Marc Chagall, Jacob’s ladder, olio su tela, 1973 (collezione privata). (fonte wikipedia.org)
«E gli apparve lo Shem a Eloné Mamré ed egli siede all’ingresso della tenda nel caldo del giorno; alzò gli occhi, ed ecco tre uomini stanno di fronte a lui» (Genesi 18,1-2; lo Shem è il Tetragramma, il Nome di quattro lettere del Dio di Israele). L’interpretazione tradizionale è che Abramo sta parlando con lo Shem, e il suo precipitarsi ad accogliere i tre uomini mostra che il dovere di ospitalità, e in generale quello di aiutare il prossimo, ha la precedenza sull’onore che dobbiamo rendere a Dio. Una lettura più aderente al testo sembrerebbe però suggerire senz’altro un’identificazione dello Shem con i tre uomini: ad esempio in Genesi 18,13 leggiamo «E disse lo Shem ad Abramo: “perché ha riso Sara?”», e il testo si riferisce a colui che parla come lo Shem; lo stesso in altri punti del capitolo.
In Genesi 19,1 troviamo che «I due angeli arrivarono a Sodoma», e ci si riferisce agli “uomini” come “angeli” (mal’akhim). Sono dunque uomini o angeli? “Angelo”, parola greca che ha il significato di “messaggero” e che traduce l’ebraico mal’akh. Angelo, come portatore di un messaggio di Dio. Poiché, tradizionalmente e come si suol dire, «non si muove foglia che Dio non voglia», ogni entità del mondo che interagisce con noi, che quindi ci trasmette uno stimolo, è, in senso stretto, un angelo, latore di un messaggio divino. La Bibbia mette tuttavia a volte in evidenza messaggi particolarmente importanti ricevuti dalle persone, e identifica i loro latori esplicitamente come angeli.
Arrivano dunque in tre da Abramo, con un messaggio importante, quello della futura gravidanza di Sara, ma, quando si tratta di distruggere Sodoma e Gomorra ci vanno in due (Genesi 19,1). Il tre era per la filosofia antica e medioevale il numero perfetto, e si vede che questa entità che va a distruggere Sodoma e Gomorra poi così perfetta non è. Infatti va ad indagare Sodoma e Gomorra, prevenuta: «Poiché il grido di Sodoma e Gomorra è diventato grande e così il suo peccato, scendo a vedere se in effetti essi agiscono in accordo con tale grido, e se così distruggerò; se non è così lo saprò» (Genesi 18,20-21); si va a verificare, dunque, pronti a scorgere il male di cui si è stati informati. Noi, invece, quando andiamo verso il nostro prossimo, non dobbiamo mai essere prevenuti, ma dobbiamo sempre aspettarci di trovare il bene.
Poiché l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio, ci chiediamo cos’è nell’essere umano questa triade di angeli che è apparsa ad Abramo, e viene naturale considerare a tale proposito la triade più importante della teologia, che in un linguaggio psicologico può essere descritta come quella di mente – corpo – altro: tre “parti”, quasi “persone interne” che vivono dentro il nostro sé. Il secondo elemento della triade è costituito dalle emozioni. Quando le emozioni ci mettono in difficoltà, giunge in soccorso il primo elemento della triade, la mente (il concetto di mente-genitore, che viene in soccorso del corpo, il “figlio”, è presente negli scritti di Alice Miller, importante psicoanalista attiva nella seconda metà del secolo scorso). Dopo mente (l’intelletto) e corpo (le emozioni), troviamo il terzo elemento della triade, e questo è “l’altro”, la coscienza che il nostro prossimo è parte di noi e che Dio è nell’altro come in noi. L’entità che ha distrutto Sodoma e Gomorra ha lasciato indietro questo terzo elemento della triade, il quale è alla base della misura della misericordia. Il mondo non si può basare solo sulla misericordia e di fronte al male è necessario a volte agire secondo la misura della giustizia. Lasciamo tuttavia a Dio il compito di fare la necessaria giustizia come è avvenuto a Sodoma e Gomorra. Noi poveri uomini cerchiamo per conto nostro di seguire fino in fondo per quanto ci è possibile la misura della misericordia: «Sono forse io al posto di Dio?» (Genesi 50,19), dice Giuseppe ai suoi fratelli che temono vendetta.
