Gli ebrei, i Medici e il Ghetto di Firenze. Genesi e ragioni di un’esposizione

Definire in poche parole il rapporto che si instaurò tra ebrei e Medici non è un compito semplice. Si tratta, infatti, di esaminare una vicenda storica che germina ufficialmente nella Firenze della prima metà del Quattrocento (nel 1437, per essere precisi), quando per volere di Cosimo il Vecchio viene concesso ad una manciata di famiglie ebraiche di insediarsi a Firenze e amministrare i banchi di prestito e pegno, una pratica tanto “indegna” secondo la dottrina della Chiesa quanto in realtà utile per il popolo minuto, quello che non ha accesso ai grandi flussi finanziari delle varie banche cristiane, che l’usura la praticano ai massimi sistemi. A far da questa data nasce ufficialmente la storia di Firenze ebraica, ma come già sottolineato da Umberto Cassuto, di ebrei a Firenze ce n’erano già certamente dall’epoca alto medievale, ipotesi questa suggerita da alcuni riferimenti a ebrei riconosciuti fiorentini che incontriamo in fonti di provenienza inglese. Tra Medici ed ebrei si intreccia – suggeriva sempre il Cassuto – un rapporto di vicendevole utilità, dettato dalla volontà dei primi di dotarsi di uno strumento capace di soddisfare le necessità economiche delle classi medio-basse, e dei secondi di ritagliarsi spazi di maggiore autonomia e dignità sociale. Le storie degli ebrei e dei Medici sembrano muovere in parallelo, perlomeno fino al 1492, anno in cui, con la dipartita terrena del Magnifico, Firenze diviene teatro di tensioni politiche, dominate dal consolidamento del fronte “popolare” e da virulente campagne di odio fomentate dai predicatori minori nei confronti degli ebrei, colpevoli di attentare alla salute materiale e spirituale dei “semplici” cristiani. La barbara uccisione, nel 1493, di Bartolomeo de Cases, giovane ebreo sefardita seviziato da una folla inferocita, segna un punto più basso di tale parabola, un baratro in cui si innesta la predicazione savonaroliana e il progetto di trasformare Firenze in una “Nuova Gerusalemme”, diversa e lontana da Roma e dalla sua Curia, epicentro di una rinnovata e più pura spiritualità cristiana, libera da simonie ma anche scevra da ebrei. Il ritorno dei Medici e in particolare l’elevazione al soglio ducale di Cosimo I, membro di un ramo laterale del principale corpo dinastico mediceo, non comporta un ritorno all’antico; il rapporto tra ebrei e classe dirigente medicea dovrà essere ridefinito sulla base delle necessità e delle priorità politiche del giovane duca: domare in tutti i modi l’opposizione antimedicea; trasformare uno Stato debole e parcellizzato in un organismo politicamente omogeneo e verticisticamente posto sotto il controllo del duca. Cosimo riuscirà nell’intento, ma per dotarsi di maggiore dignità dinastica e dunque salire al soglio granducale egli dovrà corteggiare l’impero, del tutto refrattario, per poi guardare a Roma che gli concederà il titolo tanto agognato nel 1569, quasi nello stesso momento in cui deciderà di stabilire a Firenze un ghetto ebraico sul modello di quello romano del 1555. Su questa quasi perfetta coincidenza temporale gli storici si dividono, tra coloro che ritengono che con l’adozione di misure antiebraiche (inclusa l’imposizione del “segno”) Cosimo intendesse ripagare la Curia romana per la concessione del titolo granducale, e quanti, in assenza di esplicita documentazione, nella nascita del Ghetto di Firenze (e subito dopo quello di Siena) vedono null’altro che un ulteriore tassello dell’ampio programma di riforma dello Stato mediceo. Al di là delle ipotesi e delle interpretazioni, ciò che conta qui rilevare è come quello di Firenze, unicum nel panorama peninsulare, sia stato l’unico ghetto di proprietà della dinastia regnante, un bene di famiglia su cui verteranno organismi di controllo e supervisione esattamente come su ogni altro bene mobile o immobile della famiglia Medici.

