Maqluba. Amore capovolto

di Sari Bashi. Volland

«La maqluba è un piatto arabo palestinese in cui c’è di tutto: generosi strati di pollo o manzo, patate, riso, verdure di vario tipo sovrapposti […] Una volta pronta, la si serve al contrario, cioè bisogna rovesciare la pentola su un grosso vassoio». Da qui il nome: maqluba in arabo significa “capovolto”.

Vorrei tanto che tutti coloro a cui arriva questa recensione, leggessero il libro: Maqluba. Amore capovolto.

Ho proposto, lo scorso anno, un altrolibro scritto a due mani: Apeirogon. Non avevo esitato a dichiarare che si trattava diuno dei testi più belli che avevo incontrato negli ultimi tempi.

Maqluba non è da meno.

Anche questa, come quella, è una storia vera, una storia di dolore e speranza, anche qui i protagonisti sono un’israeliana di Tel Aviv e un palestinese che vive e lavora a Ramallah.

Un libro è bello, a mio avviso, quando la sua lettura, ampliando lo sguardo sul mondo, consente al/alla lettore/ lettrice di allargare gli orizzonti e prendere in considerazione nuove prospettive, anche (e forse soprattutto) se turba, o insinua dubbi e incrina certezze.

Sari Bashi è un’ebrea di origine irachena cresciuta in America, che decide di tornare in Israele per esercitare la sua professione di avvocata dei diritti civili. Nel 2005 fonda l’organizzazione Ghishà che offre assistenza legale a palestinesi, soprattutto di Gaza, che necessitano dei permessi dell’esercito israeliano per raggiungere il lavoro, per completare gli studi o ricongiungersi alla famiglia.

Osama Fahed è nato nella Striscia di Gaza, nel campo profughi di Jabalia. Nel 2010 quando conosce Sari, vive da 25 anni a Ramallah dove si è trasferito per gli studi universitari. Lo Stato di Israele non permette agli abitanti palestinesi di cambiare il proprio indirizzo da Gaza alla Cisgiordania.

Si conoscono quando Osama chiede aiuto a Shari per ottenere un permesso che gli consenta di lasciare Ramallah e recarsi a Londra per un dottorato, e poi fare ritorno in Cisgiordania durante le vacanze.

Per un certo periodo i loro rapporti sono quelli strettamente professionali che intercorrono tra un cliente e un’avvocata, poi tra richieste di permessi, rinvii e petizioni, divampa l’amore. Da subito fu una storia tormentata, condizionata, se non ostacolata, dalle regole e dai divieti imposti dall’occupazione a occupanti e occupati. Per legge Osama non poteva stare a Tel Aviv e Shari a Ramallah; arrivarono a considerare il loro amore una forma di disobbedienza civile.

Combatterono, rischiando molto, una dura battaglia ai check point, lungo le strade interdette ai palestinesi e consentite ai coloni e agli israeliani. Per superare gli ostacoli useranno, al bisogno, l’arabo, l’ebraico e l’inglese, e in queste tre lingue impareranno ad amarsi.

Dopo tante sofferenze, Shari, avvocata integerrima e rispettosa della legge, una sola regola decide di infrangere, quella che le impedisce di prendere casa a Ramallah con Osama, perché lei vuole un figlio.

Nel marzo del 2014 a Tel Aviv nasce la loro bambina Forat. Osama è bloccato a Ramallah e viene aggiornato al telefono sugli esiti del travaglio da Josh e Yael, gli amici israeliani che per poter assistere al parto si registrano come padre e zia della piccola.

Dopo tre anni e mezzo dalla sua nascita, a Forat arriva un fratellino: Adam. I bambini parlano arabo, ebraico e inglese talvolta nella stessa frase. Osama insegna all’Università e Shari, dopo aver lasciato Ghishà, continua a lavorare nel campo dei diritti umani.

«Sappiate [voi lettori italiani] che, nonostante la terribile violenza che travolge Israele-Palestina, qui ci sono persone buone e amorevoli che stanno lavorando per un futuro migliore».

«[Là fuori/] oltre a ciò che è giusto e a ciò che è sbagliato, esiste un campo immenso.

Ci incontreremo lì»(Jalāl al-Dīn Muḥammad Rūmī, 1207-1273).

Maqluba. Amore capovolto ha vinto nel 2021 il premio del Ministero israeliano della Cultura come migliore esordio.

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