Izrail’ Metter: memoria, colpa e identità ebraica nel Novecento russo(*)

Fonte Wikipedia.org

Izrail’ Metter (1909–1996) occupa una posizione peculiare nel panorama della letteratura russa del Novecento. Scrittore pienamente inserito nella tradizione culturale russa per lingua, formazione e modelli letterari, egli rimane tuttavia segnato in modo profondo e irreversibile dalla propria origine ebraica, vissuta non come appartenenza religiosa consapevole, bensì come destino storico e condizione esistenziale. Nei suoi ultimi due libri, Il quinto angolo e Genealogia, questa tensione identitaria si articola in una riflessione complessa sulla memoria, sulla colpa e sulla responsabilità individuale all’interno di un sistema totalitario.

Nato a Char’kov, allora parte dell’Impero russo e successivamente dell’Unione Sovietica, Metter crebbe in una famiglia ebraica non osservante, ma fortemente radicata nella tradizione culturale e memoriale dell’ebraismo. Fin dall’adolescenza sperimentò le forme quotidiane e strutturali dell’antisemitismo sovietico, che raramente si manifestava in modo apertamente violento, ma operava attraverso dispositivi amministrativi e sociali: l’obbligo di dichiarare la “nazionalità” nei questionari ufficiali, le ripetute esclusioni dagli studi universitari, la stigmatizzazione ideologica della professione paterna — imprenditore privato — considerata sospetta dal regime. Tali meccanismi produssero in Metter un senso persistente di marginalità, che non si tradusse tuttavia in opposizione politica organizzata, ma in una postura morale di osservazione critica e di autoanalisi.

Costretto a lavorare come operaio, Metter si formò da autodidatta e intraprese la carriera di insegnante di matematica. Visse quasi sempre a Leningrado — oggi San Pietroburgo — fino alla sua morte, avvenuta nel 1996. Il suo primo libro, La fine dell’infanzia, pubblicato nel 1936, era una novella autobiografica che gli valse l’ammissione all’Unione degli scrittori sovietici, requisito indispensabile per evitare l’accusa di “parassitismo sociale”, reato che colpiva chi non fosse ufficialmente inquadrato nel sistema produttivo o culturale statale. Da quel momento sviluppò una produzione coerente e articolata, che tuttavia trovò spesso maggiore riconoscimento all’estero che in patria. In Italia, in particolare, Il quinto angolo ottenne un’importante consacrazione critica, culminata nel conferimento del Premio Grinzane Cavour. Purtroppo, solo pochi dei suoi testi sono stati tradotti in italiano; i due più noti restano Il quinto angolo e Genealogia, appartenenti alla sua ultima stagione creativa.

Questo breve articolo si concentra su questi due ultimi libri da una prospettiva specifica: quella dell’ebraicità di Metter. La questione centrale dell’opera tarda di Metter è il rapporto tra identità e memoria. Vittorio Strada ha osservato come la letteratura russa abbia rappresentato per Metter una sorta di “religione laica”, un cosmo morale capace di fornire orientamento etico in un mondo privato di fondamenti trascendenti [V. Strada, “Le pagine morte della grande Russia”, Corriere della Sera, 23 maggio 1992]. Tale osservazione coglie un aspetto essenziale della sua poetica, ma non ne esaurisce il significato. Accanto a questa dimensione letteraria, opera in Metter una sensibilità riconducibile proprio alla tradizione ebraica, intesa non in senso confessionale, bensì come struttura della memoria e della responsabilità. La sua opposizione all’ingiustizia, la sua attenzione alla responsabilità morale e la sua capacità di resistenza sembrano infatti radicarsi anche nella sua condizione di ebreo assimilato.

Per Metter, l’ebraicità fu una componente essenziale della propria formazione. In casa avevano il ritratto di Theodor Herzl, leggevano Frug, Bialik e Perec, mangiavano piatti tradizionali e celebravano le festività. Tuttavia, Metter non fu mai un credente. In un’intervista affermò che ciò che lo interessava non era la fede, bensì la tradizione, «una cosa che, anche senza volerlo, ti entra nella carne». Da bambino la preghiera e la sinagoga lo annoiavano; trovava più affascinanti la chiesa e la moschea, come ricorda ne Il quinto angolo. In quegli anni non possedeva una reale consapevolezza del significato del rito e della preghiera nell’ebraismo, né sembra avesse letto autori come Rosenzweig. Era piuttosto uno di quei molti ebrei legati alla memoria più per consuetudine che per convinzione.

Con il passare degli anni, tuttavia, le priorità mutano. Ciò che in gioventù appariva marginale assume un peso diverso nella maturità. Le riflessioni de Il quinto angolo vengono così rilette e in parte superate da Genealogia, scritto vent’anni dopo, quando Metter, rileggendo se stesso, scopre l’importanza di ciò che un tempo aveva considerato secondario. Metter non è certo un dissidente religioso né un pensatore dell’ebraismo; se il mondo fosse stato “tranquillo”, probabilmente sarebbe stato completamente assimilato. Ma l’antisemitismo lo costrinse a percepirsi come «ebreo, un ebreo russo», come egli stesso si definisce. La sua cultura è russa, perché russa è la sua lingua, così come Julian Tuwim è polacco perché polacca è la sua lingua. Tuttavia, mentre per Tuwim l’appartenenza nazionale è un fatto naturale, per Metter essere russo è il risultato di una scelta incessante, sempre messa in discussione. Lo stesso vale per l’essere ebreo: egli scopre la propria identità proprio perché gli altri gliela ricordano.

