Mordecai Ardon, pittore israeliano

Isaiah’s Vision of Eternal Peace, vetrate colorate, 1980-1984). The National Library of Israel, Jerusalem (fonte Wikipedia.com)

I quadri di Mordecai Ardon (1896-1992) si vendono per cifre elevate, più di ogni altro artista israeliano, ma il suo nome non è molto noto fuori dai confini nazionali. Nato in uno shtetl della Galizia polacca, Ardon era talmente ricco di talento che nel 1921 si trasferì a Weimar in Germania per proseguire gli studi artistici nella mitica Bauhaus con insegnanti del calibro di Kandinsky e Klee. Ne assimilò concetti e impostazioni, sviluppando uno stile originale ed elaborando soggetti profondamente legati alla cultura ebraica. Ardon, un po’ come Klee, credeva che l’artista dovesse rendere visibile ciò che non lo è: pensava che nel giardino dell’Eden oltre all’albero della vita e della conoscenza ce ne dovesse essere un terzo, quello del segreto, che permettesse di mettere in rapporto gli altri due e al quale gli artisti dovessero ispirarsi. 

Emblematico in questo senso è At the Gates of Jerusalem, un trittico esposto al Museo di Israele il cui pannello a sinistra è dedicato alla Gerusalemme celeste, con una parte dall’Albero delle Sefirot cabalistico, una nuvola che richiama quella in cui il Signore appariva ai nostri padri nel deserto e un cerchio simbolo di perfezione. La Gerusalemme terrena è rappresentata nel pannello di destra, in cui campeggia una roccia luminosa che richiama la Pietra di fondazione, attorno alla quale la terra avrebbe preso forma e che si dice si trovasse sotto il Monte del Tempio. Da notare anche i punti luminosi – niente altro che la rappresentazione delle nitzozot, le scintille della gloria di Dio sparse sulla terra in attesa della redenzione. Nel pannello centrale è dipinto un groviglio di scale come quelle del sogno di Giacobbe, che rappresentano la fede religiosa in genere. I loro pioli rotti, riparati con corde sottili, richiamano il complesso e instabile legame tra il materiale e lo spirituale, tra il terreno e il celeste, ma anche il suo essere soggettivo e indipendente dalla religione specifica di chi lo percepisce. L’opera risale al 1967 e non è un caso, perché la Guerra dei Sei giorni e la riunificazione di Gerusalemme molto influenzarono Ardon. 

Le sue opere più care sono proprio di quegli anni, come The Awakening del 1969 che Sotheby’s di New York vendette nel 2014 per oltre 660.000 €. Qui cielo e terra sono rappresentati da un puzzle irregolare di forme diverse dipinte con colori tenui simili – risaltano solo le aree più luminose delle nitzozot – per cui appaiono quasi un tutt’uno, in un richiamo alla Gerusalemme “porta del cielo”; stesso approccio avrebbe poi seguito decenni più tardi Anish Kapoor nella sua splendida scultura in acciaio Turning the World Upside Down, Jerusalem, esposta anch’essa nel Museo di Israele, nel giardino. The Awakening, come molte altre tele, fra cui Sinai 1967 o Timepecker, era passata per una delle maggiori collezioni d’arte israeliane. 

Timepecker (un neologismo formato da time – tempo – e woodpecker – picchio) era stata lungo appesa addirittura nel salotto di Benno Gitter, un industriale e finanziere che era riuscito a scappare in tempo dall’Olanda con parte del patrimonio della sua famiglia di pellettieri, per fondare in Israele ed essere primo presidente di Klal Group, rimasta a lungo la holding più importante del Paese. Gitter sedeva o guidava il Consiglio di amministrazione dei principali musei israeliani, aveva fatto costruire Bet Ariela, che resta la maggior biblioteca d’arte del Paese, costruita davanti al museo di Tel Aviv in ricordo della figlia scomparsa a 14 anni. 

Sinai 1967, assieme ad altre 5 opere simili, era stata invece appesa per decenni nel salotto di Yehuda Assia, banchiere dalle spalle estremamente larghe. In quella tela il vitello d’oro e il serpente di bronzo, grazie al quale i nostri padri si salvarono dagli effetti mortiferi della loro scarsa fede, sono considerati come parte del deserto e del relativo percorso di crescita spirituale che aveva raggiunto il suo culmine con la riconquista del Sinai nella Guerra dei Sei giorni. Da sottolineare che in Sinai 1967, come in molte altre tele del periodo, le figure sono appena accennate accostando un insieme di forme geometriche semplici e dai colori diversi, come metafora del popolo ebraico che nelle sue differenze si muove in una direzione unitaria. Si racconta che il banchiere Assia osservasse ogni giorno questo quadro per trarne ispirazione per i suoi successi finanziari. 

I collezionisti dei capolavori di Ardon erano e sono personaggi di spicco, anche se molto legati al mondo dell’arte locale. Non che le opere più giovanili siano poco apprezzate, a cominciare da Graves, del 1944-48, dedicato alla Shoà ma anche ai morti della Guerra di Indipendenza, e in cui le pietre delle lapidi volano in cielo creando un nuovo orizzonte, con al centro una rosa che cresce e diventa fonte di luce, come metafora del sacrificio di chi è caduto non invano.

Va detto che quadri tanto ricchi di significato, oltre che tecnicamente ed esteticamente attraenti, non potevano lasciare del tutto indifferenti gli amanti d’arte fuori da Israele: ad Ardon sono state organizzate mostre a Londra e al MOMA di New York, mentre era ancora in vita. Ma si sarebbe meritato ancor di più, e non poco della sua attuale fama la si deve ad Arturo Schwartz, critico e gallerista scomparso qualche anno fa e autore di magistrali monografie e di donazioni non meno significative. 

Chi visita o vive in Israele non deve perdere l’occasione di ammirare almeno un Ardon.

Girl No. 109336, olio su tela, 1950 (fonte Wikipedia.com)

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