“Una risposta di scrittori, professori e pubblicisti italiani al manifesto degli intellettuali fascisti”, il Mondo di Roma, primo maggio 1925 (fonte Wikipedia.org)
Le valutazioni sul comportamento degli ebrei italiani sotto il fascismo sono state spesso fuorviate dal contributo ebraico al movimento antifascista da parte di esponenti di peso come – per citarne solo alcuni – Umberto Terracini, Sion Segre Amar, Leone Ginzburg, Eugenio Colorni, Max Ascoli, Gino Luzzatto, Fabio Luzzatto, Carlo Levi, Vittorio Foa, Carlo e Nello Rosselli, Raffaele Cantoni, Dino Gentili e Pino Levi Cavaglione: l’autorevolezza di questi personaggi ha offuscato, almeno fino agli anni Sessanta, il fatto che gli ebrei avevano aderito al fascismo fin dalle sue origini.
Bene ha fatto lo storico Alberto Cavaglion a porre il problema sul tema che frequentemente gli studi sull’antifascismo ebraico si sono fondati prevalentemente su elementi difficilmente stimabili scientificamente (legami famigliari, vaghi legami filosofici tra ebraismo e antifascismo e socialismo), oppure su valutazioni puramente soggettive del singolo studioso (integrità morale degli antifascisti, motivazioni legate alla provenienza), più che su «elementi misurabili» e quindi oggettivamente verificabili.
La presenza ebraica nel movimento di Mussolini è nota fin dalle origini del marzo 1919: in 5 presero parte alla fondazione dei Fasci di combattimento in piazza San Sepolcro a Milano, 230 parteciparono alla Marcia su Roma, in 700 furono tra i primissimi ad aderire al fascismo. Nel 1938 gli ebrei che risultavano iscritti al Partito fascista erano 10.370 su 37.241, ossia, calcolando i soli adulti, circa un terzo degli ebrei italiani era entrato nel partito di Mussolini. Almeno fino all’entrata in vigore delle Leggi razziali, il fascismo, come opinione diffusa degli ebrei italiani, non si era allontanato dagli ideali d’integrazione ed emancipazione a cui avevano così convintamente aderito. Gli ebrei che intrapresero la strada dell’impegno politico videro nel fascismo, soprattutto quello degli albori, una continuità storico-ideale che partiva dal Risorgimento e, passando dallo snodo della Prima guerra mondiale, arrivava direttamente a Mussolini. Il consenso al fascismo fu radicato fin nei vertici dell’ebraismo, sia laico sia religioso. I dirigenti nazionali, anche se non sempre rappresentativi dell’intero mondo ebraico italiano, furono spesso vicini al fascismo, così come lo furono alcuni rabbini italiani. Così facendo si introdusse nella storia ebraica una figura mai esistita in precedenza: quella dell’ebreo antidemocratico; la scuola “bandierista” di Ettore Ovazza di Torino fu forse l’esempio più lampante del fascismo in chiave ebraica. Ovazza fu un importante esponente della Comunità ebraica di Torino, che attraverso la creazione del giornale La nostra bandiera cercò di “fascistizzare” le comunità ebraiche cercando di fare terra bruciata attorno ad antifascisti e sionisti.
Gli ebrei, bene integrati nella società italiana in maniera diffusa e spontanea, si comportarono esattamente come la maggior parte degli italiani che aderirono al fascismo a seconda dei casi, per convinzione, per opportunismo o per necessità e quindi anche nel caso opposto, fu una minoranza dell’ebraismo ad aderire all’antifascismo.
Come per il fascismo, anche la presenza degli israeliti nelle file dell’antifascismo è precocissima, databile agli inizi degli anni Venti, essi combatterono il fascismo con le armi della democrazia, attraverso le strutture politiche e associative, a viso aperto, pagando in prima persona la brutalità del regime. Il rapporto tra antifascismo ed ebrei fu alimentato anche grazie alla precedente adesione al socialismo di esponenti dell’ebraismo italiano, come Claudio Treves e Emanuele Modigliani. Se tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti pubblicato da Giovanni Gentile il 21 aprile 1925 compaiono 33 ebrei (tra cui Margherita Sarfatti, Salvatore Pincherle e Mario Giacomo Levi), 30 furono gli intellettuali ebrei che sottoscrissero il Manifesto antifascista di Benedetto Croce il primo maggio 1925 (tra gli altri, Rodolfo Mondolfo, Attilio Momigliano, Giorgio Levi Della Vida e Vito Volterra).