Così, oltre che come latore di un messaggio di Dio, l’angelo può essere visto rappresentare una parte del nostro sé. In effetti uno stimolo proveniente dall’esterno giunge anzitutto al nostro corpo, e in questo possiamo distinguere tante componenti, “parti” diverse.
A volte stentiamo ad accorgerci dei messaggi che provengono da Dio. Un angelo sbarra la strada all’asina di Bil‘am (Numeri 22,22), ma questi non se ne accorge. Abbiamo delle parti dentro di noi che ci servono fedelmente durante il corso della vita, come l’asina di Bil‘am sulla quale egli ha sempre cavalcato, senza farsi notare e richiamare la nostra attenzione: si può trattare della nostra voglia di lavorare, di una certa onestà e integrità, di un carattere parco e parsimonioso. A queste parti così utili spesso non prestiamo particolare attenzione. Al contrario, quando vogliamo incamminarci su percorsi di male esse ci irritano, in quanto si mettono di traverso e impediscono secondo noi di conseguire i desiderati risultati e piaceri. Bil‘am è irritatissimo contro la sua asina che vuole vietargli di proseguire nell’opera di male. In tali casi, quando cioè vogliamo agire male, può infatti accadere che le parti integre di noi, cui non prestiamo spesso molta attenzione, aprano la bocca, e ci parlino, come l’asina parla a Bil‘am, per richiamarci sulla strada del bene. Cessiamo allora dalla nostra irritazione contro di esse, e ringraziamole per il servizio e la protezione che ci accordano giorno dopo giorno. Infine anche Bil‘am prende coscienza della presenza dell’angelo.
A volte parti dentro di noi possono spronarci ad agire male. Piuttosto che angeli, messaggeri del Dio unico del monoteismo, sono “demoni” insediati nel nostro corpo, inclini a farci scattare in un’azione irrispettosa del prossimo. La psicologia più recente ha messo in evidenza il meccanismo della “coazione a ripetere”: l’individuo che abbia subito ingiustamente violenza nel passato e che non abbia reagito e condannato in maniera conscia il torto subito, conserva inconsciamente nel proprio corpo, quale “demone”, il ricordo del male di cui è stato fatto oggetto, e tende a riversarlo su esseri innocenti del presente, che nulla hanno fatto per meritarlo, appoggiandosi a teorie malvagie, costruite appositamente per giustificare il male. Teorie malvagie, sistemi di credenze «false ma stabili», come scrive il logico Kurt Gödel nei suoi appunti filosofici, delle quali secondo lui «sarebbe interessante costruire il modello» (Cassou-Noguès 2008, p. 32). Coazione a ripetere il male, che porta alla cristallizzazione di teorie non vere; e Gödel intuisce infatti, come riportato in un frammento dei suoi appunti, che «il metodo per il fondamento della conoscenza è quindi la psicoanalisi» (ivi, p. 33), la quale consente, come noi sappiamo, in effetti di liberarsi dalla coazione a ripetere i traumi del passato.
L’automatismo inconscio che appare caratterizzare il male, fa pensare infatti all’operare di un sistema teorico: in una teoria le conclusioni possono essere derivate dagli assiomi, tramite le regole di inferenza, in un modo quasi automatico.
Nei quaderni di appunti di Gödel, i ricercatori hanno trovato anche qualche considerazione sugli angeli. «Le idee», appunta Gödel, «sono per gli angeli ciò che è per noi la materia». Gli angeli si incarnerebbero così nelle idee come noi ci incarniamo nella materia (ivi, p. 78). Idee, dunque, come materia inerte, risultato di una “incarnazione” degli angeli. Le teorie della mente sono costituite infatti da una rete di concetti e proposizioni connesse tra loro da definizioni, dimostrazioni, relazioni insomma fisse e ben stabilite. Si tratta della fissazione e stabilità, simile a quella di un reticolo cristallino, più propria delle cose morte che di quelle vive.
