Mark Rothko, Untitled, olio su tela, 1952. Collezione privata (fonte wikipedia.org)
Mark Rothko nacque il 25 settembre 1903 a Daugavpils (allora Dvinsk), nell’attuale Lettonia, all’epoca parte dell’Impero russo, con il nome di Marcus Rothkowitz, in una famiglia ebraica profondamente radicata nella tradizione. La città contava circa 75.000 abitanti, di cui una parte significativa – circa 50.000 – appartenente alla comunità ebraica, che disponeva di numerose sinagoghe e di una vivace vita culturale. Il padre, Yakov, farmacista, e la madre, Anna Goldin, di lingua madre tedesca e proveniente da un ambiente culturalmente attivo, trasmisero ai figli un forte senso del valore dello studio, elemento centrale nella cultura ebraica dell’Europa orientale. In questo contesto, il sapere rappresentava non solo una forma di elevazione spirituale, ma anche uno strumento di dignità e possibile emancipazione sociale. Sulla formazione del giovane Rothko ebbero un impatto significativo anche gli anni trascorsi presso il locale Talmud Torà.
L’infanzia fu segnata da un clima di instabilità e antisemitismo. Nei primi anni del Novecento, le violenze contro le comunità ebraiche – i pogrom – colpirono duramente anche le regioni della cosiddetta Zona di Residenza, istituita sotto Caterina II di Russia. Solo nel 1905, oltre una cinquantina di pogrom devastarono queste aree. A ciò si aggiungevano diffusi sentimenti di ostilità, invidia e pregiudizio nei confronti della popolazione ebraica. Questo contesto lasciò un’impronta profonda nella sensibilità dell’artista, alimentando quella tensione interiore che avrebbe attraversato tutta la sua opera.
Nel 1913 la famiglia emigrò negli Stati Uniti, stabilendosi a Portland. Qui ebbe inizio il percorso che avrebbe condotto Rothko a diventare una delle figure centrali dell’arte del Novecento, annoverato tra i protagonisti dell’Astrattismo. Tuttavia, il senso di sradicamento non lo abbandonò mai: negli ultimi anni della sua vita egli stesso riconobbe di non aver mai pienamente accettato quel “trapianto” americano, sentendosi davvero a casa. Trasferitosi a New York, Rothko entrò in contatto con l’ambiente dell’avanguardia artistica e divenne uno dei protagonisti dell’Espressionismo Astratto. Eppure, la sua ricerca mantenne sempre una forte autonomia. Mentre altri artisti enfatizzavano il gesto e l’energia, Rothko inseguiva il silenzio. Le sue celebri tele – ampie campiture di colore sospese e vibranti – non intendono rappresentare il mondo, ma creare un’esperienza. «Non dipingo colori, dipingo emozioni fondamentali», affermava.
La sua pittura si configura come una forma di meditazione visiva, quasi liturgica. Sebbene raramente affronti temi esplicitamente ebraici, essa è attraversata da una tensione etica e metafisica che richiama profondamente l’esperienza della diaspora, della memoria e dell’invisibile. Nei suoi dipinti si apre uno spazio di dialogo tra presenza e assenza, luce e oscurità, finito e infinito: una dimensione che evoca, in modo sottile ma persistente, il senso ebraico del mistero e del non rappresentabile, in sintonia con la tradizione aniconica dell’ebraismo.
Il successo internazionale arrivò tra gli anni Cinquanta e Sessanta, con esposizioni nei principali musei del mondo. Tuttavia, Rothko visse con crescente inquietudine il rischio di una riduzione commerciale dell’arte: per lui, la pittura era un atto profondamente serio, quasi sacro, che richiedeva rispetto e contemplazione. Un’espressione emblematica di questa visione è la Rothko Chapel a Houston, spazio meditativo interreligioso dove grandi tele scure avvolgono lo spettatore in un’atmosfera di raccoglimento. In questo luogo emerge con particolare forza il legame tra la sua arte e una spiritualità universale, radicata anche nella sua eredità ebraica: il rispetto per ciò che non può essere rappresentato e la ricerca di una presenza che si manifesta proprio attraverso l’assenza.
Negli ultimi anni si è rinnovato l’interesse per la sua figura, anche grazie alla pubblicazione della monografia di Annie Cohen-Solal, Mark Rothko. Riparare il mondo (Einaudi, 2026), che approfondisce il legame tra la sua ricerca artistica e le sue radici ebraiche. Questo rinnovato sguardo trova un’importante conferma nella mostra attualmente in corso a Palazzo Strozzi, intitolata Rothko a Firenze (14 marzo-23 agosto 2026). Curata da Christopher Rothko ed Elena Geuna, l’esposizione riunisce oltre settanta opere provenienti da istituzioni internazionali, offrendo un percorso ampio e articolato attraverso la carriera dell’artista.
Il dialogo con Firenze si estende anche ad altri luoghi simbolici, come il Museo di San Marco e la Biblioteca Medicea Laurenziana, creando un confronto suggestivo tra la pittura di Rothko e quella di Beato Angelico, nonché con l’architettura di Michelangelo. Proprio il soggiorno fiorentino del 1950, insieme alla moglie Mell, segnò profondamente l’artista, influenzando opere cruciali come i Seagram Murals. In questo dialogo tra Rinascimento e modernità emerge una sorprendente affinità: come Beato Angelico, anche Rothko tende verso la trascendenza. Ma se il primo la esprime attraverso la figurazione sacra, il secondo la affida al colore puro, capace di evocare risonanze emotive profonde e universali. In un mondo dominato dal rumore e dall’eccesso di immagini, Rothko ci offre uno spazio di silenzio – e forse, proprio in quel silenzio, una possibilità di trascendenza.
Mark Rothko morì nel 1970, lasciando un’eredità artistica immensa. La sua vicenda personale, segnata dall’emigrazione e dalla ricerca identitaria, riflette molti aspetti dell’esperienza ebraica del Novecento. Le sue opere continuano a interrogarci, invitandoci a sostare, a guardare oltre la superficie, ad ascoltare ciò che non ha parole.
A Washington esiste da alcuni anni, nell’ambito della National Gallery of Art, la Fondazione Rothko, dove sono stati raccolti 285 quadri e oltre 600 opere dell’artista. La Fondazione ne cura la conservazione e la diffusione.