Con Enrico Fink parliamo di Patrilineare, un romanzo (molto bello), pubblicato con Lindau e dove l’autore racconta la vicenda di un musicista, Elias, alle prese con la memoria non facile della sua famiglia paterna, ebrei di Ferrara, originari dell’Impero zarista.
Il tema centrale del tuo libro sono le scelte. La scelta dei tuoi antenati venuti dalla Russia di diventare italiani, la scelta del protagonista di diventare ebreo…
Patrilineare non è un’autobiografia e neanche un memoir, ma un romanzo che come tutti i romanzi racconta un percorso. Elias è un personaggio autonomo e vive di vita sua. A differenza di me Elias non vorrebbe avere a che fare con la memoria della famiglia. Vorrebbe fare altre scelte. Ma viene inseguito dalle ombre, dai fantasmi. La memoria gli viene addosso. Il fulcro della mia narrazione è dunque la meditazione su quanto sia difficile e dolorosa la memoria, su come sia un bagaglio pesante, ma è un bagaglio con cui dobbiamo fare i conti. Penso a La fiaba di Giorgio Bassani.
Un racconto ispirato alla vicenda della tua famiglia.
Chi non vorrebbe una famiglia raccontata da un grande scrittore? È un bellissimo cimelio, ma anche una cosa di una pesantezza inaudita. È una memoria che cristallizzava mio padre e me che ho preso consciamente quel posto. Ma tutte le fiabe hanno in sé qualcosa di scuro, una piccola maledizione. Ma torniamo a Elias. Nel suo percorso alla fine arriva a delle scelte: di farsi ebreo. E trasformare la memoria e farsi portatore e interprete di quella memoria in una maniera originale.
Trovare la giusta distanza dall’ombra. Parole tue.
Lo faccio dire a mia nonna, l’unico grande personaggio femminile in questo romanzo, ma un personaggio che vive della sua luce, una luce, spero, forte. L’ombra è la memoria, il dolore della memoria, la sofferenza della memoria. Il percorso di Elias finisce con il libro marrone (al lettore scoprire i dettagli). Il marrone delle viscere, delle feci, del sangue che non è il rosso romantico del cuore ma appunto il marrone della ferita, della rabbia, delle cose putride. La memoria è un percorso di scelte e di decisioni su cosa portare nel futuro. Vale non solo per gli ebrei, ma è un percorso comune a tutti gli umani.
Stai parlando dell’universalità degli umani. Alcuni scrittori (per esempio David Grossman) ma anche storici israeliani impegnati nel dialogo con i palestinesi hanno sottolineato quanto sia importante che ciascuna delle parti fosse disposta ad ascoltare la narrazione dell’altra. Discorso difficilissimo alla luce della catastrofe di Gaza. Ma va fatto. Sei d’accordo?
Assolutamente sì. Penso per esempio al Teatro di Acco (dove ebrei lavorano assieme ai palestinesi) e all’ormai mitologico spettacolo Arbeit macht frei presentato a un pubblico palestinese.
C’è il dialogo fra la poetessa israeliana Hilit Yeshurun e il poeta palestinese Mahmud Darwish, svolto quasi trent’anni fa (epoca degli accordi di pace) e pubblicato ora in italiano con il titolo Con la lingua dell’altro, a cura di Francesca Gorgoni. I due spesso non sono d’accordo ma si raccontano…
Penso che sulla politica possiamo incidere fino a un certo punto, possiamo parlare, protestare: alla fine però a decidere sono i ricchi e i potenti. Ma se vogliamo arrivare a una pace vera è ineludibile il passaggio per il riconoscimento dell’altro, delle sue aspirazioni e sofferenze. In questo ambito molto potrebbe fare l’Europa e − lo dico da uomo di sinistra − la sinistra europea. Ma spesso sono carenti.
Torniamo al libro. La convinta adesione di Elias all’ebraismo è la tappa essenziale della sua Bildung, accolta tuttavia con sgomento stuporoso dal padre Guido. Ma non è tanto l’aspetto religioso a turbare l’ordine dei legami patrilineari, bensì l’appropriarsi da parte del figlio della frammentata e lacunosa memoria del padre, il quale cede malvolentieri questa eredità. Puoi approfondire questo corpo a corpo del figlio con il padre in relazione alla «crisi mistica» di Elias?