Teorie, che spesso sono utili per orientarsi nella vita, che possono proteggerci, come un vestito costituito di materia non vivente protegge, ricoprendolo, il corpo, ma che possono anche essere, come dicevamo a proposito di quelle elaborate per giustificare una “coazione a ripetere”, costruzioni malvagie, che hanno la funzione di difendere la persona che le elabora dalle proprie angosce, dai sensi di colpa, dalla percezione della propria impotenza e disperazione. Teorie della mente, in ogni caso, che possono essere viste come un ricoprimento superficiale, un “vestito” per il corpo della persona.
Gödel era tormentato, prono a sviluppare schemi intellettuali che lo vedevano situato in una situazione di pericolo. Rivolge il suo interesse alla logica, alla razionalità, quasi a voler trovare, possiamo interpretare, in essa una protezione nei confronti di ansie e paure. Si imbatte nella prova della necessaria incompletezza di teorie formali sufficientemente rappresentative da poter descrivere l’aritmetica (nel senso che in una siffatta teoria c’è almeno una proposizione della quale non si può dimostrare né che è vera né che è falsa). È possibile un’altra matematica? È la domanda che Gödel si pone nei suoi appunti. C’è un altro sistema, possiamo interpretare, al di là del ragionamento teorico, che possa provvedere quella sicurezza che, a causa della sua necessaria incompletezza, il pensiero logico non può garantirci?
A differenza delle teorie formali, le quali sono necessariamente incomplete, la tradizione ritiene che la rivelazione della Legge sul Sinai sia stata completa.
Legge, comandamenti di Dio dunque, che come sappiamo sono associati alle sefirot (cfr. Liuzzi 2021), le “emanazioni divine” della Cabbala. “Angeli” sono d’altronde per la Cabbala certamente le sefirot e ciascuna di esse corrisponde a una “parte”, quasi una “persona interna” in noi: ad esempio il comandamento «Non uccidere», associato alla sefirà di Ghevurà, corrisponde a quella parte che sviluppa a volte pulsioni aggressive verso il prossimo, e appunto il comandamento modera siffatti istinti aggressivi e indirizza l’operare della parte verso il bene.
C’è dunque un’altra protezione, diversa da quella costituita dallo sviluppo di teorie logiche, e si tratta della Legge di Dio.
Il sistema degli angeli costituiti dalle sefirot, il “filtro” dei comandamenti di Dio, fa sì che gli impulsi disordinati e aggressivi, che inevitabilmente insorgono nel nostro sé durante la vita, trovino una moderazione immediata, appunto nel sistema dei comandamenti, in modo tale da evitare che l’insorgere di sensi di colpa porti quindi la persona a costruire teorie malvagie, per lenire gli stessi e per giustificare azioni illegittime.
Deluso, possiamo interpretare, dalla logica, Gödel si dedica nell’ultima fase dei suoi studi a considerare una filosofia «misteriosa», come egli dice (Cassou-Noguès 2008, p. 6). Se la matematica è necessariamente incompleta e non può provare la propria non contraddittorietà, sarebbe possibile, appunta Gödel, un’altra matematica, quella degli angeli del cielo delle idee, in cui non vi sono più simboli e gli assiomi hanno un’altra forma. Questa matematica «possiamo avvicinarla ritrovando in noi, al di qua della nostra incarnazione, una ragione più profonda» (ivi, p. 124). Profondità, dunque, nella quale le teorie logiche, le quali possono essere viste come costituire un ricoprimento protettivo superficiale, un “vestito” per il nostro sé, siano integrate e in parte sostituite da una maggiore vicinanza a noi stessi, la quale scende appunto in profondità, avvicinandoci alle pulsioni del corpo, che non sono temute grazie al sistema dei comandamenti di Dio i quali ordinano di moderarle. Grazie appunto agli angeli, costituiti dalle sefirot.
Riferimenti e approfondimenti
P. Cassou-Noguès, I demoni di Gödel, Bruno Mondadori, Milano 2008
M. Liuzzi, I Dieci Comandamenti e la teologia della Iggheret Ha-Qodesh, Amazon Digital Services, 2021 (terza edizione)