Il volume Am Ha-Sefer. Il popolo del libro. Lettori e bibliofili nell’Italia ebraica tra il XVII e il XX secolo, a cura di Dario Disegni e Germano Maifreda, pubblicato nel 2025 dalle Edizioni di Storia e Letteratura, raccoglie le relazioni presentate nella giornata di studi, organizzata dalla Fondazione per i beni culturali ebraici in Italia, che si è svolta a Roma il 21 novembre 2023 presso la Biblioteca dell’Ebraismo Italiano “Tullia Zevi”. L’idea della giornata di studi ha avuto origine dal progetto, coordinato dalla stessa Fondazione in collaborazione con l’UCEI, la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e la National Library of Israel, di formare un catalogo unico dei libri ebraici a stampa presenti nelle biblioteche italiane. Il progetto è stato denominato I-Tal-Ya books, ossia i libri dell’“isola della rugiada divina”, come era chiamata l’Italia da scrittori ebrei del Rinascimento.
È importante segnalare questo volume, nella grave crisi che il mondo ebraico oggi attraversa, non solo per la ricchezza della documentazione offerta dai saggi raccolti, ma soprattutto perché attesta quanto tra gli ebrei italiani dal XVII fino al XX secolo fosse diffuso l’amore per i libri, sia quelli appartenenti alla loro propria tradizione, sia quelli appartenenti al milieu non ebraico, e perciò l’amore per il pensiero e la parola, da qualsiasi parte provenissero, e come ebrei e non ebrei avessero tra loro stretti e proficui contatti grazie ai libri. Anche i frutti dell’intelligenza non ebraica, dalle espressioni artistiche alle opere scientifiche e letterarie – accanto ai frutti dell’intelligenza ebraica, dal TaNaKh alla letteratura rabbinica ai testi religiosi e filosofici, eredità di una storia plurimillenaria – furono accolti dagli ebrei in quei secoli perché considerati significativi per ognuno, di qualsiasi etnia o comunità religiosa fosse membro, e dunque preziosi, degni di essere conservati per le nuove generazioni. Questo attaccamento, da parte degli ebrei, ai libri che si presentavano come incarnazioni di un’attività della mente, era certamente il risultato dell’idea, radicata nella loro propria tradizione religiosa, che alla base della scrittura vi fosse in modo immediato – nel caso di testi profetici – o mediato – nel caso di testi di esegesi o riflessione – un’ispirazione da ricondurre al divino. Come si dice nei Pirqé Avot (Detti dei Padri), ogni discussione che sia condotta in modo disinteressato è sempre compiuta in nome del Cielo.
Scrive giustamente Franz Rosenzweig (1984) che il TaNaKh e i commenti a questorimasero l’orizzonte a partire dal quale gli ebrei nella storia si appropriarono della cultura non ebraica: essi non tradirono, in tale appropriazione, il loro proprio lascito spirituale, ma lo svilupparono e arricchirono. Si può essere-nel-mondo come se questa fosse l’unica dimensione della vita: Martin Heidegger in Essere e tempo ci mostra come tipico della condizione umana sarebbe il non poter sfuggire alla morte, come ogni creatività spirituale sarebbe da ricondurre all’esistenza, legata alla nascita, alla terra in cui si abita, al sangue che ci scorre nelle vene. Ma si può anche essere-nei-libri, come diceva Emmanuel Levinas, figlio di un libraio di Kaunas, Lituania, in polemica con Heidegger, quando ricordava gli anni della sua infanzia e adolescenza, come ci narra una sua biografa (Lescourret 1994). La possibilità umana di agire secondo idee non dipendenti dai sensi, difesa dalla Bibbia e dal pensiero filosofico greco fin dalle sue origini – sosteneva Levinas ancora in polemica con Heidegger in Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo (1996) – dovrebbe essere esaltata in tempi oscuri piuttosto che il sentimento di rassegnazione di fronte al mondo dato, con tutte le sue violenze, crudeltà e ingiustizie, come se pesasse su di noi un destino ineluttabile. Di questa possibilità gli ebrei sono i migliori testimoni. Secondo alcuni illustri pensatori ebrei del Novecento, come Hermann Cohen, Margarete Susman, André Neher, il popolo ebraico offre l’esempio più chiaro di come sia la fedeltà alle parole scritte o pronunciate – non parole irrazionali e offensive, ma comprensibili, strumento di un messaggio diretto a tutti, come mostra Umberto Cassuto nel suo commento all’Esodo quando si intrattiene sui Dieci Comandamenti in quanto struttura portante di tutta la legislazione mosaica – ciò che ha permesso loro di sussistere nel corso dei secoli, anche dopo immani distruzioni e perdite di vite. Di qui, appunto, la passione del popolo ebraico per i libri, i propri come quelli altrui: i libri ebraici e non ebraici, in quanto depositari della saggezza umana, come patrimonio comune degli ebrei e dei non ebrei. La Biblioteca diviene in tal modo lo spazio in cui è presente quel Santo che indica la dimensione di un senso oltre l’esistere.
