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Quest’anno ricorre il bicentenario della nascita di rav Elia Benamozegh il quale, nato a Livorno nel 1823, ivi morì il 6 febbraio del 1900.
La sua figura si staglia estremamente significativa nel panorama degli studi non solo di ebraismo, relativamente al quale è particolarmente versato nella tradizione mistica della Cabbalà, ma anche di filosofia. Peculiare dell’opera di Benamozegh è infatti l’integrazione che il grande rabbino compie, con sicurezza ed estrema cultura e competenza, tra gli studi più riposti della tradizione mistica ebraica (la Cabbalà) da un lato, e la filosofia greca e neoplatonica e il cristianesimo (ma a volte troviamo citate e discusse dal punto di vista cabbalistico anche religioni e filosofie orientali) dall’altro.
Questa capacità di integrare diverse fonti e correnti di pensiero fa di Benamozegh un autore ancora estremamente moderno, nonostante siano ormai passati più di cent’anni dalla sua morte, e le pagine che egli ci ha lasciato contengono un sapere che fornisce la chiave per comprendere le relazioni e le somiglianze tra le diverse religioni e culture del mondo.
Benamozegh scrisse diversi libri in italiano (Storia degli Esseni; Teologia dogmatica e apologetica) e in francese (Israël et l’Humanité; Morale juive et morale chrétienne; Essai sur l’origine des dogmes et de la morale du christianisme: quest’ultimo, redatto appunto in francese, è stato tuttavia pubblicato solo nella seconda metà del secolo scorso). A un certo punto, infatti, Benamozegh aveva deciso di scrivere in francese, nella speranza di essere maggiormente letto.
Meno noti, ma comunque significativi ed importanti, sono i suoi scritti in ebraico. Tra questi Em la-Miqrà, il suo commento alla Torà.
Nel mio Commento al Pentateuco (Amazon Digital Services, 2021, terza edizione), riporto il suo commento a Esodo 6,2 da Em la-Miqrà, dove si sofferma sul significato del Nome di Dio El Shadday, e in generale sul concetto di “Dio”.
All’inizio della parashà Dio dice a Mosè che è apparso ad Abramo, Isacco e Giacobbe come El Shadday, mentre il Suo Nome, lo Shem, il Tetragramma, non lo ha loro rivelato.
Rashi, scrive Benamozegh, interpreta il Nome come she yesh day, cioè “che c’è abbastanza”, sottinteso “della Mia divinità in ogni creatura”.
Rabbi Eliyahu Mizrachi commenta che tutte le creature possono esistere solo in ragione di El Shadday, e che El Shadday è sufficiente (day) per l’esistenza di tutte le creature; ma secondo Benamozegh in tal modo Eliyahu Mizrachi attribuisce a Rashi un’interpretazione filosofica che non gli era mai balenata per la mente. Infatti, secondo Benamozegh, Rashi interpreta semplicemente dicendo che yesh day vuol dire che per chi si affida a Lui, El Shadday, è sufficiente, e chi ha fede in El Shadday non ha bisogno di altri riferimenti.
In ogni caso, per Rashi e per molti altri commentatori, il nome Shadday è un nome composto da she (o asher, “che”) più day (“abbastanza”).
Vi è anche chi, come rabbi Avraham Ibn Ezra, ritiene che Shadday non sia un nome composto, ma invece debba essere fatto derivare dalla radice shin-daled-daled, corrispondente al verbo lishdod “saccheggiare”, e che tale radice indichi la potenza di Dio. La traduzione che si incontra in genere in italiano per El Shadday è “l’Onnipotente”, e sembra far capo a questa opinione di rabbi Avraham Ibn Ezra.
L’opinione di rabbi Sa‘adyà Gaon è che Shadday voglia dire “che ha detto al mondo: abbastanza!”.
Quest’ultima interpretazione è particolarmente interessante, considerando che El Shadday è uno dei Nomi del Dio del monoteismo. Essendo Egli unico, il Dio del monoteismo è Dio di ogni cosa e ogni aspetto della realtà è una Sua manifestazione. Ora, ciascuna manifestazione della realtà ha il suo opposto. Così: c’è la pace, ma esiste anche la guerra; la calma, ma anche l’inquietudine; la soddisfazione, ma anche la rabbia. Essendo il Dio del monoteismo Dio di ogni cosa, ed essendo tutto una Sua manifestazione, vediamo che è logico che Dio debba dire a ogni Sua manifestazione «abbastanza!», al fine di lasciare spazio al contrario di questa, anch’essa manifestazione del proprio Sé.
Quando diciamo «abbastanza!» a una parte di noi stessi, lasciamo d’altronde spazio all’altro, alla nostra percezione del prossimo, oltre che di noi stessi.
