Rosh ha-shanà

Ebreo yemenita suona lo shofar, fine anni ’30 (fonte wikipedia.org).

Con Rosh ha-shanà quest’anno inizierà l’anno 5787, data che indica il conteggio degli anni dalla creazione, il venerdì sera, di Adam. Rosh ha-shanà, come capodanno ebraico, non è presente nel TaNaKh ma fu codificato nella Mishnà (Seder Olam Rabbà) intorno al 200 e.v.; così il primo di tishrì è stato istituito come l’inizio dell’anno civile, come base per i documenti legali e per il conteggio degli anni sabbatici e dei giubilei. 

Nel mondo greco-romano, che inglobò l’antico Israele e causò l’inizio della Diaspora attraverso il Mediterraneo, erano in uso diversi sistemi di datazione. I più usati erano conteggiare gli anni dalla prima Olimpiade (776 a.e.v.) e, a Roma, dalla fondazione dell’Urbe, il 21 aprile 753 a.e.v. (A.U.C., ab Urbe condita). 

Con l’avvento del cristianesimo e la sua adozione ufficiale da parte dell’Impero romano nel IV secolo, gradualmente fu adottato un nuovo sistema, dove l“anno 1” era l’anno di nascita di Gesù. Nel 525 Dionigi il Piccolo, un monaco cristiano scita, stabilì il sistema di datazione che inizia dalla nascita di Gesù (A.D., anno Domini, nell’anno del Signore – e.v/ C.E., era volgare/ Common Era); ci volle qualche secolo prima che fosse adottato ad ampio raggio nel mondo cristiano; nell’VIII secolo il monaco inglese Venerabile Beda introdusse inoltre, per la Storia antica, la sigla B.C., abbreviazione della locuzione inglese before Christ (a.C., ante Christum).

Il sistema di datazione cristiano, insieme a quello islamico che inizia il conteggio degli anni dal 622 e.v., anno dell’hejira (A.H., anno hegirae), hanno influenzato lo sviluppo del sistema di datazione ebraico che gradualmente, fra il IX e l’XI secolo, fu adottato nelle varie comunità ebraiche, ufficializzato da Maimonide nel 1178.  

Il primo gennaio diventò l’inizio del nuovo anno nel 45 a.e.v., nella Roma repubblicana, quando Giulio Cesare riformò il calendario in quello detto giuliano, e continuò a esserlo per la maggior parte dell’Impero romano, ma con la caduta dell’Impero d’Occidente in molte regioni si ritornò al capodanno in marzo. Fu nel XVI secolo, con papa Gregorio XIII e con il calendario gregoriano, che il primo gennaio diventò l’inizio del nuovo anno comunemente accettato in Europa.

Secondo la Torà, il nuovo anno inizia il primo di nisan, che generalmente cadeva in marzo, in linea con i sistemi di suddivisione dell’anno in uso nel Vicino Oriente antico; il calendario ebraico assunse, parzialmente modificati, i nomi babilonesi dei mesi.

Filone d’Alessandria e Giuseppe Flavio, due autori del I secolo e.v., danno notizia che il capodanno veniva celebrato il primo di tishrì: questo calendario religioso potrebbe essersi sviluppato a partire dai vari calendari religiosi e civili che si possono ritrovare nel Vicino Oriente al tempo dei Babilonesi e dei Persiani.

Nella Torà troviamo la descrizione di un giorno solenne di sacra convocazione, in Levitico 23,23-25 (vedi anche Numeri 29,1-6)

Esiste un dibattito sul senso di questi versetti e sul significato di teru‘à: il suono prodotto dallo shofar è reso più comunemente con il termine teqi‘à, mentre teru‘à spesso indica un suono acuto, un grido, e così lo intendono i Caraiti – che rifiutano il Talmud. La loro interpretazione del termine si basa sul passo del Levitico, che non nomina esplicitamente lo shofar: Yom teru‘à è il Giorno del grido, o il Giorno della preghiera a alta voce, e la loro halakhà statuisce che suonare strumenti musicali, compreso lo shofar, sia una melakhà, e perciò un’azione proibita di Shabbat o durante le solennità.

Ma se esaminiamo attentamente dove compare il termine teru‘à nel testo della Torà, appare una tesi molto solida e convincente che si riferisca al particolare suono prodotto con lo shofar: risulterebbe che teru‘à sia una delle modalità dell’effetto acustico generato dallo shofar.

In Numeri 10,5-7

E in Giosuè 6,5 la parola teru‘à indica chiaramente un suono acuto, un grido

Tuttavia, l’argomentazione più convincente del fatto che per lo Yom teru‘à ci si riferisca allo shofar è che la festività cade il primo giorno del mese: infatti lo shofar viene suonato solitamente al capomese (luna nuova) e per le solennità.  

