In questi ultimi due anni difficilissimi, forse il periodo più difficile che Israele abbia mai avuto dalla sua fondazione, sia dal punto di vista fisico e psicologico sia dal punto di vista politico, constatiamo che, nonostante il post-trauma e la depressione diffusi, si sono sviluppati in Israele movimenti culturali e politici innovativi, all’avanguardia, che più che altro cercano di far sentire una voce chiara, che riafferma il valore della vita umana e mette in guardia contro la deriva di una degenerazione morale. Uno di questi movimenti è lo Smol Emunì – la cui traduzione letterale “Sinistra di fede” non ne indica, tuttavia, l’identità religiosa dei membri quanto un approccio che tenti di rafforzare un ebraismo etico (lottando contro una cultura religiosa estremista, sempre più dominante in Israele, che utilizza l’ebraismo per trasmettere contenuti razzisti e di odio) e di contrastare il linguaggio religioso di vendetta nel discorso politico e di reagire all’attualità con l’attivismo.
Per usare le parole di Mikhael Manekin, il direttore e uno dei fondatori del movimento: «Smol Emunì è un tentativo di creare una contro-teologia e un contro-movimento a quello che per noi è un assalto al nostro modo di capire la tradizione e la teologia ebraica».
Il movimento, che è stato fondato nel novembre 2022, spinto dalla rivoluzione sulla giustizia in Israele (מהפיכה משפטית), è cresciuto molto rapidamente dal 7 ottobre 2023 in poi. Al convegno tenutosi a settembre a Gerusalemme hanno partecipato circa mille persone, che provenivano da diversi background religiosi: ortodossi, tradizionali, charedì e, sorprendentemente, anche non pochi laici.
Si possono individuare tre assi centrali di attività del movimento:
- Per poter diffondere e rafforzare il loro pensiero è stato iniziato un progetto editoriale. Esaminando alcuni dei titoli delle pubblicazioni della loro casa editrice Maqom si può capire lo spirito del movimento: a) una raccolta di riflessioni ebraiche contemporanee sulla guerra, intitolata Redenzione, Misericordia, Pace (Pedut, Rachamim, Shalom), che si apre con la citazione dal libro del Deuteronomio (30,19): «[…] Io ho posto davanti a te la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli la vita […]»; b) un libretto tascabile per aiutare i soldati a mantenere un’etica nel contesto dell’esercito, intitolato Custodia dell’anima (Shemirat ha-nefesh); c) una raccolta di scritti di quello che era il rabbino di Tel Aviv all’inizio del ’900, rav Avigdor Amiel, che prende il nome da uno dei suoi sermoni: Sionismo di odio, sionismo di amore (Tziyonut shel Sin’à, Tziyonut shel Chibbà), in cui rav Amiel sollecita a sostituire il sionismo di odio, basato sull’egoismo e sull’aggressività, con un sionismo d’amore fondato sui valori etici ebraici.
- Attivismo – nell’ambito di Smol Emunì si è organizzato un gruppo, composto per lo più da giovani, chiamato “Bnei Avraham” (I figli di Abramo). È un gruppo di attivisti che vanno nei villaggi dei palestinesi nei Territori occupati per proteggerli dai coloni. Secondo Emanuel Levi, che fa parte di questo gruppo, dall’inizio della guerra i palestinesi soffrono un aumento di diversi tipi di violenza da parte dei coloni: furti, sabotaggio delle fonti d’acqua e, nei casi peggiori, anche violenza fisica. Con la loro presenza e la possibilità di documentare ogni violenza, oltre al diverso status legale che li protegge, i membri di Bnei Avraham riescono spesso a tenere lontani i coloni. È anche un’occasione per dimostrare la loro solidarietà e incontrare i palestinesi in modo pacifico. Per molti di questi membri di Bnei Avraham, andare in questi villaggi è anche una sfida a livello halakhico. Vanno lì per Shabbat e, essendo osservanti, devono trovare il modo di svolgere il loro compito di proteggere il villaggio riuscendo contemporaneamente a osservare lo Shabbat. Questo è, secondo Emanuel, il vero significato del concetto di Torat chayim (Torà di vita), una Torà che permette agli esseri umani di vivere. Per Emanuel l’esperienza di Bnei Avraham fa parte di una sua visione religioso-teologica, rispetto alla quale confida: «Io sono un uomo di fede. Sono un ebreo ortodosso. Non credo che le cose succedano per caso. Credo che siamo nati in un luogo e in un tempo per la volontà di Dio, perché vuole che noi agiamo. Dio crea una realtà piena di oppressioni perché vuole che noi ci ribelliamo contro questa situazione. Come fa Abramo nel caso di Sodoma, come fa la figlia del faraone in Egitto. Questo è il mio modo di essere ebreo».
