’invito a portare in città un festival di cultura e musica.
Così è iniziato il percorso. Insieme a Noa e Gil Dor abbiamo cominciato a costruire un festival attorno alla domanda su come reimmaginare il futuro. All’inizio pensavamo a tre temi: pace, religione e clima. Ma man mano che la guerra si aggravava, abbiamo capito che tutte le domande convergevano su un unico tema: la pace, da idea astratta a bisogno urgente. Abbiamo deciso di concentrarci lì, almeno per cominciare.
Vi risparmio le difficoltà economiche lungo il percorso. Verso l’estate del 2025 siamo stati costretti a rinunciare al festival nella sua forma originale, organizzando invece un evento di lancio il 12 settembre, nel pieno delle manifestazioni pro-palestinesi in tutta Italia, in concomitanza con la flotilla per Gaza. A Palazzo Vecchio, nel Salone dei Cinquecento, abbiamo presentato i nostri ospiti d’onore: David Grossman, Mohammed Ali Taha, Mira Awad e altri. L’evento è stato un successo, commovente, e ha favorito l’ingresso di molti partner in città.
Una città che ha aperto le porte
Ed è proprio lì che è successo ciò che non ci aspettavamo: Firenze ci ha aperto le sue porte. Ogni organizzazione, ogni spazio, ogni chiesa e teatro a cui ci siamo rivolti ha spalancato le braccia. In un momento in cui molte istituzioni culturali europee sceglievano di allontanarsi dagli artisti israeliani, abbiamo trovato una città che voleva creare un incontro – non per ignorare il dolore, ma per la convinzione che la cultura possa essere un luogo dove il dolore viene ascoltato, non solo discusso.
Tutti gli eventi erano gratuiti, grazie al sostegno del Comune di Firenze e alla rete internazionale di amici del festival, fiorentini e non, il cui cuore era stato toccato dal tema. Organizzazioni come la Fondazione La Pira e il Centro Internazionale Studenti La Pira si sono mobilitate subito, con la loro rete di contatti in città. Padre Bernardo di San Miniato al Monte ha dato subito la sua benedizione, offrendo di ospitare l’evento interreligioso nella sua basilica. Fra Matteo di San Salvatore al Monte ha ospitato la piantumazione degli alberi, e tanti altri partner si sono uniti.
Il bellissimo Teatro Nazionale, appena restaurato, il Teatro del Sale, la chiesa di San Salvatore al Monte, la Manifattura Tabacchi e il Cinema Astra hanno tutti aperto le loro porte ad artisti israeliani e palestinesi attivisti per la pace – nello stesso periodo in cui il padiglione israeliano veniva chiuso alla Biennale di Venezia, e un festival degli scrittori boicottava Eshkol Nevo. A Firenze, proprio lì, gli hanno dato un palco.
Non abbiamo cercato di presentare una realtà più semplice di quella che viviamo davvero: volevamo portare su quel palco israeliani e palestinesi che da anni scelgono una strada diversa – persone che hanno vissuto perdita, violenza e trauma, e che credono che il futuro non si costruisca con la vendetta, ma con il dialogo.

Le critiche da entrambe le parti
Man mano che si avvicinava la data del festival, è diventato chiaro quanto questa scelta fosse complessa. In vista dell’annuncio del programma, Noa ha rilasciato interviste a diversi giornali, e voci pro-palestinesi hanno iniziato ad accusarla di “propaganda sionista”, sostenendo che finché non avesse definito quello che accade a Gaza “genocidio”, non aveva il diritto di cantare, né di dialogare.
Allo stesso tempo, dalla comunità ebraica si sono levate voci che facevano fatica ad accettare la presenza del cardinale Pizzaballa, nostro ospite d’onore, sostenendo che fosse di parte, che non riconoscesse abbastanza il dolore israeliano e che non avesse menzionato il 7 ottobre nella sua più recente visita a Gaza. Ho ricevuto anche messaggi personali da membri della comunità: finché la parte palestinese non avesse definito il 7 ottobre come genocidio, non ci sarebbe stata alcuna legittimità nel cantare insieme.
Le parole del cardinale Pizzaballa quella sera sono andate oltre quello che molti si aspettavano. Ha parlato di una sicurezza che non dovrebbe richiedere la disperazione di un altro popolo, e di una giustizia e una pace che camminano insieme, non si alternano. Ci ha chiesto di smettere di chiederci chi meriti la nostra compassione, e di chiederci invece come allargarla perché nessuno ne resti escluso: la dignità va riconosciuta a tutti, o non è riconosciuta affatto. «Il dolore non dovrebbe mai essere una competizione», ha detto. Non ha offerto soluzioni politiche quella sera, solo una convinzione: che la speranza, per quanto fragile, resta una responsabilità che portiamo, non un lusso che possiamo abbandonare.
Le critiche da entrambe le parti nascevano da un dolore reale. La guerra ha ferito così in profondo che a volte è difficile vedere anche il dolore dell’altro. Eppure, quando tocchi il cuore di un conflitto e entrambe le parti boicottano l’esistenza stessa del festival, forse è un buon segno: forse vuol dire che abbiamo unito il pubblico presente attorno a qualcosa di basilare che il festival cercava di creare – un solo palco, uno spazio per il dialogo, l’ascolto e l’accettazione del dolore dell’altro.
