Un nuovo strumento per conoscere le tradizioni musicali degli ebrei d’Italia 

Foto: jewishitalianmusic.org/

Data la particolare storia delle comunità ebraiche italiane, la musica liturgica delle sinagoghe del nostro Paese va considerata in termini di “repertori locali”: un concetto spesso dato per scontato da chi in una comunità ebraica italiana vive, ma tutt’altro che facile a comprendersi per chi invece ha esperienza di un mondo ebraico diverso dal nostro. Si tratta, del resto, di repertori locali sì, ma con profonde interazioni; non certo sviluppatisi in isolamento, ma descrivibili in termini di una complessa rete di macro- e micro-relazioni.
Pensiamo a esempio al repertorio fiorentino: erede della “Scuola Spagnola” all’epoca del ghetto e quindi legata a filo doppio alla tradizione livornese, la musica usata per le tefillot al Tempio Maggiore acquisisce però materiale specifico pensato per i suoi spazi ampi e la sua poderosa acustica, sin dalla celebre cerimonia per la sua inaugurazione nel 1882. Ogni tanto, poi, in qualche piega del rito si affacciano melodie che sono rimaste probabilmente dal rito più antico fiorentino, quello che in ghetto era proprio di “Scuola Italiana”, e che sopravvisse per qualche tempo nell’oratorio di via delle Oche. Il rito fiorentino, come oggi lo cantiamo, deve moltissimo alle celebrate registrazioni di rav Fernando Belgrado di benedetta memoria, che si impegnò tantissimo per trasmetterlo alle giovani generazioni. E il passaggio attraverso la poderosa voce e la grande musicalità del rav lasciò senz’altro segni, inevitabili tracce, piccole e grandi trasformazioni secondo quello che era il suo gusto e la sua intenzione. Proseguendo nel tempo, altri chazzanim hanno lasciato la loro impronta in un rito che è materia viva, passata oralmente di voce in voce. E così ogni tanto si può trovare una traccia romana lasciata dall’amatissimo rav Umberto Sciunnach z”l; o qualche influsso veneziano che è facile far risalire all’indimenticabile chazzan che per tanti decenni è stato – ed è ancora – il nostro Umberto Forti.
Così come per il rito del Tempio Maggiore di Firenze, se si volesse tracciare una storia esatta del repertorio di una sinagoga italiana, si dovrebbe far riferimento al movimento e al trasferimento di riti e di varianti, come l’eredità livornese e la dominazione del rito sefardita su quello italiano per Firenze, ovvero le macro-relazioni di cui si parlava sopra; ma anche conoscere la vita e l’influsso dei vari chazzanim che si sono alternati in tevà, le loro origini, dove avevano imparato a dire tefillà; insomma, micro-relazioni che però spesso sono poi quelle che donano a quel repertorio uno stile, una identità precisa, un suono riconoscibile. Si tratta di uno sforzo assai complicato: magari un aspirante shaliach tzibbur che voglia prepararsi a salire in tevà imparando il rito “del luogo” può ritenerlo anche uno sforzo inutile, ma rischia di perdersi un pezzo importante di storia, utile anche per scegliere come e cosa cantare. E senz’altro uno studioso che voglia invece capire quale sia l’origine della musica che sente cantare uno Shabbat al Tempio, avrà bisogno di non poche informazioni per orientarsi in questo labirinto di influenze, percorsi, collegamenti.

Allarghiamo ora il nostro sguardo da Firenze all’Italia: il nostro ipotetico studioso non potrà certo non rimanere affascinato. Così come nel resto del mondo, in Italia gli ebrei sono stati storicamente restii a trascrivere le proprie melodie. Prima della fine del XVIII secolo la quasi totalità delle tracce scritte di musica sinagogale che ci sono pervenute sono dovute a ebraisti cristiani: e si tratta comunque di un materiale assai esiguo rispetto alla vastità del repertorio usato in un anno liturgico nelle tante sinagoghe sparse nella penisola. Però, un numero non indifferente di comunità ha fatto a tempo ad affacciarsi all’epoca in cui diventano comuni partiture per coro o cantore; e perfino al momento della nascita degli strumenti moderni di registrazione. Così che, anche se tanto è andato perduto, potenzialmente lo studioso potrà pensare di avere a disposizione fonti scritte e registrate per molti, ampi repertori di antica tradizione orale: un tesoro di materiale musicale di inestimabile valore.
Purtroppo questi repertori sono oggi disponibili in una forma estremamente frammentaria, che riflette anche l’intrinseca frammentazione di una memoria presente in maniera molto più organica appena un secolo fa; ma che è stata intaccata dal tempo, dalla diminuzione numerica delle comunità, dall’assimilazione e secolarizzazione, e ovviamente dalla profonda ferita inferta al tessuto sociale ebraico dalla persecuzione nazifascista. I repertori ci arrivano oggi con modalità diverse e con diversi livelli di conservazione – da comunità che sono completamente scomparse e la cui musica rimane solo in poche trascrizioni o registrazioni degli anni ’50 e ’60, a comunità ove la tradizione liturgica è tuttora viva e attiva, trasmessa alle generazioni più giovani; e molti esempi che si collocano in qualche livello intermedio, più vicino a un capo o all’altro di questi due standard.

