di Chiara Zappa. Edizioni TS
Chi sono gli irriducibili della pace che danno il titolo al libro?
Sono donne e uomini, ebrei, musulmani e cristiani che hanno fatto della ricerca del dialogo e del confronto con l’altro una scelta di vita, pagata talvolta a caro prezzo e mai indolore. Sono israeliani e palestinesi determinati a trovare “l’essere umano” oltre il nemico, irremovibili nella convinzione che in Palestina «tra il fiume e il mare ci sarà pace».
Alcuni tra loro, segnati profondamente dalla perdita degli affetti più cari, hanno trasformato la sofferenza in azioni concrete di pacificazione.
È un libro, questo, tanto bello quanto necessario, perché in ogni pagina si dimostra che le politiche più feroci, violente e vessatorie, possono sì mettere a dura prova, ma non annientare la volontà delle popolazioni di vivere insieme pacificamente in questa terra da troppo tempo martoriata. È un testo imprescindibile, perché dà speranza; è uno sprazzo di luce nella desolazione del presente.
Accennerò molto brevemente a ogni biografia qui raccontata, perché tutte meritano attenzione, tutte dovrebbero essere lette e fatte leggere.
Layla Alsheikh, palestinese di Battir, perse il suo primo bambino di 4 mesi durante un’incursione israeliana nel suo villaggio. Pur avendo avuto in seguito altri figli, a rimarginare quella ferita e cambiare la sua vita furono, molti anni dopo, le parole di una donna israeliana incontrata a una riunione dell’associazione The Parents Circle-Families Forum.
Chen Alon, che dalla nascita della figlia si rifiuta di combattere nell’Esercito e diventa un refusenik. Oggi èun regista teatrale che mette in scena la riconciliazione.
Ariella Giniger e Reem Al-Hajajhreh, israeliana la prima e palestinese la seconda, pacifiste entrambe, hanno fondato rispettivamente l’associazione Women Wage Peace“Le donne portano avanti la pace”, e Women of the Sun “Le donne del Sole”. Dopo il massacro del 7 ottobre e il macello che ne è seguito, le due associazioni hanno intensificato i loro rapporti e le iniziative comuni.
Daoud Nassar, palestinese di fede evangelica, è proprietario, con il fratello, di una collina a monte del villaggio di Nahalin acquistata dal nonno di Daoud nel 1916, e registrata dall’Impero Ottomano. Dal 1991 Daoud è in causa con lo Stato di Israele che vorrebbe nazionalizzare quei terreni. I Nassar che, come cristiani, rifiutano la violenza, hanno deciso di resistere ma di non reagire con la forza; non hanno abbandonato la loro fattoria, vi hanno istituito la Tenda delle Nazioni, visitata ogni anno da ragazzi di tutto il mondo.
Mohammed Dajani Daoudi, damilitante di Fatah diventa pacifista e dà vita al movimento Wasatia, parola che nel Corano indica la via di mezzo, l’equilibrio, la giustizia, la tolleranza. Direttore dell’Istituto di Studi Americani alla Al-Quds University, aderisce come Wasatia a un progetto di scambi tra studenti israeliani e palestinesi. I primi si recheranno nel campo di Dheisheh per conoscere la Naqba da chi l’ha vissuta in prima persona; i secondi visiteranno Auschwitz. Per questo viaggio il professore viene espulso dal sindacato della Facoltà. Ciò che più lo ha addolorato è che nessun collega e pochissimi studenti hanno preso le sue difese.
Avi Dabush guida il movimento Rabbis for Human Rights, che riunisce religiosi di diverse correnti dell’ebraismo impegnati a riproporre il messaggio di pace e giustizia insito nella propria fede. Continua ad occuparsi, come ha fatto sempre, degli ultimi degli ultimi.
Suor Nabila Saleh, suora a Gaza, dopo il 7 ottobre deve lasciare la scuola della Rosary Sister che dirige per trasferirsi nella parrocchia della Sacra Famiglia che ospiterà 653 rifugiati, di cui si occupa insieme ad altre consorelle. Dopo sei mesi in quell’inferno riesce, con una ventina di persone, a passare in Egitto attraverso il valico di Rafah. La Rosary Sisters School oggi è sfigurata dalle bombe.
Tal Mitnick, Sofia Orr e Ben Arad sono tre giovani che, con grande coraggio e determinazione esemplare, si rifiutano, dopo il 7 ottobre, di adempiere l’obbligo del Servizio militare. Tal è finito in carcere per 185 giorni, Sofia per 85 e Ben, che come i compagni è refusenik per motivi politici, non sa quando ne uscirà.
Maoz Inon perde entrambi i genitori, che vivono nel moshav di Netiv HaAsara, per mano di Hamas nell’attacco del 7 ottobre. Alla veglia funebre partecipano in tanti, ad abbracciarlo tra i primi è Aziz Mejdi, il suo socio palestinese; Aziz ha perso all’età di 9 anni un fratello di 19, in seguito alle torture subite durante la prigionia in un carcere israeliano.
I due giovani uomini hanno trovato il riscatto del loro dolore e della loro rabbia nel valore e nella pratica del riavvicinamento; gestiscono un’agenzia turistica molto particolare. Organizzano viaggi di una settimana, con una guida israeliana e una palestinese, che illustrano ai turisti le due diverse prospettive e, per completezza, il tour prevede anche incontri con testimoni dell’una e dell’altra parte.
Samah Salaimee il marito Umar vivono nel villaggio di Neve Shalom-Wahat al-Salam, che significa “Oasi di pace”, in ebraico e in arabo. I suoi 300 residenti sono per metà ebrei e per metà arabi palestinesi con cittadinanza israeliana. Qui la convivenza tra diversi si vive, si esercita, si costruisce realmente un po’ ogni giorno. L’asilo nido, la scuola dell’infanzia e la primaria fino a 12 anni sono miste. Il loro modello educativo è stato adottato da diverse comunità con popolazione mista ed è stato riconosciuto ufficialmente dal Ministero israeliano dell’Educazione. Ma gli abitanti di quest’oasi hanno fatto anche altro: hanno costruito la Cupola del silenzio, in cui credenti di ogni religione, e anche non credenti, possono raccogliersi in preghiera o in meditazione.
Tra le storie che leggo ai miei nipotini c’è quella di un piccolo codirosso che una mattina si trovò di fronte ad una balena spiaggiata. Poiché il grande cetaceo non poteva muoversi, decise di portargli lui, una goccia alla volta, il mare, perché continuasse a vivere. Nonostante tre gabbiani lo sbeffeggiassero in modo sgangherato, non demorse. Ma da solo non ce la faceva. La notte allora chiamò a raccolta gli altri uccelli, che a migliaia risposero al suo richiamo. Grazie alle gocce che portarono tutti, il mattino dopo, la balena ritornò a solcare, libera, il mare.