È stato proprio in quei momenti che ho capito che questo è forse il vero banco di prova di un’iniziativa di pace: non che tutti la applaudano, ma che riesca a tenere insieme dolore, memoria e speranza.
Momenti che sono rimasti con me
Durante i giorni del festival ci sono stati molti momenti di grande intensità, ma alcuni sono rimasti con me in modo particolare.
All’evento di piantumazione degli alberi in onore di Robi Damelin e Bushra Awad, a San Salvatore, abbiamo avuto un’ospite speciale: Liz Hirsh Naftali, che ha parlato del suo libro Saving Abigail, sugli orrori vissuti da una bambina di tre anni rapita da sola a Gaza dopo l’uccisione dei genitori. Fuori, attivisti del BDS minacciavano di disturbare l’evento; dentro, lei è stata accolta con grande rispetto, e tutto si è svolto senza interruzioni.
All’evento interreligioso nella Basilica di San Miniato al Monte, ospitato con calore da padre Bernardo, con una benedizione per 250 persone alla presenza del Rabbino, dell’Imam e dell’Arcivescovo, ho incontrato una coppia di israeliani sui settant’anni arrivati in treno da Napoli. Alla mia domanda sul perché di un viaggio così lungo, hanno risposto semplicemente: «Siamo venuti per avere un po’ di speranza».
In seguito, al Teatro Nazionale, Aziz Abu Sarah e Maoz Inon hanno presentato il loro nuovo libro, The Future is Peace. I genitori di Inon sono stati uccisi il 7 ottobre nel kibbutz Netiv HaAsara; durante la shivà, lui e suo fratello hanno scelto non la vendetta ma la via della pace e del dialogo.
Dopo la proiezione del film Scrivi, sono arabo, su Mahmoud Darwish, un gruppo di insegnanti fiorentini, tra cui la professoressa di mia figlia, è venuto da me. Mi hanno raccontato di aver seguito tutti gli eventi del fine settimana, e che incontrare israeliani e palestinesi che lavorano insieme aveva rivelato loro una realtà che non conoscevano. Mi hanno chiesto se Robi e Bushra potessero venire a parlare con i loro studenti.
Al Teatro del Sale si è tenuto un Cooking Show – condotto da Adam Smulevich – con la chef israeliana Tze’ela e lo chef palestinese Shady che insieme hanno offerto un pasto mediorientale agli ospiti del festival. Lì ho notato due sorelle ebree sulla ventina, volate apposta dalla Svizzera. Il giorno dopo mi hanno scritto: era stato difficile sentire israeliani sul palco riconoscere la sofferenza palestinese, quando loro stesse, da ebree all’estero, avevano ricevuto così poco riconoscimento della propria dopo il 7 ottobre. Eppure il festival ha mostrato loro che ci sono persone da entrambe le parti disposte a guardarsi negli occhi e lavorare insieme. Uno degli ospiti venuti apposta da Israele mi ha scritto dopo il festival: «A Firenze ho capito quanto il mio “pozzo di speranza” si fosse prosciugato, quanto la parola pace fosse scomparsa dal discorso pubblico. Eppure qualcosa si è risvegliato in me, qualcosa che si ribella a ciò che accade e rifiuta di accettarlo. La guerra è un fallimento umano terribile, e la soluzione è nelle mani degli esseri umani. Ed è a portata di mano».
Ciò che rimane
Per alcuni giorni, a Firenze si è creato uno spazio raro, in cui persone arrivate con dolore, paura, rabbia e ricordi diversi hanno scelto di restare nella stessa stanza e ascoltarsi a vicenda.
In un’epoca in cui sembra che ognuno abbia un solo schieramento a cui appartenere, il semplice atto dell’ascolto è diventato un atto di coraggio. Come ebrei, conosciamo bene il prezzo dell’odio e il pericolo di trasformare gli esseri umani in simboli. Forse per questo spetta a noi continuare a creare spazi in cui si possa vedere, prima di tutto, l’essere umano.
Non penso che i festival culturali possano portare la pace. So però che possono ricordarci la prima condizione per qualsiasi pace futura: sedersi insieme, ascoltare, credere che anche dentro una realtà di guerra sia possibile scegliere l’umanità.
Capisco perché alcuni di voi hanno scelto di restare lontani. Capisco la stanchezza di sentirsi invisibili, e il non voler prestare la propria presenza a qualcosa che forse non avrebbe accolto il vostro dolore come ne avevate bisogno.
Ma una sala che ha un solo tipo di voce ebraica al suo interno non è la sala che mi ero proposta di costruire.
Gli accordi di pace non sono mai stati firmati da parti d’accordo su tutto fin dall’inizio. Nemmeno una comunità si costruisce solo con chi si sente già a proprio agio nel presentarsi. L’anno prossimo, spero di vedere molti di più di voi nella sala.