Per quanto riguarda le fonti scritte, varie comunità conservano partiture per coro e/o chazzan, a volte con accompagnamento strumentale. Altri archivi sono stati raccolti in centri di studio all’estero, come la Biblioteca Nazionale d’Israele o università americane. Altro materiale, di origine privata o comunitaria, è disponibile in centri pubblici di documentazione, o in archivi privati.
Per quanto riguarda invece le fonti registrate dalla viva voce di cantori, la collezione di registrazioni di tradizioni musicali ebraiche italiane più significativa, più ampia e più conosciuta è senz’altro quella messa insieme da Leo Levi z”l fra il 1954 e il 1962. Si tratta di più di mille registrazioni, conservate su bobine oggi custodite presso l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e la Biblioteca Nazionale d’Israele (per una descrizione del materiale e una valutazione del suo valore come anche dei suoi limiti, v. Leo Levi, “Melodie Tradizionali Ebraico Italiane”, in Studi e ricerche del Centro Nazionale di Studi di Musica Popolare, Accademia di Santa Cecilia, Roma, pp. 59-68; e Francesco Spagnolo, “Musiche in contatto; le tradizioni ebraiche in Italia nelle registrazioni di Leo Levi”, Annuario degli Archivi di Etnomusicologia della Accademia Nazionale di Santa Cecilia 2005, pp. 83-107). Le registrazioni sono selezioni dal rituale, di solito lunghe pochi minuti, cantate da informanti selezionati da Levi, che riportano materiale dalle comunità di Torino; Asti, Fossano e Moncalvo; Trino Vercellese; Casale Monferrato; Verona; Venezia; Trieste; Gorizia; Padova; Mantova; Ferrara; Reggio Emilia; Firenze; Livorno; Pitigliano; Siena; Ancona; Roma. Se per alcune di queste comunità le registrazioni della Collezione Levi sono ormai l’unica testimonianza udibile di una tradizione scomparsa, in molti casi invece esistono altre registrazioni, fatte dagli stessi informanti che avevano registrato per Levi o da altri in epoche successive, create spesso per scopi didattici nei confronti di giovani aspiranti cantori; e che possono oggi essere ascoltate presso le comunità o presso archivi privati e familiari.
Non è facile ottenere uno sguardo d’insieme da materiale che presenta tante lacune e che è sparso in tanti luoghi diversi, fisici e virtuali. Porterò un altro esempio, dalla mia comunità di origine: Ferrara.

