Ho incontrato un giovane proveniente da Gaza, che ha perso i genitori a causa di un ordigno caduto sulla sua casa durante la notte. Mi ha detto: «A che serve parlare di La Pira, se non si fermano le bombe che ci massacrano?».
Sono rimasto muto. Il messaggio di pace seminato da chi, come La Pira, ne è stato protagonista va reso cultura. Cioè interiorizzato, coltivato con pazienza e lasciato sviluppare, come una buona pianta, perché incida nella vita quotidiana, nelle strutture sociali, politiche, istituzionali.
La Pira si muove pragmaticamente, sebbene la sua visione e la sua politica siano orientate da una visione religiosa della vita e del mondo, dal rapporto personale con un Dio che è amore, e che è padre di ciascuno. Individua storicamente un luogo fisico della grazia, che influenza tutti i popoli della Terra. È la Terra di Abramo e dei Profeti, in cui trovano radice i fedeli delle tre religioni monoteiste: ebrei, cristiani e musulmani. Popoli legati da un vincolo di fraternità.
Gerusalemme per La Pira «contiene tutto il nostro mondo».
Da tale prospettiva egli guarda l’Europa e il mondo intero. È convinto che la pacificazione di Gerusalemme influenzi la pace universale.
La sua azione per la pace è dunque particolarmente centrata su questa Terra, santa per le tre religioni; e considera il Mediterraneo, sebbene storicamente teatro di guerre e di conflitti, come un lago di Tiberiade che mette in collegamento popoli e civiltà.
La riflessione e l’azione lapiriana anticipano aspetti espressi nel 1965 dalla Dichiarazione conciliare Nostra Aetate e rispondono ad una formidabile spinta interiore nel costruire ovunque la pace.
La Pira muove da un anelito interiore che ha come punto centrale Cristo Risorto, ma che si alimenta dei Profeti. In particolare Isaia 2,2-5.
Silvia Baldi Cucchiara evidenzia:
[…] il rapporto di La Pira con l’ebraismo era molto forte, vissuto interiormente già prima della persecuzione nazista. […] La Pira non viveva di sola cultura neotestamentaria, ma sostava in compagnia dei Profeti d’Israele, i quali facevano parte della sua vita. […] Gli eroi della Scrittura erano i modelli di riferimento del suo pensiero politico e sociale” (in Giorgio La Pira e la vocazione d’Israele, Giunti, Firenze 2005, p. 65)
Come riferito da Giovanni Spinoso e Claudio Turrini (Giorgio La Pira: i capitoli di una vita, FUP 2022, pp. 329 e segg.), con l’amico Lorenzo Cavini, nel 1937 pubblica Luci del Vecchio Testamento, un foglio semiclandestino di amicizia e solidarietà con gli ebrei, con il quale si valorizzavano le figure dei grandi personaggi biblici. Veniva utilizzato da don Carlo Naldi, che nella chiesa di San Filippo Neri riuniva un gruppo di persone che si ritrovavano per pregare per gli ebrei perseguitati in Germania. Come successivamente afferma Cavini: «[…] lo preparavamo assieme a La Pira per contestare la tragica campagna razziale»; citando poi le parole dette allora da La Pira: «[…] bisogna subito riaffermare la giustizia e in nome di questa giustizia e della carità condannare questa ingiustizia e questa infamia».
A gennaio del 1939 sarà dato alle stampe il primo numero di Princìpi, come supplemento della rivista dei Domenicani di San Marco, Vita cristiana. La Pira per rispondere all’entrata in vigore delle Leggi razziali (quando il suo amico ebreo professor Federico Cammeo, giurista insigne, fu estromesso dall’Università) non imbraccia un fucile, ma scrive. Princìpi è permeato dei valori del Primo Testamento, insieme a brani del Vangelo e alla sapienza classica.
Dopo un anno di vita, la rivista fu fatta chiudere dal Regime, che non poteva tollerare una riflessione così alta sui valori fondamentali della convivenza: la giustizia, la solidarietà, la fraternità dei popoli, la libertà, la pace… Fu per La Pira quasi un esercizio per il suo apporto alla Costituente, di cui fu relatore insieme al socialista Elio Basso.
