Schulim e Sissel Vogelmann
Mio padre Schulim Vogelmann era nato nel 1903 a Przemyślany (vicino a Leopoli, nella Galizia orientale). Per la verità, pare che sia «nato su un treno mentre la città bruciava», come recitava la prima frase delle sue memorie, che purtroppo rimasero a questa prima frase quando improvvisamente morì. Era il 1974 e io avevo “soltanto” ventisei anni e anche per questo di mio padre so purtroppo molto poco.
Nel 1915, durante la Grande Guerra, per paura dell’Armata Rossa che combatteva in Galizia contro i tedeschi e che non amava certo gli ebrei considerandoli spie, la famiglia, composta dai genitori Nachum e Sissel Pfeffer e da tre figli, Mordechai, Schulim e Miriam, fugge a Vienna. E lì mio padre perse la giovane madre Sissel a causa di una banale (oggi) appendicite. Finita la guerra, la famiglia si divise: Mordechai andò a Zurigo per completare i suoi studi rabbinici; Nachum e Miriam tornarono in Polonia. Nachum morì nel 1942 e così fece in tempo a essere sepolto in un cimitero ebraico mentre Miriam scomparve nella Shoà insieme al marito rabbino e alla sua bambina, chiamata anche lei Sissel.
Mio padre, che aveva poco più di quindici anni e non mancava certo di coraggio, giocò invece la carta sionista e s’imbarcò per la Palestina. Anche dei suoi tre anni in terra d’Israele so molto poco, tranne che per un certo periodo servì come caporale nell’Esercito britannico perché non aveva nessuna voglia di lavorare la terra in un kibbutz come auspicavano i sionisti.
Nel frattempo, un altro ebreo polacco, il rabbino capo di Firenze Shemuel Zvi Margulies, incontrò Mordechai a un congresso sionistico in Svizzera e lo invitò a venire a Firenze per insegnare Talmud al Collegio Rabbinico (Mordechai divenne in seguito rabbino capo di Katowice in Polonia e riuscì a fuggire in Eretz Israel poco prima dell’arrivo dei tedeschi).
Fu quindi abbastanza naturale che anche mio padre, stanco dell’esperienza in Palestina, approdasse poco tempo dopo nella Città del giglio. Era il 1922, la città era bellissima e apparentemente tranquilla; c’erano soltanto degli esagitati vestiti di nero, ma chiaramente non avrebbero avuto futuro… Il problema, per mio padre, era quello di trovare un lavoro che gli permettesse di osservare il Sabato, cosa tutt’altro che facile a quei tempi. E qui entrò in scena il terzo ebreo polacco di questa storia familiare: il celebre libraio antiquario ed editore Leo Samuel Olschki, proprietario anche della Tipografia Giuntina. Olschki capì le esigenze di questo suo giovane correligionario e così lo assunse come compositore a mano. Poi, nel 1928, a solo venticinque anni, lo nominò Direttore della tipografia. Giusto in tempo per incontrare D.H. Lawrence che fece stampare alla Giuntina il suo «scandaloso» Lady Chatterley’s Lover.
Nel 1934 mio padre sposò Anna (Annetta) Disegni, figlia del rabbino di Torino Dario Disegni, e nel 1935 la coppia festeggiò la nascita di una bella bambina: Sissel (che in yiddish vuol dire “dolce”). Anni sereni, dunque, ma ahimè troppo brevi: nel 1938 vennero promulgate le infami Leggi razziali; e poi, come sappiamo, l’8 settembre del ’43 i tedeschi invasero l’Italia. Credo che la data decisiva per mio padre, come per tanti ebrei italiani, fu il 16 ottobre, quando i tedeschi razziarono più di 1000 ebrei nel ghetto di Roma spedendoli ad Auschwitz. Si capì allora che era tutto vero e che l’Italia non avrebbe rappresentato un’eccezione. Così mio padre, Anna e Sissel cercarono di fuggire in Svizzera. I documenti falsi gli furono fatti avere dall’avvocato Enrico Bocci, eroe della Resistenza. Purtroppo al confine furono arrestati dalla polizia fascista. Io non ho mai osato chiedere a mio padre cosa successe. Poco dopo furono rimandati a Firenze e internati a Villa La Selva, e da qui a San Vittore a Milano. Infine il 30 gennaio 1944 furono spediti dal binario 21 ad Auschwitz. La mamma e la bambina furono subito eliminate nelle camere a gas, mio padre fu immesso nel Campo e diventò un numero.
«Perché mi sono salvato io e non i miei cari, e non i sei milioni?», si domandava spesso mio padre, roso da un ingiustificato senso di colpa, anche se sapeva che non c’era un perché. O meglio ce n’erano molti. Mio padre, quando fu internato, aveva quarant’anni, aveva un fisico robusto, conosceva bene lo yiddish e il tedesco e discretamente il polacco (aveva venduto una mezza razione di pane per una grammatica polacca), e soprattutto era un Facharbeiter, un operaio specializzato, un tipografo (sappiamo bene che fine facevano gli inutili intellettuali…). Ma la ragione fondamentale – lui lo sapeva bene ‒ aveva un altro nome: un’immensa fortuna, il destino…
Proprio come tipografo fu utilizzato dai tedeschi nel campo di Płaszów per stampare sterline false che dovevano mettere in crisi la Banca d’Inghilterra. Mio padre diceva che quelle sterline furono anche usate per pagare la famosa spia Cicero.
Solo dopo che uscì il film di Spielberg seppi che mio padre faceva parte della famosa lista di Schindler, l’unico italiano. E così si salvò.
Poi mio padre tornò a Firenze, senza più moglie, senza più bambina, e trovò ad aspettarlo solo la fedele Tipografia Giuntina, a cui, anche per non pensare, si dedicò anima e corpo. Infine ne divenne proprietario, e trovò anche la forza di risposarsi, con Albana Mondolfi, vedova di Raffaello Passigli e madre di un bambino di otto anni: Guidobaldo. Loro si erano salvati nascosti in un convento.
Nel maggio del 1948 nacqui io, che, come dico sempre, ho dato allora il meglio di me se si pensa alla commozione dei miei genitori di far nascere un bambino ebreo quando poco tempo prima tutti i bambini ebrei dovevano essere sterminati.
Dopo una vita esemplare, il cuore di mio padre finì di battere nel giugno del 1974. Sulla sua tomba abbiamo inciso anche il suo numero di Auschwitz: 173484.
Zichronò livrakhà, papà.