Ebraismo pop tra fumetti e galassie lontane(*)

Fonte: Google.com

La casa editrice Marvel, in perenne concorrenza con la DC Comics, pubblica i fumetti più famosi del mondo occidentale: quelli dei supereroi. Non tutti sanno che tra i suoi personaggi c’è anche un’eroina israeliana: Sabra, il cui nome civile è Ruth Bat-Seraph. Questo personaggio nasce nel 1980, su sceneggiatura di Bill Mantlo e disegni di Steve Buscema. Debutta nelle storie dell’Incredibile Hulk e tutta la sua storia editoriale è attraversata dal rapporto con il “Golia verde”: a volte ne sarà avversaria, a volte alleata. 

Lunghi capelli ricci, diadema con Maghen David, costume biancoazzurro che richiama la bandiera israeliana: Sabra è una mutante che, nell’universo Marvel, sono esseri umani con una mutazione genetica che conferisce loro poteri straordinari. Scoperta la sua natura, fin da piccola viene posta al servizio del Mossad, preparata a usare le sue abilità per la sicurezza nazionale.

Nella traduzione italiana si scelse di rinominare il personaggio “Saba”. Questo perché il debutto nel nostro Paese avvenne nel 1989, sette anni dopo il massacro di Sabra e Shatila. Marco Marcello Lupoi, responsabile editoriale Marvel per Star Comics, operò il cambiamento per evitare fraintendimenti. D’altronde, chi allora in Italia conosceva il mito del Sabra combattente? Certo, vedere una giovane donna con il nome di battaglia “Nonno” è involontariamente comico per chi conosce l’ebraico, ma per gli altri il nome evocherà al più la Regina di Saba o il poeta triestino Umberto, notoriamente di origini ebraiche. Un adattamento non del tutto infelice, tutto sommato.

Eppure Sabra è l’incarnazione fumettistica di quel mito fondante israeliano: il pioniere nato nella nuova terra, che alterna lavoro manuale nei kibbutzim e difesa armata degli insediamenti. È una donna combattente, emancipata come da mito dei pionieri. Ancora oggi le tante giovani donne in divisa sono l’“esotismo” più citato da chi visita Israele per la prima volta.

La prima volta che io incontrai Sabra era il 1994. Marvel Italia pubblicava allora le storie di Hulk sceneggiate da Peter David nel 1991. La storia che lessi si intitolava Il piccolo Hitler e partiva da una premessa sconvolgente: Delfi, un membro del Pantheon con capacità divinatorie, individua in un bambino di dieci anni un futuro dittatore nazista. Achille, agente del Pantheon, invulnerabile come il semidio suo omonimo, si mette sulle tracce del piccolo per ucciderlo. Il ragazzo è figlio di diplomatici, ed è in viaggio – guarda caso – in Israele. Hulk (che per l’Achille dei fumetti è “il tallone”, dal momento che le radiazioni gamma di cui il gigante è intriso tolgono al semidio i suoi poteri) viene mandato là per fermarlo. Un malinteso lo fa però scontrare con Sabra, attivata per proteggere il bambino. Chiarito il malinteso dopo una lotta spietata, i due rendono inoffensivo Achille unendo le forze. Solo allora questi spiega le sue ragioni: è un sopravvissuto alla Shoà. Nato in Germania nel 1909, scoprì di essere invulnerabile solo quando fu gassato a Dachau, risorgendo tra i cadaveri. Sua moglie e i suoi figli erano persi. «Non mi aspetto che il dott. Banner capisca, Sabra…», dice, «ma tu… tu lo sai… “Mai più”».

Peter David, ebreo newyorchese, mette qui a confronto due risposte differenti al trauma della Shoà. Da un lato quella sionista, Sabra, che è talmente intrisa di nazionalismo da spingere Hulk a pensare: «Non combatto contro una donna, ma con il servizio di reclutamento sionista!». Mentre lotta corpo a corpo con uno degli esseri più forti dell’universo Marvel, Sabra gli tiene testa e continua a parlare: «Avete tutti così poco rispetto per noi… io sono piccola, e tu enorme… anche Israele è piccola, ma combatte i suoi nemici!».

