Charles Berlin negli uffici della Divisione, circondato da spedizioni di nuovo materiale
Foto di Stu Rosner (per gentile concessione dell’autore)
Sicuramente è sfuggito a tanti lettori di Toscana ebraica che la foto sulla copertina dell’ultimo numero del 2025, scattata da Israel Zafrir nel 1966, è tra le prime immagini dell’opera di Dani Karavan alla Knesset e, come fondale dell’aula assembleare del Parlamento, è una testimone silenziosa durante i suoi lavori e l’opera d’arte più fotografata in Israele.
La liberatoria di utilizzo di questo documento storico è stata concessa dall’Archivio dell’Israel Museum di Gerusalemme, al quale rinnoviamo il nostro ringraziamento, che ci ha fatto notare come la digitalizzazione sia stata possibile grazie a un contributo di Adeline Moses Loeb Book Fund e Judaica all’Harvard University Library. Mi sono quindi chiesto cosa poteva unire Judaica all’archivio Zafrir dell’Israel Museum, venendo poi a conoscenza che un gran numero degli archivi dello Stato d’Israele, sia pubblici che privati, hanno una presenza speculare in quella singolare istituzione statunitense.
Si legge infatti nel sito della Biblioteca di Harvard che i materiali giudaici e in lingua ebraica fanno parte della biblioteca sin dalla fondazione dell’Università nel 1635. La moderna Judaica Division fu invece fondata nel 1962 da un allora giovanissimo, neo laureato, Charles Berlin – che ancora oggi, a ottantanove anni, vigila su tutti i suoi aspetti, tra cui lo sviluppo della collezione, le acquisizioni, la catalogazione, la costruzione di collezioni digitali, i servizi di reference, la raccolta fondi e le pubblicazioni – e oggi è un microcosmo della biblioteca: l’attuale collezione comprende oltre 912.000 titoli (esclusi i materiali digitali), con più di 20.000 nuovi titoli aggiunti ogni anno, costituendo circa il 5% dell’intera collezione. L’ebraico, inoltre, è l’ottava lingua più rappresentata nelle collezioni della Biblioteca.
La collezione di immagini digitali di Judaica è la più grande raccolta di HOLLIS Images, con oltre 6,3 milioni di immagini, ed è in costante crescita. La sua missione è fungere da risorsa accademica globale, ma la specificità della raccolta va oltre il consueto e tende a essere più estesa e omnicomprensiva possibile, includendo materiali provenienti o legati allo Stato di Israele, senza esprimere giudizi di valore, di tutto (e di più) ciò che viene stampato, scritto o fotografato: protocolli di ogni genere, libri, manifesti, inviti pubblici, privati e personali, programmi di concerti, teatro, incontri accademici, raduni sociali, assemblee e comizi politici, eventi religiosi, perfino dei pashkvili (un manifesto in poche copie, affisso esclusivamente e solo in alcune enclave di ultraortodossi a Gerusalemme). E proprio nel chiedere la liberatoria dai diritti d’autore della foto allegata a quell’articolo, sono venuto a sapere che perfino una copia di tutti i numeri di Firenze ebraica, ora Toscana ebraica, fa parte di questa raccolta.
Di particolare clamore – ma fatti simili sono accaduti con altri archivi come quello dell’Israel Museum – è la vicenda della acquisizione della collezione di Kol Israel (prima di una radicale trasformazione in Autorità – Rashut ha-shiddur e di seguito nella rinnovata veste). In quel caso sono stati ceduti i diritti dell’intero archivio, migliaia di ore di trasmissione che fino a quel momento erano tenuti accatastati in una soffitta a Gerusalemme. In un’intervista, Moti Amir, all’epoca caporedattore e responsabile di quel deposito, rivelava che «Le autorità predisposte vi attribuivano meno importanza della carta igienica». Amir raccontava in quell’occasione del suo fortuito incontro a New York con Charles Berlin, che sul momento gli propose la digitalizzazione dell’intero materiale. «Avvertii che i film si stavano sgretolando e che era coinvolto molto materiale, la cui conversione sarebbe costata somme immaginarie, e Berlin chiarì che i soldi non sarebbero stati un problema». La digitalizzazione fu realizzata, finanziata da Harvard che, secondo l’accordo, ne ottenne in cambio una copia, condividendone i diritti. L’intero materiale fu catalogato con una ripartizione del contenuto di ciascuna edizione, e oggi è possibile sentire la voce di Ben Gurion dichiarare l’indipendenza d’Israele, partecipare al processo contro Adolf Eichmann, ascoltare i rumori delle guerre, come quella di Kippur, con la voce sommessa di Golda Meir annunciare lo scoppio dei combattimenti; oppure Moshé Dayan che tenta, con dubbia enfasi, di descrivere l’andamento delle battaglie e, come in tutte le azioni militari, gli umori di chi ha perso dei famigliari o i saluti dei soldati impegnati sul fronte – tutti ascolti che ci consentono di essere presenti nel passato.
Già dalle prime fasi del progetto, Berlin capì l’utilità di rendersi indipendente dal bilancio universitario e sviluppò un nuovo meccanismo di finanziamento con la creazione dell’associazione Amici della Collezione Giudaica di Harvard, una cerchia di sostenitori che, grazie al loro aiuto, «contribuiscono a preservare contenuti unici per la memoria eterna del popolo ebraico».
Oggi l’archivio di Judaica si presenta opulento, ed eccede ben oltre la finalità delle raccolte accademiche. Il professor Charles Berlin è ancora il deus ex machina dell’istituzione ma, insieme ai suoi più stretti collaboratori, suscita un inquietante pensiero: siamo sicuri che lo Stato d’Israele non rischi l’estinzione?
Haim Beer, poeta e narratore israeliano, professore emerito dell’Università Ben Gurion nel Negev, fu invitato, come molti altri, a visitare l’archivio, e si chiese cosa ci facessero a Harvard dei documenti così variegati, molti dei quali considerabili delle cianfrusaglie. A riguardo annota con irritato risentimento: «Qualcuno ha costruito un meccanismo ben oliato per un momento in cui ogni conoscenza sullo Stato di Israele sarà cancellata», aggiungendo: «Come possiamo vivere in pace con la visione che una civiltà abbia bisogno di essere sostenuta in un altro Paese, dall’altra parte del globo?».
Indubbiamente, prima della Guerra del Kippur, rivissuta più intensamente il 7 ottobre 2023, questo pensiero poteva apparire fuori luogo, perfino insensato, ma alla luce di quanto accaduto, è così ancora oggi?