Genealogia è il libro della vecchiaia, dominato dal rimpianto e dalla riscoperta dell’infanzia ebraica. A differenza de Il quinto angolo, in cui la memoria individuale fa da sfondo alla tragedia sovietica, Genealogia si concentra sui ricordi familiari, sui riti vissuti un tempo come semplici abitudini. Come l’Italo Svevo maturo, che sorride della religione, Metter ritrova se stesso proprio attraverso il ricordo. Celebrare l’uscita dall’Egitto a Pesach non era allora che un gesto privo di convinzione; eppure, scrive: «può darsi che oggi io creda nell’autenticità di questa storia con una forza incomparabilmente superiore a quella di allora». L’ebraismo appare qui come una memoria depositata nel fondo dell’anima, che non attecchisce finché si è distratti dalla quotidianità, ma riemerge quando si è costretti a fare i conti con se stessi.

Questa dinamica avvicina Metter a Kafka, che negli ultimi anni riscoprì con nostalgia la propria infanzia e il suo nome ebraico Amshel, e a Saul Bellow, il cui Herzog racconta un percorso analogo di ritorno all’ebraismo attraverso la memoria e la lingua yiddish. Come osservava Danilo Cavaion, in questi scrittori si coglie un filo conduttore profondo: una memoria non solo individuale, ma eredità di un intero mondo trasmesso di generazione in generazione [D. Cavaion, La letteratura russo-ebraica, in Storia della Civiltà Letteraria Russa, UTET, Torino 1997, vol. 2, p. 686]. Essere ebreo significa custodire questa memoria. Come diceva il Baal Shem Tov: «L’essenza dell’essere è nella memoria».

In Genealogia emergono anche i ricordi dell’assedio di Leningrado, raccontati in netto contrasto con la retorica eroica della propaganda. Metter confessa di non aver provato alcun orgoglio patriottico: la resistenza non era eroismo, ma semplice lotta per la sopravvivenza. Qui il testo richiama da vicino Vasilij Grossman: non una città di eroi, ma di persone comuni. Accanto alla brutalità del regime, emergono figure straordinarie come Achmatova, Zoščenko e Brodskij, sconfitti allora ma destinati a restare modelli etici duraturi.

Il quinto angolo, invece, è il romanzo della memoria, della confessione e della colpa — un tema profondamente ebraico, sebbene non esclusivo. La narrazione epistolare consente a Metter di intrecciare la vita privata con la tragedia pubblica dello stalinismo. Egli rivede con onestà le proprie colpe: la vanagloria giovanile, la superficialità affettiva, l’incapacità di assumersi responsabilità. La storia d’amore con Katja, durata quindici anni, non è un racconto di amore eterno, ma il sintomo di una dipendenza emotiva e di un’incapacità di cambiare. Katja diventa così un pretesto narrativo: il vero tema è la normalità del male in una dittatura; non il terrore spettacolare, ma quello quotidiano, esercitato da colleghi e conoscenti, reso naturale dall’abitudine.

Il tema della colpa ne Il quinto angolo si colloca pienamente nella riflessione etica della modernità europea. Come in Kundera, Roth o Grass, la colpa non è legata a un atto eccezionale, ma alla normalità dell’esistenza sotto un regime ingiusto. Metter non si accusa di eroismi mancati, bensì di aver accettato la logica del «vivere come se nulla fosse». La sua è una colpa senza crimine, ma non senza responsabilità. In questo senso, la teshuvà che attraversa implicitamente il romanzo non è un concetto religioso, bensì una categoria etica laica: riconoscere il proprio coinvolgimento, senza autoassolversi e senza indulgere nella retorica della vittima. Il valore dell’opera di Metter risiede proprio in questa tensione: nel rifiuto tanto della giustificazione quanto della disperazione, e nella convinzione che la memoria, se onesta, possa ancora aprire una possibilità morale.

Metter forse non ne era consapevole, ma difficilmente si potrebbe immaginare un titolo più adatto a un romanzo sulla colpa, la memoria e la responsabilità. Il titolo Il quinto angolo concentra simbolicamente tutta la sua vicenda: l’angolo inesistente della cella di tortura, che i torturatori del KGB chiedevano al prigioniero di cercare, per divertirsi; la quinta categoria sociale, quella degli artigiani, che lo ha escluso dallo studio; i cinque anni di lettere alla Borisovna; i cinque livelli dell’anima e i cinque libri della Torà. E non è solo il quinto paragrafo che, nei questionari, richiedeva la nazionalità del soggetto, ma anche, e soprattutto, il cinque ebraico, la lettera he, che, secondo il Talmud, contiene il concetto di teshuvà, la confessione, il pentimento e la “seconda possibilità”: la quinta coppa di vino del seder di Pesach, quella del profeta Elia. 

Non possiamo cambiare il passato, ma non dobbiamo negarlo. Dobbiamo affrontarlo e trovare dentro di noi la forza di scegliere un altro percorso, per non ripetere i nostri errori. Dio chiese ad Adamo: «ayekka?– dove sei?» [Genesi 3,9]. Che si scrive allo stesso modo di ekhà [איכה], “come”. Prima di chiederci “come” è stato possibile che sia potuto accadere, chiediamoci “dove” eravamo noi, quando è successo. E se Dio non ce lo chiede, perché non crediamo, allora poniamoci noi la domanda: dove eravamo? Sì, teshuvà è ammettere le nostre brutte azioni, ma ancora più importante è riconoscere che nel nostro cuore esiste anche il bene — e dunque la speranza. Quella speranza che attraversa, silenziosa e tenace, tutte le storie di Izrail’ Metter.

(*) Il presente articolo è un breve riassunto del testo Il diritto di essere diversi: la teshuvà di
Israil’ Moiseevič Metter, pubblicato in La Rassegna Mensile di Israel, vol. LXXVII, n. 1-2 gennaio-agosto 2011.

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