Le stelle nere di Primo Levi

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Tra le poesie raccolte in Ad ora incerta, è possibile rilevare una serie di sequenze nelle quali Primo Levi affronta il problema della condizione esistenziale dell’uomo e del suo posto nell’universo. La sua è una visione sofferta, amara, oscura. Nella vita, come in una partita a scacchi, per lui, «Il nostro è un gioco serio, non ammette / Contratti, confusioni e contrabbandi»: il tempo fugge e distrugge ogni cosa; non ci lascia altro che una solerte attesa, ove nascere è nascere per morire. 

Mille più mille: un traguardo.
Un filo di lana bianco, non più così lontano,
O forse nero o rosso. Chi lo potrebbe dire?
Saperlo è infausto. Non è dato tentare
D’interrogare i numeri di Babilonia.

Nella memoria dell’ode oraziana, s’innesta già una nota rassegnata, triste, che però si fa più cupa e inquieta quando il poeta vuole osservare lo stato attuale dell’umanità, persa ormai davanti al cielo infinito e oscuro, svelato dalle moderne ricerche astronomiche. Se la rivoluzione copernicana aveva infatti costretto l’uomo a riconsiderare la sua posizione nello spazio, in seguito alla sua perduta, rassicurante centralità nel cosmo, ora i nuovi studi e le nuove scoperte scientifiche costringono l’uomo ad affrontare un nuovo radicale mutamento di fronte a uno scenario misterioso e vuoto. «Con la parola “stelle” Dante aveva terminato le tre cantiche del suo poema», scrive il poeta in un articolo intitolato Notizie dal cielo, apparso sulle pagine de La Stampa (6 marzo 1983), «Le stelle d’oggi, visibili ed invisibili, hanno mutato natura: sono fornaci atomiche. Non ci trasmettono messaggi di pace né di poesia, bensì altri messaggi, ponderosi ed inquietanti, decifrabili da pochi iniziati, controversi, alieni». La sensazione di smarrimento provata dall’uomo al cospetto di un cielo muto e ignoto, soprattutto dopo la scoperta dei cosiddetti “buchi neri”, la condizione di horror vacui che ne consegue, sono vissute da Levi nei versi de Le stelle nere, che, nella loro scansione quasi in prosa, appaiono lontani da ogni romanticismo o intimismo o simbolismo decadente: in essi domina soltanto una «amara, ma vera» scientificità, priva di ogni altra prospettiva e incapace di rispondere ai misteri della vita umana. La visione materialista liviana, forse memore della lettura di Democrito o di Lucrezio, sia pur rivista in chiave moderna, e, ancor più, forse, de «l’infinita vanità del tutto» dell’A sé stesso leopardiano, non ammette rifugi consolatori in valori spirituali, in ideali morali o nella trascendenza: domina la nuda, ferma realtà che grava sull’uomo.

Fu, in verità, la lettura di un articolo dello scienziato Kip S. Thorne, dal titolo The Search for Black Holes, pubblicato sulla rivista Le Scienze (aprile 1975), che ispirò Primo Levi a scrivere questo messaggio che rappresenta uno dei momenti più importanti della sua raccolta.

Nessuno canti più d’amore o di guerra.

L’ordine donde il cosmo traeva nome è sciolto;
Le legioni celesti sono un groviglio di mostri,
L’universo ci assedia cieco, violento e strano.
Il sereno è cosparso d’orribili soli morti,
Sedimenti densissimi d’atomi stritolati.
Da loro non emana che disperata gravezza,
Non energia, non messaggi, non particelle, non luce;
La luce stessa ricade, rotta dal proprio peso,
E tutti noi seme umano viviamo e moriamo per nulla,
E i cieli si convolgono perpetuamente invano.
30 novembre 1974

Il testo procede per brevi, cadenzate, scandite rivelazioni, che cadono come verità assolute; ogni verso coincide con una definizione, con soluzioni paratattiche, senza deviazioni, in uno stile quasi enumerativo, anaforico, in cui ogni asserzione svela una realtà sempre più grave. Domina, nel dettato, un profondo senso funereo, con immagini di morte, che si accumulano in crescendo, fino al conclusivo «perpetuamente invano». Già il titolo della breve poesia, però, con il quale Levi definisce i “buchi neri”, introduce alla struttura contrastiva che definisce tutti i versi: l’ossimoro «stelle-nere» rinvia all’antitesi luce vs ombra, come vita vs morte, anticipazione della reale condizione umana, priva ormai della sua centralità nell’universo e dominata invece dalla lontana, indifferente presenza della volta celeste, che incombe su un’umanità ormai incapace di sondare il mistero che l’avvolge. «Il nostro “buco nero” è la morte. Gli itinerari umani tutti convergono verso questo nostro destino comune». Il buco nero è, in effetti, un oggetto nello spazio la cui forza di gravità è tanto grande che nulla può sfuggire alla sua capacità di attrazione, nemmeno la luce: diviene allora, nella poesia, una stella nera, che non emette luce, ma, al contrario, la trattiene sulla sua superficie. È lo sconvolgimento radicale: all’interno dei buchi neri viene meno la tradizionale legge di causa ed effetto e si svela la paurosa immagine di un universo, nel quale tutto può diventare possibile, di un cosmo in cui la materia non sembra più avere leggi razionali, rassicuranti e certe: tutto appare così ormai vuoto di ogni fondamento sicuro, in preda soltanto al caos e al caso, di fronte al quale si smarrisce e quasi si annulla l’esistenza dell’uomo.