Se, ad esempio, siamo in collera contro un nostro simile e manifestiamo tale collera senza dire «abbastanza!», cioè senza modularla, moderarla e limitarla, non sappiamo come il prossimo, che certamente risponderà a sua volta con odio e ostilità, sarebbe stato veramente disposto verso di noi se lo avessimo approcciato con una maggiore apertura e moderazione. Quando aggrediamo l’altro, tutto ciò che ritroviamo in questi non è che un riflesso di noi stessi (egli ci aggredirà a sua volta). Se invece manifestiamo le nostre perplessità verso il prossimo con rispetto e apertura, dicendo «abbastanza!» all’esternazione delle nostre pulsioni, riceveremo da lui una risposta a sua volta modulata che, essendo rispettosa di noi, ci aiuterà a crescere.
Quando diciamo «abbastanza!» a una nostra parte, d’altronde, si apre spazio dentro di noi per la percezione e la manifestazione di altre parti. In tal modo mostreremo al prossimo un essere composito, e vi sarà certamente in noi qualche parte che risulterà all’altro simpatica e faciliterà la nostra relazione con lui.
Ogni nostra parte può entrare in contatto con la parte corrispondente del prossimo e in tal modo giungiamo a ricostruire un’immagine sfaccettata dell’altro dentro di noi. Dicendo «abbastanza!» a ogni nostra parte, lasciamo insomma a tutte le parti, a tutto il nostro sé, lo spazio per entrare in relazione con il prossimo.
In tal modo conosceremo meglio l’altro. Potremo più facilmente aiutarlo, ma potremo anche meglio difenderci da lui se ha intenzioni ostili. Il Dio che dice «abbastanza!» è così anche un Dio forte, lo Shoded, corrispondente, abbiamo visto sopra, all’interpretazione di Shadday come derivante da lishdod, “saccheggiare”, “primeggiare”. Il Dio che dice «abbastanza!» è insomma anche “l’Onnipotente”, e queste considerazioni appaiono diminuire la diversità tra le due interpretazioni di El Shadday.
Quanto agli altri popoli, Benamozegh cita il Tao degli Indiani, il Tai dei Cinesi, il Teos degli Egiziani, il Theòs dei Greci, il Taara di Tahiti, il Teu della Polinesia, il Deus dei latini. Tutti questi nomi potrebbero apparire in relazione, dice Benamozegh, con il day, “abbastanza”, di she amar day, “che ha detto: abbastanza!’”.
Benamozegh scrive tuttavia che più probabilmente il t/deo- dei popoli è in relazione con derekh, “via”. Noi, a conferma di tale ipotesi, ricordiamo la forma del geroglifico egizio per la parola “dio”, che appare come un palo indicatore, della via appunto (vedi Erik Hornung, Gli dei dell’antico Egitto, Salerno Editrice, Roma 1992, p. 30).
D’altronde c’è una relazione, dice Benamozegh, tra Shadday e “via”. Infatti Shadday, tra i Nomi di Dio, è quello che si riferisce alla misura di Yesod (“fondamento”), la quale è appunto chiamata Shadday; uno dei nomi di Yesod è però anche “via”, derekh.
Benamozegh segnala anche che la lettera daled di day, è associata al concetto di movimento, essendo presente nelle radici dei verbi che indicano appunto moto, cosa ben nota ai linguisti.
Così, “via”, day (“abbastanza”) e t/deo- (“dio”) sono associati l’uno con l’altro. Dio indica una via, e nella direzione di tale via si trova la parola “abbastanza!”.
Se in generale il dio della teologia rappresenta una particolare forma dell’operare della mente, l’avere familiarità con tale modo di operare, l’appropriarsi in un certo qual modo di esso, equivale in fondo al sapere dire «abbastanza!» alla sua manifestazione, in modo tale da poterla utilizzare quando è vantaggioso, e da sapere moderarla e associare a manifestazioni diverse quando ciò è utile.
Quand’è che sappiamo ad esempio piantare un chiodo? Quando sappiamo adoperare la forza per utilizzare il martello, ma anche modulare e moderare l’uso di tale forza, dire ad essa «abbastanza!», in modo da piantare il chiodo senza sfondare con il martello il muro.
Benamozegh è profondo conoscitore della Cabbalà, la quale è, come egli scrive, «la teologia dell’ebraismo». Speriamo che il commento a Esodo 6,2 riportato sopra abbia potuto dare al lettore un’idea di come le intuizioni di Benamozegh e la precisione della sua riflessione sui concetti della teologia possano costituire una base ancora attuale e in fondo, se così possiamo dire, moderna a partire dalla quale continuare ad approfondire e sviluppare il discorso teologico.