L’amore di La Pira per Israele era profondo. Nel 1950, sarà tra i fondatori a Firenze della prima sezione italiana di Amicizia Ebraico Cristiana, insieme ad Arrigo Levasti, Giorgio Spini, Ines Zilli, Giacomo Devoto e Aldo Neppi Modona. AEC nasceva sulla base di un’esperienza vitale che aveva caratterizzato Firenze negli anni oscuri tra il 1943 e il 1945, che sulla spinta del cardinale Elia Dalla Costa aveva visto coinvolti sacerdoti e laici cattolici, ma anche membri delle chiese protestanti, i quali avevano svolto un ruolo fondamentale nell’aiuto agli ebrei, collaborando clandestinamente anche con la DELASEM. Ricordiamo, tra tutti, don Leto Casini (insignito come Giusto da Israele), l’avvocato Torricelli, padre Cipriano Ricotti a San Marco, che con La Pira collaborarono mettendo a rischio la propria vita, ma generando anticorpi contro l’intolleranza e la prevaricazione per ridare senso al proprio essere insieme cittadini di una medesima città, abitatori della stessa grande casa.
Il 3 maggio 1964, da sindaco, volle commemorare Jules Isaac ospitando a Firenze, nel Salone dei Cinquecento, vari gruppi italiani e internazionali di AEC, insieme a organizzazioni protestanti e cattoliche impegnate nel dialogo ecumenico ed altre associazioni non religiose, come impegno per l’unità di tutti i popoli. La celebrazione si concluse nella Sinagoga di Firenze con la preghiera del rabbino capo Fernando Belgrado (cfr. Baldi Cucchiara, cit., p. 76).
Sul Giornale del Mattino del 20 marzo 1964 fu pubblicata una lettera in cui La Pira esprime il suo anelito per il dialogo:
[…] Questa commemorazione situata nel contesto prospettico della storia presente del popolo cristiano, del popolo d’Israele, dei popoli arabi e dei popoli del mondo intero, costituisce un segno ulteriore di quella fioritura della “Speranza di Abramo e di San Paolo” di cui Firenze si è fatta annunciatrice in questi anni. Firenze sarà felice di aprire le porte di Palazzo Vecchio a tutti gli amici – ebrei, cristiani e musulmani – che vorranno parteciparvi. […] Questa “venuta” a Firenze sarà simbolicamente, come “l’ascesa” a Gerusalemme: costituirà un atto di adorazione per il Signore ed un cemento di grazia, di unità e di pace per la triplice famiglia di Abramo.
Per La Pira, mettersi dalla parte di Dio orientando la Storia nella Sua direzione voleva dire costruire ponti relazionali, lavorare per l’unità nel rispetto delle differenze come elementi coessenziali, come dono reciproco. Per questo, a suo parere occorreva ritornare alle origini, al cuore della promessa espressa ad Abramo, e farla propria. In questo senso diceva che la pace dell’intera umanità incomincia da Gerusalemme (Luca 24,46-47 e Genesi 12,1-3).
Riteneva che dopo Hiroshima l’umanità si trovi sul «crinale apocalittico» e che la scelta possibile sia una sola: incamminarsi verso la meta della pace o perire nell’inverno nucleare.
Noto è il suo intervento del 12 aprile 1954 a Ginevra, al Comitato Internazionale della Croce Rossa, a cui era stato invitato a parlare relativamente al problema dei civili coinvolti in operazioni belliche: «[…] Hanno gli Stati il diritto di distruggere le città? […] Le città hanno una vita propria, un loro volto, una loro anima, un loro destino: sono misteriose abitazioni di uomini e più ancora, in certo modo, misteriose abitazioni di Dio. Queste città della Terra appartengono alle generazioni future».
In un convegno a Varsavia dirà ancora: «L’epoca di Clausewitz è finita: la guerra non è la continuazione della politica con altri mezzi: è il suo fallimento». E scriverà nel 1977 al presidente Andreotti, suggerendogli alternative plausibili ad una economia di guerra: «A qualunque costo bisogna smettere di armare il mondo per distruggerlo […]».