- Accanto a queste attività importantissime, hanno aperto case di studio (baté midrash בתי מדרש) a diversi livelli. Anche lì spesso ricorre l’espressione Torat Chayim. C’è una grande attenzione nello studiare le fonti sia tradizionali – il TaNaKh e i suoi commenti, il Talmud – sia più moderne e contemporanee, nell’ottica di trovare all’interno delle fonti quella forza e quel messaggio di cui Smol Emunì ha bisogno per affrontare questo momento storico-politico e per diffondere valori come l’uguaglianza, l’universalità dei diritti e altri. La Midrasha dei giovani, dove ragazzi/e di diverse provenienze – da ragazze charediyot a ragazzi laici – studiano insieme fonti ebraiche classiche – Talmud, Maimonide e altre fonti del Medioevo – insieme ai testi della Qabbalà di Safed e di scrittori moderni come Heschel e Levinas. Nel seminario guidato dallo storico israeliano professor Amnon Raz Krakotzkin si studiano testi come il saggio pacifista di Simone Weil Non ricominciamo la guerra di Troia, affrontato criticamente alla luce dell’attualità. I partecipanti hanno inoltre approfondito la questione della Diaspora, domandandosi se gli israeliani non abbiano costruito essi stessi una galut all’interno di Israele, e hanno analizzato le Tesi sul concetto di storia di Walter Benjamin per riflettere sulla dimensione storica e spirituale dell’esilio.
Lo Smol Emunìha aperto un percorso educativo ed etico stimolante e innovativo per gli israeliani, che è un esempio importante per noi qui nella Diaspora. Negli Stati Uniti, infatti, è già nato SmolEmunì US, una rete di ebrei osservanti e progressisti che si ispirano al movimento israeliano per promuovere un dialogo tra fede, giustizia sociale e impegno politico. Ma, diversamente dall’atteggiamento degli israeliani verso la galut negli ultimi decenni, che si può riassumere nelle parole «Da Sion uscirà la Torà», lo Smol Emunì ha adottato un approccio buberiano. Martin Buber vedeva il rapporto tra Israele e la Diaspora come un rapporto dialogico e reciprocamente dipendente, basato su una responsabilità condivisa e su un’eredità ebraica condivisa e in evoluzione. Significa che, per sopravvivere spiritualmente, Israele deve inevitabilmente abbracciare anche la cultura ebraica diasporica.
Concluderò con quello che vedo come un invito da parte di Mikhael Manekin a noi qui nella Diaspora: «La tradizione ebraica italiana ha un grande contributo da offrire a noi israeliani, avendo delle radici nel pensiero di sinistra. Israele ha bisogno di altre esperienze che vengono da fuori. Possono portare un grande apporto al dibattito in Israele».
L’ebraismo come metodo, non come potere.
Fedeltà al pensiero dialettico della Diaspora contro le derive integraliste del presente.
Wlodek Goldkorn
Vorrei in questo testo, personale, soggettivo parlare del disagio che provo per i modi con cui noi ebrei affrontiamo la sfida che un ebraismo fondamentalista e integralista al potere (sebbene non ancora del tutto dominante) in Israele pone alla nostra identità e memoria. Intendo dire: memoria e identità ebraiche, non solo israeliane. Vorrei dunque partire da una domanda che mi pongo e mi tormenta. La domanda è la seguente: dove abbiamo sbagliato per aver permesso che le nostre memorie e le nostre identità fossero interpretate a modo loro da fondamentalisti, integralisti che della tradizione dei duemila anni della Diaspora, una tradizione che ha dato vita a un metodo (sì, un metodo) dialettico, dialogico, aperto di interpretare i nostri doveri da umani e da ebrei, non sanno che farsene?
Non sto parlando della memoria delle persecuzioni, una memoria delle vittime ma anche dei resistenti. Quella è stata (a mio parere) occupata e sequestrata da molto tempo, da quando si è pensato di declinare il “mai più” come mai più agli ebrei e non mai più a tutti; una controversia simile in fondo a tutte le controversie che dividono – fra “universalisti” e “nazionalisti” – tutti i popoli che hanno subito persecuzioni e sconfitte. Sto parlando invece della situazione specifica ebraica che non può essere liquidata dicendo: «noi non siamo israeliani», oppure «sono affari degli israeliani». I fondamentalisti al potere in Israele pretendono di parlare a nome di tutto l’ebraismo, convinti come sono che il loro ebraismo è quello giusto, l’unico autentico.