Sabra ha un’identità diversa da Achille: essendo nativa israeliana, la sua memoria è staccata dalla Shoà. La conosce, ma non per averla vissuta. Altri traumi hanno segnato la sua famiglia, primo fra tutti la perdita del figlio in un attentato terroristico. Achille invece appartiene a quegli innumerevoli che nella Shoà hanno perso tutto, e il suo senso etico è stato modificato dai traumi subiti.

Sabra nel suo costume originale degli anni Ottanta, con il mantello blu piumato e fibbia con il Maghen David (fonte Wikipedia.org)

Dopo decenni come comparsa nelle storie Marvel, il personaggio è tornato recentemente alla ribalta quando i Marvel Studios hanno annunciato nel settembre 2022 che Sabra sarebbe apparsa in Captain America – Brave New World, interpretata dall’attrice israeliana Shira Haas. L’annuncio ha immediatamente scatenato un fiume di polemiche social. Yumna Patel di Mondoweiss, sito pro-palestinese, ha dichiarato: «Dire che una supereroina chiamata Sabra è problematica è la minimizzazione del secolo». Paradossalmente, si erano alzate anche voci che temevano propaganda antisionista da parte della Marvel.

Quando poi il film è uscito, nel 2025, si è scoperto che il personaggio era stato completamente edulcorato: la Haas interpreta Ruth Bat-Seraph, ma non viene mai chiamata con il nome di battaglia Sabra, non indossa alcun costume, non è un’agente del Mossad, e la sua origine israeliana rimane implicita. È una guardia del corpo del Presidente degli Stati Uniti, il ruolo nella trama è marginale. Una presenza così annacquata da far sospettare che l’idea di inserirla avesse il solo scopo di generare polemiche per alzare l’hype – “purché se ne parli”. Il problema con Sabra, evidentemente, non è ciò che fa o rappresenta, ma il fatto stesso che esista. Esattamente come il Paese di cui nei fumetti si fa simbolo.
Se nei fumetti un’eroina di bandiera è la rappresentazione di una possibile identità ebraica contemporanea, un esempio sotto mentite spoglie lo troviamo sul piccolo schermo, nell’universo di Star Wars. Per la sua saga, George Lucas ha sempre attinto ai miti più antichi. La serie The Mandalorian non fa eccezione, e rappresenta un esempio molto sofisticato di riflessione antropologica attraverso la fantascienza. 

I Mandaloriani sono un gruppo etnoreligioso sopravvissuto in parte a una “grande purga” praticata dall’Impero Galattico, e che vive in diaspora. Grogu, il “Baby Yoda” dalla culla volante sospesa sulla sabbia, evoca immediatamente Mosè: fragile ma protetto, probabilmente destinato a cambiare il corso della storia. La sua vicenda incarna un paradosso: Grogu appartiene alla stirpe di Yoda, ma a crescerlo sarà il mandaloriano Din Djarin. Grogu stesso lo sceglie, abbandonando Luke Skywalker per abbracciare la Via di Mandalore; «il tuo popolo è il mio popolo»: non è la genetica a determinare l’appartenenza, è l’accettazione della legge, la vita comunitaria. L’adozione è un pilastro culturale mandaloriano, che ai membri “di sangue” accosta i trovatelli cresciuti nella Via di Mandalore (e qui qualcuno sentirà un’eco della parola Halakhà). Il primo mandaloriano che incontriamo nella saga cinematografica, Boba Fett (in L’Impero colpisce ancora, 1979) aveva abbandonato la Via; ma suo padre Jango Fett (che apparirà nel prequel Episodio II – L’attacco dei cloni, 2002), di cui Boba eredita l’armatura, era uno di questi trovatelli.

