La verità del male. Il processo Priebke

Ci sono vicende storiche che rimangono silenziose nella memoria per poi riaffiorare, periodicamente, a distanza di anni. Questo avviene perché toccano un nervo scoperto della nostra identità collettiva e della nostra coscienza morale. La storia del processo a Erich Priebke è una di queste. 

Priebke, ufficiale delle SS, fu uno dei responsabili dell’eccidio delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944, in cui furono assassinate 335 persone, tra cui 75 ebrei romani. Dopo la guerra riuscì a fuggire in Sud America, dove visse indisturbato per decenni, protetto da una rete di complicità e silenzi. Quando emerse la sua identità, negli anni ’90, non solo non mostrò alcun rimorso, ma rivendicò la sua adesione al nazismo, difendendo le proprie scelte con una freddezza che ancora oggi lascia sgomenti.

Il processo italiano a Priebke, tra il 1996 e il 1998, non fu soltanto un procedimento giudiziario: fu uno specchio della società italiana. Mise in luce tensioni politiche, ambiguità istituzionali, posizioni negazioniste e giustificazioniste, ma anche la straordinaria forza civile della comunità ebraica, dei familiari delle vittime e di non pochi politici e semplici cittadini.

Con David Parenzo – mio socio nella Golem Multimedia – abbiamo sentito la necessità di raccontare non solo la figura di Priebke, ma ciò che la sua vicenda ha significato per l’Italia. Non volevamo limitarci a ricostruire un fatto storico: volevamo restituirne l’impatto emotivo, morale e politico, parlare di quei giorni come di un prisma che riverbera ancora oggi luce e ombre. L’Italia degli anni del processo, sospesa tra rigurgiti negazionisti e ricerca di giustizia; il ruolo della Comunità ebraica di Roma, che con dignità e determinazione lottò per impedire la fuga del criminale nazista; la difficoltà di un Paese nel confrontarsi con il proprio passato. Su queste tematiche nasce l’idea di un documentario che non fosse solo cronaca, ma anche riflessione collettiva.

Per realizzarlo abbiamo voluto una squadra capace di affrontare la complessità storica e narrativa del tema. Abbiamo coinvolto Giancarlo De Cataldo, che ha firmato il soggetto e ne è anche il narratore. La sua voce, la sua sensibilità letteraria e il suo sguardo giuridico hanno dato al racconto un equilibrio raro: rigore e profondità, ma anche empatia. La regia e la co-scrittura del soggetto sono state affidate a Alberto Ferrari, che ha portato una visione filmica limpida, capace di mescolare testimonianze, materiali d’archivio e una messa in scena misurata ma incisiva. Lorenzo Hassan, come produttore esecutivo, ha coordinato il lavoro con professionalità esemplare, costruendo un team affiatato di ricercatori, montatori, tecnici del suono e dell’immagine, storici e consulenti. È stato un progetto collettivo, un lavoro corale che ha visto la partecipazione di molti professionisti che hanno creduto nell’importanza civile di questa storia. Il documentario ha avuto il sostegno e il patrocinio della Fondazione Museo della Shoah, è stato acquistato dalla RAI ed è tuttora disponibile su RaiPlay, a testimonianza del riconoscimento istituzionale e pubblico che questa opera ha ricevuto.

Il titolo del documentario, La verità del male, è una parafrasi deliberata della celebre espressione di Hannah Arendt, «la banalità del male». È un omaggio implicito al suo lavoro e, allo stesso tempo, un modo per prendere posizione rispetto ai limiti e alle ambiguità che quella formula porta con sé.

Le intuizioni arendtiane sulla personalità nazista – l’obbedienza burocratica, la rinuncia al pensiero critico, la normalizzazione dell’orrore – restano fondamentali per comprendere la struttura psicologica e istituzionale del totalitarismo. Eppure, nel caso di Erich Priebke, sentivamo il bisogno di andare oltre.

La nostra ricerca, le testimonianze raccolte e lo studio approfondito degli atti del processo mostrano una realtà più complessa e più scomoda: Priebke non fu un ingranaggio passivo. Non un burocrate svuotato di volontà. Non una pedina senza scelta.

Al contrario, ciò che emerge dalle interviste e dai documenti d’archivio che mostriamo nel documentario è un’adesione consapevole, progressiva, costruita nel tempo. Una serie di scelte – piccole e grandi – che lo condussero, passo dopo passo, a prendere parte all’apparato repressivo nazista, a far carriera nelle SS, a interiorizzarne la logica ideologica e, infine, a partecipare consapevolmente alla strage delle Fosse Ardeatine.

Ecco perché “la verità del male”: perché in Priebke il male non appare come un vuoto, una sottrazione, un automatismo; appare come una verità personale, un’identità accettata, plasmata e rivendicata. Una verità fatta di convinzioni, di opportunismi, di scelte reiterate che nulla hanno di banale.

Raccontare questa distinzione non è solo un esercizio teorico: significa prendere atto che il male può avere un volto determinato, convinto e responsabile. E che proprio per questo, comprenderlo e riconoscerlo nel presente è ancora più urgente.

https://www.raiplay.it/programmi/laveritadelmale-ilprocessopriebke

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