Il primo saggio di Am Ha-Sefer, di cui è autore Pier Francesco Fumagalli, è intitolato Collezionisti cristiani di libri ebraici. Dopo aver ricordato come l’Italia divenisse verso la fine del Cinquecento culla del libro ebraico per l’apporto librario dei numerosi profughi ebrei provenienti dalla penisola iberica dopo il 1492 e per la diffusione dell’arte della stampa, in particolare ebraica, in numerose città, l’autore si sofferma sulle relazioni ebraico-cristiane nel periodo del Concilio di Trento (1545-1563) e negli anni a questo successivi. Nonostante l’istituzione dei ghetti in molte città italiane e la confisca e il rogo di testi ebraici in quest’epoca, rimase in Italia dal XVI fino ancora al XIX secolo quell’interesse per il libro ebraico che era stato vivo nella Firenze dei Medici, testimoniato dalle raccolte di testi ebraici in numerose biblioteche. In particolare Fumagalli prende in esame la collezione ebraica dell’Ambrosiana di Milano, avviata dal suo fondatore, Federico Borromeo, fin dalla fine del Cinquecento, e arricchitasi via via di ulteriori libri e manoscritti.
Il secondo saggio, di Franca Porticelli, intitolato Alberto Gentili e il recupero degli autografi di Vivaldi, illustra le complesse vicende che portarono la Biblioteca universitaria di Torino ad acquisire le Raccolte Mauro Foà e Renzo Giordano, le quali contengono più di 15.000 pagine per lo più autografe del compositore veneziano Antonio Vivaldi. Varie furono le figure implicate in tale acquisizione, che avvenne negli anni 1927-1930: tra tutte spicca quella di Alberto Gentili, musicista e musicologo. Proveniente da una famiglia ebraica emigrata all’inizio dell’Ottocento dalla Germania in Italia, fu chiamato a Torino a ricoprire la prima cattedra di Storia della musica in una Università italiana. A lui si deve anche la catalogazione di tali manoscritti vivaldiani.
I tre saggi seguenti sono dedicati a raccolte librarie di famiglie ebraiche messe a disposizione di biblioteche dello Stato italiano o aperte al pubblico nelle loro proprie sedi tra fine Ottocento e prima metà del Novecento. Il primo saggio, di Marzia Pontoni, La “libreria ebraica” dei fratelli Lattes: un percorso bio-bibliografico tra stampati e documenti della Braidense,racconta come Isaia e Alessandro Lattes, residenti a Milano, donassero nel 1887 alla Braidense, situata in questa città, la raccolta di testi ebraici e sull’ebraismo, specie post-biblico, avviata dal bisavolo Elia Aronne Lattes, capo rabbino a Torino, e continuata dal padre Abraham, capo rabbino a Venezia, e dal fratello Mosè, dedito a studi ebraici. Era allora prefetto della Braidense Isaia Ghiron, proveniente da una famiglia ebraica di Casale Monferrato, orientalista, il quale informò della collezione, dichiarandone la disponibilità, il Collegio Rabbinico di Roma, istituito nel 1882. Il secondo saggio, di cui è autrice Carla Lestani, La raccolta Morpurgo: biblioteca di letteratura e storia dei popoli semiti, illustra la raccolta di libri ebraici, alcuni dei quali risalenti all’età medievale o della prima modernità, donata nel 1912 alla Biblioteca dell’Università di Padova da Edgardo Isacco Morpurgo, neuropsichiatra a Padova presso l’Istituto delle malattie nervose e mentali, benefattore di associazioni ebraiche, promotore di pubblicazioni sulla storia più che bimillenaria delle comunità ebraiche italiane e sull’idea sionista, introdotta nel mondo ebraico all’inizio del Novecento. Il terzo saggio, scritto da Giorgio Busetto, La biblioteca di Ugo e Olga Levi a Venezia, ci informa sulla biblioteca musicale che i coniugi Levi, animatori di attività musicali e letterarie negli anni 1910-1938, possedevano a Venezia, collocata nel Palazzo Giustinian Lolin: la biblioteca fa ora capo a una Fondazione a loro intitolata.
