Che cosa sta succedendo

Credit ansa.it

Ai lettori di Toscana ebraica: non so se quando leggerete stampata la rivista sarà finita questa nuova terribile guerra per l’esistenza dello Stato di Israele, e nemmeno so se lo Stato stesso sarà ancore esistente. 
Lo scopo dell’attacco di Hamas del 7 ottobre era iniziare una serie di azioni, arrivando, dopo aver eliminato i kibbutzim vicini al confine, alle maggiori città del Sud – Ashkelon, Ashdod e Be’er Sheva – per arrivare nelle zone arabe di Giudea e Samaria, iniziando ovunque pogrom nella zona centrale di Israele. Poi fare iniziare dagli Hezbollah in Libano una guerra al Nord. 

Tutto questo finanziato e armato dall’Iran: distruggere quindi Israele e uccidere gran parte della sua popolazione ebraica. 
Ancora non ci sono riusciti, ma il pericolo resta, anche perché gran parte dell’opinione pubblica mondiale, ma specialmente europea, segue la guerra a Gaza dalla parte araba, dimenticandosi di chi ha iniziato questa fase del conflitto.

Detto questo, io non ho il minimo dubbio che questa sia stata l’intenzione del pogrom del 7 ottobre, perché è esplicitamente dichiarato e scritto nella carta costitutiva di Hamas e anche ripetutamente dichiarato da parte degli Ayatollah che governano l’Iran. 
Non solo, bisogna vedere questa guerra nello scenario mondiale del confronto tra le grandi potenze rette da regimi autoritari e antidemocratici come la Russia e la Cina in confronto ai Paesi democratici dell’Occidente.
Nel mezzo ci siamo noi ebrei in Israele (e fuori), che solo da poco più di un secolo diffondono e difendono democraticamente la Libertà e la Giustizia sociale di tutti i cittadini.
Tutto questo è ovvio. All’azione terroristica del 7 ottobre, che ha provocato più di 1400 morti innocenti, il rapimento di per lo meno 260 ostaggi, bambini, donne e uomini di ogni età e infiniti danni ai kibbutzim e alle città dove sono arrivati i terroristi di Hamas, non poteva esserci che una risposta militare da parte di Israele.

Lasciamo da parte la colpevole irresponsabilità delle Autorità che non hanno saputo, a causa di un errato concetto della situazione, prevedere il pericolo, in primis il Governo, con il suo Capo, le Autorità militari e i servizi di informazione, che speriamo verranno debitamente processate alla fine del conflitto.
Dobbiamo invece citare la reazione della popolazione che, se anche inorridita dalla tragedia, ha saputo reagire confidando essenzialmente in se stessa e nell’Esercito, con azioni di volontariato di ogni genere sia da parte dei soldati – quelli di leva e i millu’im (riservisti) – che dei civili che hanno risposto immediatamente alle necessità immediate del momento.

La popolazione civile si è subito mobilitata, per aiutare i militari, attrezzare i rifugi e aiutare le centinaia di sfollati dalle zone limitrofe ai confini al Sud e al Nord.
Per dare però un’idea dello stato d’animo della popolazione, riporto due scritti: una lettera di mia figlia Yael alle sue amiche in tutto il mondo e una tristissima notizia.

Lettera di Yael

Oggi (29 novembre 2023) compio 62 anni, sono nata quindici anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, figlia di due genitori perseguitati dai fascisti e dai nazisti, in tutta Europa. Il mio nonno paterno è stato ucciso ad Auschwitz perché ebreo. 
Quando avevo sei anni, in Israele, sono scesa nel rifugio sotto la nostra casa perché i Paesi arabi, che non ci vogliono qui, hanno attaccato il Paese nella Guerra dei sei giorni. 
Quando avevo 12 anni, nel giorno del Kippur del 1973 ero a Firenze, al Tempio, con i miei, e Israele fu di nuovo attaccata. Riuscimmo a tornare a casa il terzo giorno della guerra.
Io ho fatto il servizio militare come i miei compagni e fratelli, nelle Forze di Difesa di Israele [IDF] durante la Guerra in Libano negli anni ’80, là dove ho perso amiche e amici.
Durante la Guerra del Golfo, nel 1990, sono stata con i miei due piccolissimi figli in una stanza ermeticamente chiusa per la paura delle armi chimiche lanciate con i missili dall’Iraq. 
Adesso mi rifugio con i miei nipoti in una piccola cantina, sperando di difenderci dai missili lanciati da Gaza e dal Libano. Stiamo vivendo in un Paese terribilmente traumatizzato da uccisioni, incredibili violenze e rapimenti di famiglie intere, di solo bambini, infanti e giovani e vecchi di ogni età. Non voglio scrivere di quello che sappiamo delle barbarie fatte dai terroristi di Hamas perché voi ne sapete più di noi – la TV locale non le trasmette per decenza morale e rispetto di chi è ancora vivo, e per non pregiudicare la situazione degli ostaggi ancora a Gaza.
Non ho dunque il diritto di vivere come ebrea, di poter respirare come israeliana? E dove?
Sono una sola persona dei 16 milioni di ebrei che vivono ancora in questo mondo e sono minacciati adesso come durante tutta la nostra storia. Vorrei solo vivere in questo nostro piccolo Paese che ha in tutto solo 9 milioni di abitanti, in confronto agli 8 miliardi del resto del globo. Un Paese dove vivono cittadini ebrei, drusi, cristiani, musulmani, beduini, tutti israeliani che ugualmente soffrono di questa terribile situazione.

Una tristissima notizia

I lettori di Toscana ebraica ricorderanno la copertina del n. 4 di Luglio-Agosto del 2022. Era una stampa di Vered Volpe Zabari, esposta per la giornata dei Caduti e dedicata alle donne che hanno perso il compagno prima di essere state sposate. La mostra era intitolata Chalal Kaful, una doppia perdita.

Adesso, in questa terribile guerra, il figlio di Vered, militare, è stato ucciso.

Augurando a tutti un futuro più sereno vi invio il mio più sentito e accorato SHALOM.

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