Il dodecasillabo proemiale, primo di versi di varia misura, ove settenari e ottonari spesso si fondono, svela già la vanificazione di ogni azione umana, che nel canto e nella poesia sembra trovare una delle sue più alte espressioni: due negazioni («nessuno […] più») vogliono segnare la fine di ogni esperienza estetica: «generazioni di amanti e di poeti avevano guardato alle stelle con confidenza, come a visi famigliari: erano simboli amici, rassicuranti, dispensatori di destini, immancabili nella poesia popolare ed in quella sublime». Ora non più la lirica d’amore, grande tema della tradizione poetica, non più le «vaghe» stelle di Petrarca, Tasso, Monti o le «scintillanti» stelle leopardiane; non più la grande poesia epica, gli eroi delle canzoni di Gesta, di Ariosto o di Tasso: di fronte al vuoto dell’universo resta solo il silenzio. È svanito ogni antico legame tra la natura e l’uomo: non c’è più la visione consolatrice dell’Arcadia, né, al contrario, la natura matrigna leopardiana; l’universo è come un nemico che, nella fredda e lucida visione di Levi, assale l’uomo con ordigni di guerra: il rassicurante ordine cosmico si è infranto («sciolto»), torna, in una sorta di iperbole vittimistica, il religioso consummatum est (Giovanni 19,30), come una condanna definitiva. Ogni teoria razionale, capace di spiegare anche i fenomeni comuni, è venuta meno; un nuovo ossimoro, che contrappone immagini di violenza a sensi di pace («legioni celesti») rivela una realtà ostile, dove dominano segnali di guerra. Non si vede più «Venere bicorne / navigare nel sereno»; non le «legioni infinite di mondi nuovi» del Sidereus nuncius di Galileo (1, 2-8). Le stelle sono diventate realtà mostruose («groviglio di mostri»), l’universo è il nemico che assale e assedia l’uomo come un nuovo mostro, ignoto e indecifrabile («cieco, violento, strano»). Il tricolon, con la sua cadenza lugubre, apre a una visione straniante, ove il «sereno» appare dominato non più da una luce vivificante, ma da orribili «soli morti», che il nuovo ossimoro (luce vs ombra) definisce con orrore. Enormi stelle, giunte alla fine della loro esistenza, si sono contratte, formando un buco nero che continua ad assorbire materia dello spazio attorno. Il nuovo nemico ha distrutto tutto: come in un campo di battaglia, restano, sconfitti, nuclei di atomi calpestati e schiacciati («stritolati»), in un deserto di morte e di squallore. 

Nel dettato poetico degli ultimi due versi, però, il tono sembra mutare, quando dallo spazio infinito lo sguardo si rivolge alla misera dimensione terrena, legata per sempre all’eterno percorso dalla vita alla morte. Nei versi di Nel principio (7-10/14 -15), di quattro anni prima:

Splendido, librato nello spazio e nel tempo,
Era un globo di fiamma, solitario, eterno,
Nostro padre comune e nostro carnefice. 
Ed esplose, ed ogni mutamento prese inizio. […]
Lo stesso abisso che ci avvolge e ci sfida,
Lo stesso tempo che ci partorisce e travolge.

dominava, come in tutto il testo, la lucida, fredda, distaccata oggettività di una dottrina materialista «amara, ma vera» di fronte al perenne ciclo di produzione e di distruzione della materia: nel congedo invece di questi versi più tardi sembra subentrare, nella sottile filigrana di una visione tragica, una sensazione di rassegnata, più cupa malinconia, quasi l’inevitabile accettazione di una realtà che nulla ormai potrebbe più cambiare. Il nuovo rapporto tra il vuoto misterioso e l’uomo, rimasto solo di fronte all’ignoto, si risolve nel nulla: dal deserto che lo avvolge non giunge alcuna voce, alcun segnale, né messaggio alcuno: una quadruplice sequenza di negazioni («non […] non») sembra scandire l’assenza di ogni palpito vitale con lenta, funerea cadenza, in forma di climax, che nella luce, simbolo di vita, trova il suo punto estremo («Non energia, non messaggi, non particelle,non luce»). Resta solo una «disperata gravezza», una forza di gravità priva di controllo, casuale: la potenza dei buchi neri è tale che assorbe anche la luce e i mostri oscuri trasmettono misteriosi impulsi, inquietanti, decifrabili da pochi iniziati: a descriverli «il nostro linguaggio di tutti i giorni fallisce, è inetto». La nuova scoperta ha sconvolto ogni certezza, ogni residuo di antropocentrismo; ha vanificato ogni valore della presenza umana. Tutto ormai scorre senza scopo e non ci sono possibili aperture trascendenti, né religiose, né ancorate a un fine superiore: nella pura immanenza di una visione meccanicistica, la presenza dell’uomo, «seme umano»,si riduce a una sterile parabola tra la vita e la morte, senza alcuno scopo, così come, nell’assoluta indifferenza, girano attorno all’uomo i cieli, che nello scandito polisillabico «perpetuamente» sembrano segnare la condanna eterna di un’esistenza ormai svuotata dei suoi valori: ove, raccordandosi all’incipit, «invano» sigilla la lunga teoria di sequenze negative, attraverso le quali emerge proprio una sconsolata, rassegnata, eppur ferma, visione della condizione umana. 

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