Ciò ha portato alla creazione di un enorme repertorio documentario, di gran lunga il più corposo ma soprattutto più dettagliato in relazione a qualsiasi altro ghetto italiano. Tra il 2017 e il 2018, all’interno delle attività di ricerca del programma di studi ebraici del Medici Archive Project, è stato fatto un attento censimento delle principali fonti archivistiche medicee, identificando quasi duecento volumi prodotti dallo Scrittoio delle Regie Possessioni (il ramo dell’amministrazione medicea che supervisionava le proprietà immobili), incluso un ricchissimo patrimonio catastale e mappale.


La mostra “Gli ebrei, i Medici e il Ghetto di Firenze” muove da queste premesse, ossia dalla volontà di riportare alla luce non solo un segmento di storia che fu tanto ebraica quanto profondamente fiorentina, ma anche dal desiderio di capire come il ghetto – nella duplice funzione sia di luogo fisico che di modus operandi del potere costituito nei confronti della minoranza ebraica – abbia fatto parte del dialogo tra ebrei e Medici. Vi è un ulteriore elemento che rende il Ghetto di Firenze un unicum a livello storiografico: a differenza di altri ghetti italiani (si pensi, ad esempio, a quello romano) che furono demoliti poco dopo la fine delle interdizioni sugli ebrei, quello di Firenze continua a esistere, svuotato della sua popolazione ebraica, fino alla fine dell’Ottocento, divenendo ricettacolo di marginalità sociale, un luogo in cui trovavano rifugio gli strati più bassi del proletariato urbano. Da ghetto ebraico, dunque, quello di Firenze diventa ghetto urbano, ponendo quelle premesse concettuali e sociopolitiche che troveremo in forma codificata solo vari decenni più tardi, in special modo nel mondo anglosassone. 
Il Ghetto di Firenze, un po’ come tutti i ghetti italiani, fu un luogo estremamente poroso, al di là e a dispetto delle numerose norme di segregazione. La dialettica, per certi aspetti la dicotomia, tra norma e vita reale non fu certo caratteristica unica, come detto, del ghetto fiorentino, ma ciò che a Firenze dà ragione di ciò sono due testimoni d’eccezione: il viaggiatore e mercante Moisè Vita Cafsuto, abitante (solo in teoria) del ghetto ma nella realtà figura prodromica di cittadino del mondo, e il pittore ebreo di fine Seicento Jona Ostiglio, a cui oggi possiamo attribuire con assoluta certezza almeno sette opere (tre delle quali esposte per la prima volta in tempi moderni, insieme al ritratto di un suo allievo) e che possiamo definire come primo pittore professionista ebreo nella storia dell’arte occidentale.

La vera scommessa nel raccontare il percorso di questa mostra è stata di dover raccontare cinque secoli di Storia in termini di immagini, cosa non propriamente ovvia e immediata per una comunità e tradizione culturale che, storicamente parlando, non ha mai individuato nell’icona in quanto simulacro e sinolo di forma e contenuto il suo principale veicolo di espressione. Oltre ad una relativa povertà di un consolidato repertorio iconografico ebraico, si è poi dovuto risolvere la vexata quaestio dell’immagine che da parte non-ebraica si è fatta dell’ebreo, una raffigurazione raramente scevra da pregiudizi. Questo spiega l’eterogeneità del percorso espositivo, che si compone, oltre che di una componente iconografica classica, di vettori diversi, dal documento d’archivio alla realtà virtuale, insieme ad un modello in scala del Ghetto di Firenze fatto sulla base del repertorio mappale dello Scrittoio delle Regie Possessioni a cavaliere tra 1720-1721.

Abbonati a Toscana ebraica

LEGGI TUTTO IL GIORNALE IN DIGITALE A SOLI 30€ L' ANNO