Tutta una serie di studiosi, di ieri e oggi, italiani e no, da Alberto Cavaglion a Pietro Treves, da Ariela Lang a Sergio Minerbi, sostengono che la scelta antifascista intrapresa dagli ebrei dipendeva esclusivamente da motivazioni politico-personali dei singoli, tutt’al più agevolate da legami familiari o dalla vicinanza di correligionari con spiccata personalità democratica che indicarono loro la strada. A mio avviso questo giudizio così netto, e fondamentalmente corretto, è necessario che tenga in considerazione di ciò che Natalia Ginzburg ha definito la «complicità segreta» dell’ebraismo in queste scelte personali. Esso è un fattore che sottotraccia lega gli ebrei e che nasce dalla loro educazione, dalle pratiche culturali, dal codice morale comune e dall’appartenenza a un gruppo minoritario, è taciuto all’esterno ma allo stesso tempo è presente in essi in maniera non tangibile. Una tesi che a mio avviso trova conferma in una serie di affermazioni di molti ebrei antifascisti – Leone e Natalia Ginzburg, Carlo Levi o Vittorio Foa – che in momenti particolarmente critici della loro esistenza hanno affermato il loro essere ebrei pur vivendo da laici. Una riflessione che trova continuità nelle successive scelte resistenziali post 8 settembre: la mia opinione è che gli ebrei si opposero al nazifascismo, soprattutto per motivazioni politiche ma anche perché avevano maturato la consapevolezza che il nazismo aveva come obiettivo primario della loro guerra gli ebrei e che contemplasse la loro completa cancellazione.
Il contributo ebraico all’antifascismo fu importantissimo, esso ebbe la capacità di generare un’intensa azione politico-culturale che avrà il merito di tenere vivo tutto il movimento contrario al Duce, grazie al lavoro degli esuli e degli attivisti in clandestinità, che risulterà determinante all’indomani del 25 luglio 1943, giorno dalla caduta del fascismo. Il contributo più rilevante e lungimirante che l’ebraismo ha portato alla causa e che vorrei qui sottolineare, si trova anche nel fatto che furono specialmente gli antifascisti ebrei – Rosselli, Foa, Curiel e Artom – a rompere l’inibizione assoluta verso la contrarietà alla guerra. Gli antifascisti ebrei sostenevano l’idea che per le condizioni che si erano sviluppate in Italia solo una guerra avrebbe potuto rompere gli schemi di potere e far cadere il regime fascista. In quegli anni intrisi di forti sentimenti patriotici, quando non schiettamente nazionalisti, queste tesi furono fortemente controcorrente e radicali, ma testimoniano quanto fosse forte la volontà di sconfiggere il fascismo anche attraverso una sconfitta militare.
Il comportamento degli ebrei durante il fascismo è ancora un nervo scoperto, questo è dimostrato dai polveroni che vengono ritualmente sollevati su quest’argomento: la discussione sulle tesi di Arnaldo Momigliano è a mio avviso paradigmatica in tal senso. Nel 1933 lo storico e antifascista piemontese sostenne che il minor antisemitismo italiano era dovuto al fatto che la coscienza nazionale degli ebrei era sorta parallelamente a quella degli altri italiani non ebrei. La storia che seguì smentì clamorosamente questa visione troppo ottimistica. Ma al di là delle valutazioni di Momigliano, quello che oggi si evidenzia quando questa storia emerge dalle cronache, è il fatto che l’unico quesito che tutti si pongono è come sia possibile che una persona/popolo possa essere affascinato da un movimento politico che poi lo perseguiterà. Michele Sarfatti, uno degli storici che meglio ha approfondito lo studio degli ebrei sotto il fascismo, ci mette in guardia sul porre le giuste domande verso quelle tragiche vicende, non facendosi abbagliare dal così detto “senno di poi” che porterebbe a giudizi allo stesso tempo superficiali e provocatori. Nel guardare retrospettivamente quest’evento non si può prescindere da queste considerazioni, poiché significherebbe cadere in giudizi stereotipati o banalizzanti di quello che è realmente accaduto durante gli anni del fascismo, non rendendo piena giustizia a quegli ebrei che si sono opposti al fascismo prima come antifascisti e poi come resistenti.