Gli ultimi tre testi del volume sono dedicati al rapporto con i libri di tre figure ebraiche ben note nella cultura italiana. Eleonora Cardinali in La biblioteca “privata” di Umberto Saba ci offre l’elenco dei libri dello scrittore, nel quale compaiono non solo i nomi di Leopardi, Heine, Balzac, Puškin, Čechov, ma anche quelli di Machiavelli, Nietzsche, Freud, Sartre. Margherita Palumbo, in Leo S. Olschki e il libro ebraico, ricostruisce l’attività di Olschki, discendente da una famiglia di tipografi ebrei della Prussia orientale, come editore, antiquario librario, autore di raffinati cataloghi. Rossano De Laurentiis, in Lo stigma della biblioteca dantesca di Sidney Sonnino: tra patria portatile e caos dei ricordi, ci presenta la figura di Sonnino come intellettuale, diplomatico, politico, ricordandone in particolare la passione per Dante. Sonnino, come molte altre figure ebraiche, vedeva nei classici della letteratura delle diverse nazioni le fonti inesauribili che muovono la nostra riflessione sia nella sfera pubblica, sia in quella intima e privata.
Essere-nei-libri, cioè in una sfera di significati comunicabili e condivisibili, significa essere nella grazia e nella pace, anticipare quell’età messianica in cui anche la violenza della pena da infliggere a chi ha commesso una colpa, secondo alcune interpretazioni rabbiniche, sarà sospesa. Dunque è felice la scelta dell’immagine che appare sulla copertina di Am Ha-Sefer, tratta da un manoscritto ebraico franco-tedesco del 1236-1238, custodito nell’Ambrosiana: vi appaiono in alto i tre animali delle origini di cui parla il TaNaKh, Ziz, Behemoth e il Leviatano, e in basso il “Banchetto dei Giusti”, che si svolgerà nei tempi del Messia a Gerusalemme. Le parole, scritte o dette, in quanto concretizzazioni dello spirito, sono infatti ciò che soltanto permette il passaggio dai mostri ancestrali a un ordine retto da leggi divine. L’idea messianica, come ci insegna Scholem (2003), si è affermata nell’ebraismo soprattutto con i Profeti in un’epoca di crisi del potere politico ebraico ed è stata particolarmente elaborata nell’età talmudica. Si rivela dunque quanto mai profondo e attuale ciò che diceva Primo Levi in un’intervista pubblicata nel 1984 – la necessità che l’ebraismo abbia oggi come suo “baricentro” quei valori di tolleranza e di coesistenza pacifica tra popoli differenti che la diaspora ha saputo coltivare nella sua storia. Una cosa è l’ebraismo considerato nella sua complessità e i suoi aspetti anche contraddittori (Kajon 2020); un’altra cosa è l’orientamento ideale cui esso dovrebbe guardare affinché mantenga la sua funzione storica (Cassirer 1944).
Riferimenti bibliografici
E. Cassirer, Judaism and the Modern Political Myths, in Jewish Contemporary Records, vol. 7, n. 2, 1944
I. Kajon, Ebraismo: un ircocervo vivente, in Nuova Informazione Bibliografica, n. 3, 2020
M.-A. Lescourret, Emmanuel Levinas, Flammarion, Paris 1994
P. Levi, Israele, se questo è uno Stato. Intervista a Gad Lerner, in L’Espresso, 30 settembre 1984
E. Levinas, Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo (1934), Quodlibet, Macerata 1996
F. Rosenzweig, Atheistische Theologie (1914), Gesammelte Schriften, Nijhoff, Den Haag 1984, vol. 3
G. Scholem, L’idea messianica nell’ebraismo e altri saggi sulla spiritualità ebraica, Adelphi, Milano 2003