Dal 1945, sostenuta dall’idea dell’«equilibrio del terrore», l’umanità si è follemente messa sotto la “protezione” della Bomba, che come una sorta di divinità primordiale libera dalla paura.
Come sottosegretario al lavoro e come sindaco, La Pira opera con successo per la dignità del lavoro e la piena occupazione, sostiene la riconversione delle industrie fiorentine da produzione bellica, a produzione civile.
Il suo sogno era di vedere realizzati negoziati che portassero a paci giuste, a partire dalla pace della triplice famiglia abramitica della quale ebbe intuizione il grande islamologo francese, Louis Massignon, col quale La Pira mantenne intensi contatti.
Ritornava spesso alla «utopia di Abramo».
Nel racconto biblico della morte di Abramo c’è un passaggio significativo. I fratelli Isacco e Ismaele, capostipiti dei due popoli che storicamente hanno dato esempi di buona convivenza nell’Africa mediterranea, in Asia, in Europa, e che oggi sono sinonimi di nemico, non rimasero separati. Alla morte del padre, lo seppellirono insieme, nella caverna di Makhpelà (Genesi 25,7-9) (cfr. Baldi Cucchiara, in Giorgio La Pira e la vocazione d’Israele, cit., p. 83).
La via politica seguita pervicacemente da La Pira anche quando non ebbe più incarichi istituzionali fu il modo e il fine della sua intera vita: proporzionare sulla Terra la Gerusalemme Celeste.La pace era la sua vita e la sua politica! Considerava la pace una necessità pratica nel nuovo contesto atomico, come valore centrale e fondativo del senso della Storia.
Sentiamo nostro il dramma del giovane gazawi. È abominevole, disumano ciò che è accaduto il 7 ottobre e quanto sta accadendo. Decine di migliaia di innocenti hanno perso la vita, dimenticate le regole della convivenza internazionale, c’è un gravissimo svuotamento dell’ONU. Gli rispondiamo che non possiamo accettare il suicidio della civiltà, e gli mostriamo quanto siano numerosi i gruppi di cittadini che dalla Terra di Abramo, in Israele, manifestano e invocano la pace, mostrando al mondo che la buona convivenza è possibile. Gli diciamo che qui la storia umana sta riprendendo il suo corso.
Recuperiamo il messaggio sempre attuale di La Pira, inviato pochi mesi prima della sua morte per l’incontro euro-arabo che si tenne a Firenze il 22 aprile 1977. Volle fare memoria del filo della pace intrecciato a Firenze nel I Colloquio Mediterraneo del 4 ottobre 1958; un incontro straordinario che ebbe ripercussioni vaste e profonde contribuendo peraltro a innescare il processo di pace franco-algerino. Un Colloquio al quale furono interessati i governi di molti Paesi, che egli aveva promosso su suggerimento del re del Marocco Mohamed V, «come idea germogliata attraverso contatti avuti con Nasser, con re Hussein, con il FLN algerino, con Ben Gurion, coi dirigenti tunisini, con Gronchi e con Fanfani, col generale De Gaulle e con la Santa Sede».
I popoli d’Europa […] il continente ad Helsinki si è pacificato ed ha con lungimiranza aperto le porte del Mediterraneo. […] Costruire la tenda della pace è il destino del Mediterraneo. Questi popoli hanno un fondo storico comune, un destino spirituale, culturale e anche politico, comune. La loro “unità” è essenziale […] per l’unità dell’intiera famiglia dei popoli. […] Il possibile dialogo arabo-israeliano se vuol essere efficace non può che essere triangolare: Israele, Palestina e gli altri stati arabi confinanti. Questa tesi “fiorentina” del triangolo appare ogni giorno più valida. […] comune sforzo di rendere certezza la speranza radicata in Abramo di riconciliare Israele ed Ismaele. Lasciatemi dunque finire con questo sogno! […] la strada della convergenza, dell’incontro che Isaia indicò con tanta profetica precisione (Isaia 19,23-25). Ed è anche la strada che il Corano (Sura III,64) indica: «Oh gente del Libro! Venite ad un accordo equo tra noi e voi e vedete di […] non scegliere tra noi padrone che non sia Dio!».