Il testo della Torà riporta che Yom teru‘à cade il primo giorno del settimo mese, dopo il raccolto autunnale. Sebbene la Torà scritta sia il fondamento dell’ebraismo e della legge ebraica, oggi la stragrande maggioranza degli ebrei segue l’ebraismo rabbinico che trova il suo presupposto nel Talmud – Mishnà (200 e.v.) e Ghemarà (IV-VII secolo e.v.). Inoltre, l’ebraismo si è trasformato durante i secoli grazie alle interpretazioni della Torà e del Talmud. Sia l’ebraismo dell’epoca del Tempio sia quello talmudico facevano parte di un mondo in cui il 90%della popolazione era dedito all’agricoltura: il ciclo annuale liturgico era incentrato sulla celebrazione del raccolto – Rosh ha-shanà e Yom Kippur erano parte dei festeggiamenti per il raccolto autunnale, Pesach e Shavu‘ot di quello primaverile: nel periodo del Tempio, durante le feste di pellegrinaggio – Pesach, Shavu‘ot e Sukkot – tutti gli ebrei erano tenuti a recarsi a Gerusalemme per rendere grazie dei raccolti agricoli.

Pesach (Pasqua) si celebra all’inizio della primavera (il 15 di nisan), con il primo raccolto dell’orzo. Al pari delle altre feste di pellegrinaggio, ha anche un’altra valenza, l’uscita degli Ebrei dall’Egitto.

Shavu‘ot (Festa delle Settimane) cade nella tarda primavera, 49 giorni (sette settimane) dopo Pesach, quando si celebrava il raccolto del grano e l’offerta delle primizie (bikkurim) al Tempio; più tardi nella tradizione biblica e rabbinica diventa la commemorazione della consegna della Torà agli Israeliti ai piedi del Monte Sinai. Il pellegrinaggio a Gerusalemme aveva lo scopo di offrire le primizie ai sacerdoti come forma di tassazione.

Sukkot (Festa delle Capanne, dal 15 al 22 di tishrì), che segue le grandi solennità, segna la parte finale dei raccolti del grano e dei frutti e chiude l’anno agricolo. Nella tradizione rabbinica si commemorano i quaranta anni nel deserto dopo l’uscita dall’Egitto, durante i quali gli Ebrei vissero in alloggi provvisori.

Con l’avvento della modernità e con gli ebrei non più dediti all’agricoltura ma al commercio, ma soprattutto con la distruzione del Tempio di Gerusalemme e l’impossibilità di celebrare le feste di pellegrinaggio con le stesse modalità, la commemorazione degli “eventi” ha assunto maggiore rilevanza rispetto all’aspetto agricolo delle celebrazioni.

Oggi, quando possiamo acquistare orzo, grano, qualsiasi prodotto in qualsiasi periodo dell’anno, sentiamo poco la necessità di ringraziare per i raccolti: certo, continuiamo a ringraziare per il cibo, con benedizioni sul pane e sugli altri alimenti, ma questo non è più collegato al calendario agricolo.

E allora, avendo messo da parte il significato di Rosh ha-shanà legato al mondo agricolo, con cosa lo abbiamo sostituito? Nonostante non siamo più contadini, rispettiamo ancora il ciclo del giorno e della notte, delle stagioni e quello annuale. Il Sole sorge ancora ogni mattina e la Luna cresce e cala ogni mese, gli anni si susseguono con moto circolare: possiamo osservare ancora il ciclo della vita, la nascita dei figli, la loro crescita, matrimoni, nuovi figli, la morte degli anziani, il passaggio da una generazione a un’altra. Noi festeggiamo Rosh ha-shanà per segnare il passaggio da un anno a un altro: «Oggi è il compleanno del mondo […] chi vivrà e chi morirà, chi sarà iscritto nel libro della vita per un altro anno», sono parole che echeggiano e hanno importanza per tutti noi.

Invece di ringraziare per il raccolto, noi rendiamo grazie per un altro anno di vita. E come controparte alla benedizione di Dio per un altro anno, a nostra volta noi ci pentiamo dei nostri peccati a Yom Kippur: il pentimento per i nostri peccati è parte di quel processo di rinnovamento legato al nuovo anno. 

Quando ero ragazzo e per Yom Kippur dovevo recitare la preghiera ‘Al Chet, ero sempre perplesso: non ho ucciso nessuno, non ho rubato – in realtà non sapevo nemmeno cosa fossero tutti questi crimini. Ma poi ho imparato che dobbiamo confessare per l’intera comunità, in modo tale da poter inizare il nuovo anno come una tabula rasa: proprio come rinasciamo tutte le mattine dopo una notte di sonno, così rinasciamo ogni anno, rinnovati, per affrontare il mondo, se tutto va bene, come persone migliori.

Per le traduzioni dall’ebraico: Bibbia ebraica, a cura di Rav Dario Disegni, Giuntina, Firenze 2010.

Traduzione dall’inglese di D. N.  

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