È un tema sicuramente per me molto caldo il rapporto fra Elias e suo padre, quindi fra me e mio padre, perché in questo caso c’è sicuramente un’identificazione totale. È stato molto difficile parlarne perché è una relazione di grandissimo amore senza ombra di dubbio, ma con pesantezze e difficoltà da entrambe le parti. Da parte mia c’è una situazione resa molto complessa da una grande memoria, un grande passato, una grande storia, grande soprattutto per la sua assenza, grande per il suo non esserci, per il suo essere non-detto. Qui ho sicuramente calcato la mano sul silenzio di mio padre rispetto all’esperienza vera, anche se questo silenzio è esistito determinando un’assenza: una storia di cui si avvertono soltanto i contorni ma che non si può dire. E che però rende tutto quanto una palla di dolore, che diventa una sorta di scudo per le emozioni del padre. Nel libro c’è questa immagine della rabbia che Elias attribuisce a Guido, ovvero un’immaginaria palla di fuoco capace di bruciare tutto quel che ha intorno, che lui però manda giù, rifiuta, e che in qualche modo lo chiude, lo isola emotivamente. Nei momenti in cui la sua rabbia e il suo dolore per quello che sta succedendo potrebbero esplodere, Guido ingoia fino all’ultima scena subito dopo la guerra. Mentre sta portando una corona di fiori nel corteo per l’eccidio del Castello [avvenuto nel novembre 1943 a Ferrara, per mano dei fascisti. NdR], Guido vede nel pubblico plaudente il negoziante che aveva cercato di derubare sua madre. Lui per l’ultima volta inghiotte ancora la sua rabbia, che potrebbe bruciare tutto. Poi cambia la traiettoria del suo sguardo, vede il manifesto di un film e pensa a quello, non più al negoziante né all’offesa subita.
Nel prosieguo del libro sarà poi l’ombra di Isidoro a rivelare a Elias che questo senso di paura, di rabbia, il bruciare tutto che aveva attribuito a suo padre era in realtà il suo. Era la paura di non poter fare niente, di non poter essere niente, perché Elias ha proprio paura di non essere niente rispetto a tutto quanto accaduto. Sente la propria insignificanza rispetto a tutto il dolore del padre, a tutta questa storia troppo grande, di cui è solo un testimone.
Tuttavia se la assume questa storia, fino ad arrivare appunto alla “conversione”, che in realtà è la metafora del farsi carico di quelle memorie, del farsi carico di quello che il padre non è stato. Non è stato il bravo ebreo, non è stato quello che ha bruciato il mondo, non è stato quello che ha reagito. Quindi in qualche modo il figlio prende il suo posto. Una sorta di complesso di Edipo strambo: uccidere il padre non per stare con la madre ma per stare con la nonna… Il che è un po’ tremendo, ma l’immagine è quella. Quindi sì, c’è questo rapporto pesantissimo con il padre, questo fortissimo senso di invasione di campo che consiste nel farsi carico di quella memoria: è sicuramente un atto d’amore e una guerra, sono tutte e due le cose insieme.
Nell’Italia della Repubblica sociale Ferrara fu uno dei centri più violentemente impegnati nella repressione antipartigiana e nella caccia agli ebrei. Molto alta fu infatti la percentuale dei deportati: più di 100 sui 700 risultanti dal censimento del 1938. Eppure nella riunione della tua famiglia su come salvarsi emerge ancora nel gennaio 1944 − a pochi giorni dal loro arresto − una certa fiducia nelle istituzioni. Vuoi commentare questi umori, considerando anche che per gli ebrei stranieri e gli antifascisti era certo più facile accorgersi dei rischi.
Sicuramente volevo raccontare questi umori degli ebrei ferraresi mettendo in evidenza la differenza fra i Fink, con il loro background di immigrati dalla Russia, e i Bassani rispetto all’incalzare delle persecuzioni. È difficilissimo tuttavia capire quale grado di consapevolezza ci fosse nelle famiglie, e su quali temi. Nella mia famiglia, per esempio − mio padre lo ricordava benissimo − si seppe dell’eccidio del Castello il giorno prima. Forse fu l’unica famiglia di Ferrara a venirne a conoscenza. Ma sulle persecuzioni i Bassani non erano avvertiti. Altri forse sì. È comprensibile, magari loro immaginavano di finire in una sorta di confino.
Sono d’accordo con la tesi per cui esiste una proporzionalità diretta tra adesione antifascista e consapevolezza del pericolo. Nella mia famiglia purtroppo non ho tracce di attivismo antifascista. Ma ho invece trovato, anche se non l’ho scritto, che mio nonno Isidoro a Gorizia aveva preso la tessera del fascio. Ho pure scoperto quando il libro era già finito − grave macchia nella mia famiglia − che Isidoro partecipò alla Guerra d’Abissinia, per fortuna non in maniera cruenta. Partì come carrista ma siccome aveva l’asma fu riformato, stette in ospedale da campo un mese e poi tornò indietro senza combattere. C’era forse da parte dei Fink un’adesione al fascismo, ma non erano convinti fascisti. Aderirono per convenienza, cercavano di diventare borghesi e si adeguavano alla borghesia. Parallelamente gli stessi Fink praticavano anche una certa dose di sionismo: Isidoro era nella gioventù sionista di Gorizia. Non avevano tanti soldi, ma erano sempre regolari nei pagamenti al Keren Kayemet e compaiono in tutte le iniziative. Questo valeva anche per i borghesi e benestanti Bassani, ma con meno passione sionista rispetto ai Fink, almeno da quanto si legge dalle cifre versate. Non erano animati da una grande passione politica: vivi e lascia vivere. E quindi sì, nutrivano una sostanziale fiducia in quello che sarebbe capitato e una fiducia non nei tedeschi ma negli italiani sì.