Semplificando – da ebreo non osservante e non esperto delle Scritture e delle halakhot,ma ebreo cresciuto come erede di una tradizione di letteratura, cultura, spiritualità benché laica (esiste anche una spiritualità laica che dialoga con quella religiosa e non la rinnega, in un rapporto dialettico) – penso che la cosa più bella, più significativa, più importante che noi ebrei abbiamo dato al mondo, sia un insieme di testi dialettici appunto, studiati in conversazione, aperti e dove la contestazione è benvenuta, e che è un prodotto della Diaspora. Quei testi sono, ovviamente e semplificando, il Talmud e tutto quello che ne deriva per vie dirette e indirette e fino al Novecento, come speculazione filosofica, sensibilità artistica, capacità di convivere con più verità e identità, apertura al nuovo, curiosità che porta a scoprire terre sconosciute, vere e metaforiche, attitudine a creare astrazioni, e infine il rifiuto di ogni dogma e di ogni ipotesi di infallibilità degli umani e perfino dell’infallibilità del Santo Benedetto, come insegnano i midrashim.
Si dice talvolta, lo dicevano spesso i sionisti irriflessivi (non certo quelli come Martin Buber per fare un esempio) che questa attitudine l’abbiamo pagata cara. La mancanza dell’ancoraggio a una terra, a una patria in Eretz Israel, la troppa fiducia nelle capacità dialettiche e nella forza delle argomentazioni e non nelle armi, ci avrebbe resi inermi, incapaci di difenderci, invisi agli altri. Non saprei se è vero, anzi penso che la storia dell’ebraismo diasporico è anche una storia di autodifesa, fin dal Medioevo, e del dialogo con gli altri.
Ma quello che mi preme dire è una cosa elementare. La vita nella Diaspora ci ha insegnato che dove prima c’era il Tempio ora c’è la Halakhà. Dove prima c’era il sacrificio (nel Tempio) ora c’è lo studio. Che דינא דמלכותא דינא (Dinà deMalkhutà dinà) la legge del regno è legge: uno dei fondamenti del nostro essere ebrei, è una frase che fonda un metodo (sì, metodo) per distinguere il sacro dal profano e una mediazione fra la lettera della Torà e le esigenze della vita quotidiana. Voglio dire: quel principio, quella frase semplice di cui io vado fiero, è l’antidoto al fondamentalismo.
Quando vedo il giorno di Tish‘à beAv, giorno di lutto per la distruzione del Tempio, ebrei e fra di loro il ministro Ben Gvir, danzare e cantare su Har ha-bayit, penso che siamo a una trasgressione che io ebreo non osservante non mi sarei mai permesso, e certamente dall’aspetto politico gravissimo (Dinà demalkhutà dinà è – penso – anche la regola di convivenza fra Stati e popoli). Ma la vicenda appena citata è solo uno degli esempi di un insieme di retorica e prassi che vorrebbero stabilire che il centro dell’esperienza e del vissuto ebraici sia la sacralità del Luogo e non un’etica che considera primaria la vita, la fedeltà e la lealtà a coloro che ci hanno preceduti (e anche un’attesa di Redenzione, nel mio caso laica). Diceva Amos Oz: «sono disposto a dare la vita per la libertà ma non per le pietre». Era una metafora per segnalare la sua opposizione a ogni istanza fondamentalista e a ogni fanatismo. Non era un diasporista Oz, ma era convinto che l’ebraismo fosse (prima di tutto) testo trasmesso da generazione a generazione. E non era un diasporista Abraham B. Yehoshua, nato a Gerusalemme e che alla «troppo carica di discorsi sulla sacralità dei Luoghi» ha preferito la laica Haifa.
Seppur da ebreo diasporista, sono consapevole che la memoria ebraica è anche una memoria di Gerusalemme, dato che il calendario (il palinsesto della memoria) rituale è calendario di Gerusalemme. La questione non è la memoria, quindi, ma la sua interpretazione e la visione del futuro. Ecco, voglio dire che quei signori che danzano su Har ha-bayit protetti dal governo, così come i “ragazzi delle colline”, nichilisti (l’integralismo è una forma di nichilismo, in quanto esalta la purezza e nega le contaminazioni della vita) che in Cisgiordania aggrediscono gli abitanti palestinesi e distruggono i loro uliveti, in nome della “sacralità” di quelle terre, pretendono di parlare a nome di noi tutti.
Il mio non è un appello ai “valori umanistici universali” (sebbene l’etica kantiana sia fondamentale), non in questa sede, ma alla fedeltà a un metodo di condurre la vita che generazioni di ebrei osservanti e non osservanti hanno elaborato da quando, quasi duemila anni fa, Yochanan Ben Zakkai, fuggiasco da una Gerusalemme ridotta a un cumulo di macerie, fondò il Bet ha-Midrash a Yavne. Siamo di fronte a una crisi dell’ebraismo, e non solo d’Israele.
P.S. Si racconta che Yochanan Ben Zakkai disse: «Lo shofar è già stato udito a Yavne, e non si contesta dopo che l’atto è stato compiuto». Quella frase segna l’inizio dell’ebraismo senza il Tempio.