L’eredità di Rabin trent’anni dopo

Tre spari alla schiena, esplosi al termine di un comizio per la pace. Moriva così, il 4 novembre del 1995, il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin. Assassinato da un giovane ebreo estremista che voleva uccidere con lui le speranze messe in moto dalla firma degli Accordi di Oslo. Trent’anni dopo, cosa resta dell’eredità del due volte Primo Ministro d’Israele e del soldato pluridecorato che oggi ricordiamo anche come un coraggioso “soldato di pace”? 
Ho cercato di raccontarlo in un libro, E sceglierai la vita (citazione da Deuteronomio 30,19), pubblicato dall’editore Minerva e uscito a ridosso dell’anniversario. Familiari, conoscenti, amici, rivali mi hanno aiutato a ricostruire alcuni aspetti biografici di uno dei più importanti personaggi del Novecento. Un uomo che ha plasmato, difeso e poi rappresentato Israele ai più alti livelli e infine cercato di traghettarlo in un nuovo capitolo, sempre consapevole degli enormi rischi correlati. Senza girarci intorno, Rabin disprezzava Yasser Arafat. Sarebbe stato strano il contrario: da una parte un soldato con un’etica, dall’altra un terrorista i cui uomini hanno messo nel mirino per decenni soldati e civili, provocando stragi immani. Rabin si convinse però che troppo sangue fosse stato versato e che una soluzione andasse trovata per il bene di tutti, in primis naturalmente di Israele. E lo ricordò anche in quell’ultima sera, parlando alle oltre centomila persone ritrovatesi in piazza Re d’Israele, poi rinominata piazza Rabin in sua memoria. Non esiste per Israele una strada indolore «ma quella della pace è preferibile a quella della guerra», scandì. Rabin intervenne «da militare e Ministro della Difesa, che vede la sofferenza delle famiglie dei soldati delle forze israeliane di difesa: è per loro, per i loro figli e nipoti, che io voglio che questo governo sfrutti a fondo anche la minima possibilità di andare avanti per raggiungere una pace completa». Pace, in ebraico Shalom: auspicio e formula di saluto. La pace, ricordò Rabin, «non è solo una preghiera, la pace è in tutte le nostre preghiere, ma è anche nell’aspirazione del popolo ebraico».
Qual è l’eredità oggi di Yitzhak Rabin, anche alla luce degli ultimi due dolorosissimi anni innescati dai massacri del 7 ottobre? L’ho chiesto tra gli altri a Dalia, la figlia, che dirige lo Yitzhak Rabin Center di Tel Aviv. «Il suo messaggio ha ancora una sua forza e non dobbiamo stancarci di ricordarlo e promuoverlo», mi ha risposto. «Israele come luogo democratico, aperto alle diverse opinioni, proteso all’empatia, al rispetto di ogni anima e identità e in cerca di una pace giusta per tutti». Per tutti i visitatori del Centro, dove si raccontano insieme la storia di Israele e del padre, vale lo stesso avvertimento: «Dalla fondazione dello Stato a oggi la società israeliana è piena di controversie. E va bene così. Non solo va bene, ma le controversie sono parte integrante del successo di Israele, della sua creatività, del suo progresso e della sua ricchezza culturale». La missione non è quindi attenuarle, ma al contrario gestirle e ascoltare con sincerità. Ma per farlo, «dobbiamo concordare sui parametri della discussione e sulle regole democratiche del gioco». E di conseguenza, lavorare per disinnescare i piromani delle parole.

È d’accordo Tsvia Peres Walden, la figlia di Shimon Peres, che mi ha accolto nella sua casa di Ramat Gan. «Prima di quel 4 novembre mai avrei pensato che sarebbero arrivati a uccidere», mi ha detto. «E invece, quando accadde, tutte le mie illusioni sono crollate. Anche mio padre ne aveva, pensava che con il dialogo avrebbe potuto convincerli a ragionare. Ma si sbagliava perché, quando il motore ideologico è il fanatismo, non c’è alternativa rispetto alla repressione».
E sceglierai la vita inizia dal monte Herzl a Gerusalemme, davanti alla tomba di Rabin, luogo in cui palpita l’essenza del sionismo. Un termine oggi “maledetto” da un pacifismo mainstream pericolosamente ideologico, demonizzante Israele e nel migliore dei casi astratto. Per concludersi “dall’altra parte”, a Ramallah, davanti alla tomba di Arafat. «Non ho creduto nemmeno per un secondo che Arafat fosse un partner e non sono sicuro che Yitzhak lo credesse», testimonierà il suo storico portavoce e amico Eitan Haber, scomparso nel 2020. «Ma sono sicuro, e lo so perché ne abbiamo parlato, che Rabin credeva che la pace sarebbe stata possibile solo se fatta con tipi come lui». La pace si fa in due, la pace si fa tra nemici. È giusto interrogarsi su chi oggi, dentro Israele, minaccia la democrazia liberale e punta allo sgretolamento di fondamentali conquiste civili in un parossismo di parole “malate” che strizzano l’occhio agli estremisti. Ma al tempo stesso è necessario non eludere la domanda di sempre: dall’altra parte, c’è oggi qualcuno pronto a “scegliere la vita”? E a farlo non solo a parole? 

Yitzhak Rabin, nato a Gerusalemme il 1° marzo 1922 da una famiglia originaria dell’Europa orientale, fu Primo ministro dal 1974 al 1977, Ministro della Difesa in gran parte degli anni ’80 e di nuovo Primo ministro dal 1992 al 1995. Nel 1994, a seguito degli Accordi di Oslo, ricevette il Premio Nobel per la Pace insieme a Shimon Peres e Yasser Arafat. NdR

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