I mandaloriani non possono mai togliere il loro elmo: è la kippà galattica, segno visibile dell’appartenenza, custodia dell’identità spirituale. Si toglie solo per alimentarsi – rito privato, non sociale. Din Djarin è cresciuto nei Children of the Watch, la corrente più osservante: per loro l’elmo è barriera sacra tra sé e il mondo. Ma un giorno, salvato da altri mandaloriani, li vedrà togliersi l’elmo davanti a lui. Per lui è un terremoto teologico; per loro, è normalità. La leader di questo gruppo è Bo-Katan Kryze, mandaloriana di stirpe regale. Lei porta la sua eredità culturale senza portare ogni regola all’estremo. La sua Mandalore è moderna, capace di dialogare con altre culture. Insomma: anche i mandaloriani hanno i loro reform. L’armaiola, massima autorità religiosa dei Children of the Watch, affiderà a Bo-Katan la missione di riunire i mandaloriani diasporici, suggerendole di farlo a volto scoperto: pieno riconoscimento reciproco per il bene comune.

Anche Din Djarin, per proteggere Grogu, dovrà travestirsi e togliersi l’elmo, infrangendo un precetto. Per redimersi, dovrà immergersi nelle «acque viventi» di Mandalore: il miqwé interstellare! Come il bagno rituale ebraico, non è pulizia fisica ma rinascita spirituale. 

In seguito, sotto la guida di Bo-Katan – una leadership femminile che ancora richiama i chalutzim – i mandaloriani tornano al pianeta madre. È la‘aliyà galattica, con una scoperta: Mandalore non era mai stata abbandonata del tutto. Come gli ebrei del vecchio Yishuv in terra d’Israele, alcuni mandaloriani sono sempre rimasti sul pianeta Mandalore, custodi silenziosi della tradizione. Il confronto genera tensioni ma anche riconoscimento. Chi ha vissuto l’esilio ha imparato l’adattabilità; chi è rimasto ha preservato l’autenticità. Insieme dimostrano che la sopravvivenza culturale passa attraverso la capacità di radicarsi ovunque senza perdere la stella polare dell’identità.

Sabra e The Mandalorian offrono due modalità radicalmente diverse di dialogare con l’identità ebraica. Sabra, modellata su Capitan America e sugli altri eroi “di bandiera” di quegli anni (Capitan Bretagna, Il Guardiano Rosso per l’URSS…), è personificazione di Israele: Stella di Davide, colori della bandiera, mito fondativo. Questa trasparenza la rende vulnerabile: diventa bersaglio non per quello che fa, ma per il fatto di esistere. The Mandalorian sceglie l’allegoria: l’elmo come kippà, le acque viventi come miqwé, il ritorno come ‘aliyà, la tensione tra ortodossia e riforma. È ebraismo crittografato, che parla a chi sa ascoltare. 

Chiaramente, questo è uno strato di lettura per l’opera, non l’unica chiave interpretativa. The Mandalorian funziona perfettamente come Western spaziale, come riflessione sulla paternità adottiva, come Space Opera Samurai… e anche per questo risuona ancor più profondamente come narrazione che include i temi della diaspora, dell’osservanza, del ritorno.

Quale strategia è più efficace? Forse la domanda è mal posta. Sabra afferma il diritto di esistere senza scusarsi. The Mandalorian dimostra che l’identità ebraica può permeare la cultura universale senza perdere specificità. Si può essere ebrei senza dover scegliere? La risposta è doppia; la via di Sabra dice: sì, ma preparati a combattere per il diritto di esistere. La via di Mandalore dice: sì, ma solo se scegli ogni giorno di esserlo attraverso la pratica.

Non esiste una sola via. C’è spazio per la dichiarazione esplicita e l’allusione velata, per la bandiera biancoazzurra e l’elmo in acciaio beskar. Per pregare al Kotel sotto il cielo di Gerusalemme, ma anche in un oratorio ricavato nella soffitta di un condominio anonimo. Per mettersi in mostra come un bersaglio variopinto, e per sussurrare la propria identità tra le rotte di una galassia lontana lontana.

Questo ebraismo “pop” non è escapismo: è una forma di esegesi contemporanea. E forse, in questi anni in cui le sinagoghe hanno bisogno di guardie armate e gli studenti devono nascondere la kippà nei luoghi pubblici, raccontarsi attraverso supereroi e cavalieri Jedi non è fuga dalla realtà: è resistenza culturale.

(*)Il presente articolo è una sintesi della relazione presentata a Limmud Italia Days, Firenze, 7-8 dicembre 2025.

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