Nei primi anni ’30, il celebre A. Z. Idelsohn, musicologo padre della moderna etnomusicologia ebraica, si interessò dei repertori italiani. Si fece consigliare i nomi di alcuni esperti locali e si mise in contatto con loro. Per Ferrara, gli fu consigliato l’avvocato Giuseppe Bassani, che non era cantore ma un esperto del rito. Tra il 1933 e il 1934, Bassani spedì a Idelsohn una serie di 57 trascrizioni di singole melodie, più esempi di cantillazione, dai tre repertori il cui uso ancora si ricordava a Ferrara: rito Italiano, rito Spagnolo, rito Tedesco. Il materiale fu pubblicato da Idelsohn in piccola parte (A. Z. Idelsohn, “Traditional Songs of the Tedesco Jews in Italy”, Hebrew Union College Annual, Vol. 11, 1936, pp. 569-591). Il resto delle trascrizioni, insieme alle lettere scritte da Bassani che descrivevano il mondo della musica sinagogale a Ferrara e in Italia, sono presenti nel Fondo Idelsohn presso la Biblioteca Nazionale d’Israele a Gerusalemme (ne ho scritto in un saggio di prossima pubblicazione, E. Fink, “Musical Repertoires of Italian Synagogues: Searching for a ‘Ghetto-Era’ Soundscape” in Jewish Musical Cultures in Europe, c. 1500-1750, ed. Diana Matut, Brill). Per me sapere di questo collegamento fra Idelsohn e Ferrara fu particolarmente emozionante, dato che Giuseppe Bassani era zio di mio padre, una figura di cui ho sentito parlare fin da bambino; scomparso con la sua famiglia ad Auschwitz dieci anni dopo aver siglato l’ultima lettera per il musicologo d’oltreoceano, non si sarebbe certo mai immaginato che, settant’anni dopo, suo pronipote avrebbe tenuto in mano quelle stesse lettere, scoprendovi una descrizione di una Ferrara ormai scomparsa; a Gerusalemme, poi. Ma a parte la memoria familiare, è chiaro che per descrivere il rituale ferrarese sarebbe bello poter mettere insieme le trascrizioni di Bassani con le 105 unità registrate da Levi a Ferrara; con le registrazioni fatte da cantori diversi anche in anni successivi e oggi patrimonio di poche famiglie, come poche (e per lo più non più residenti a Ferrara) sono quelle che conservano memoria delle tradizioni locali com’erano cantate nei decenni del dopoguerra. Per arrivare magari a confrontare il tutto con alcune trascrizioni della cantillazione ferrarese pubblicate nel lontano ’500 da un autore cristiano, Ercole Bottrigari. Ma com’è ovvio, senza una guida chiara un percorso di questo genere è tutt’altro che facile.
Nei primi mesi del 2020,  ho avuto l’opportunità di passare un trimestre presso l’Università di Oxford, parte di un Seminario Internazionale sulla musica ebraica in Europa. Là, assieme al collega Piergabriele Mancuso (che aveva pochi anni prima pubblicato un volume contenente le registrazioni di Levi di ambito veneziano), ho potuto parlare di queste questioni con il professor Edwin Seroussi, a capo del Centro di Ricerca sulla Musica Ebraica presso l’Università di Gerusalemme. Seroussi, Israel Prize per la Musicologia nel 2018, è non solo figura centrale nell’etnomusicologia contemporanea in ambito ebraico, ma anche uno dei pochi studiosi ad avere ampia esperienza e conoscenza dei repertori italiani (sono sue, fra l’altro, le note esplicative al CD che il Beit Hatfutsot registrò a Firenze nel 2001). È stato appunto lui a sottolineare la frammentazione di cui sopra, la difficoltà di approccio al materiale italiano; e a suggerire la creazione di una risorsa che affrontasse queste questioni e offrisse una soluzione.
Così, nell’ambito delle attività del Centro Leo Levi per il Patrimonio Liturgico Ebraico, un’associazione nata nel 2016 per volere di rav Joseph Levi, che di Leo Levi è figlio, e del professor David Meghnagi, Mancuso ed io abbiamo creato un progetto chiamato Online Thesaurus of Italian Jewish Music.

Oggi potete vedere il Thesaurus al sito https://jewishitalianmusic.org/ (ci si arriva anche da www.musicaebraicaitaliana.it). L’obiettivo è quello di offrire un punto centrale di accesso alle varie collezioni, pubbliche e private, ordinando e catalogando il materiale disponibile; collegando e organizzando registrazioni e fonti scritte in un contesto ampio che permette lo studio comparativo, offre una prospettiva nuova sulle relazioni interne ed esterne alle comunità, e mette a disposizione di studiosi, appassionati, aspiranti cantori un facile percorso per giungere a un quantitativo immenso di materiale.
Si tratta ovviamente di un work in progress, ma già oggi il Thesaurus è perfettamente funzionante e contiene un vasto catalogo di materiale in continua espansione. All’accesso, una mappa geografica dei repertori delle comunità ebraiche italiane permette con qualche semplice e intuitivo click di selezionare e aprire una partitura o ascoltare una registrazione. Le singole unità sono catalogate in base a criteri come la fonte biblica del testo; la variante ritualistica e comunitaria; la posizione nell’anno e nel giorno liturgico; la forma del testo; la collocazione esterna della fonte, se esiste, e un link per arrivarci; luogo, data e informazione sulla registrazione o sulla trascrizione o composizione; e informazioni storiche sugli autori o gli informanti. Inoltre, le unità sono interconnesse da una serie di relazioni («variante della melodia in […]» o «brano citato da […]», a esempio); e divise oltre che in repertori comunitari in collezioni (come a esempio, per tornare a Firenze, le «registrazioni di rav Fernando Belgrado»). Si può passare da una unità alle altre in modo immediato e intuitivo, cliccando su una categoria, oppure usando un sofisticato motore di ricerca.

Da quando è nato, il Thesaurus è entrato in collaborazione con i principali centri di ricerca sulla musica ebraica nel mondo, e ovviamente nel nostro Paese; biblioteche straniere ci stanno mandando partiture per la catalogazione e inclusione nel sito; piano piano, oltre alla rete istituzionale, cresce una rete di persone che contribuiscono inserendo materiale e aiutandoci a far crescere il progetto.
In conclusione, questo scritto è un invito a frequentare il Thesaurus; a perdersi nella ricca tradizione ebraica italiana, o a fare ricerche specifiche. Magari a venire a collaborare con noi! Ma soprattutto ad essere consapevoli di quale ricco patrimonio la nostra tradizione ci faccia dono, e a contribuire, come e quanto possiamo, a non disperderlo.

Sul sito del Thesaurus stiamo preparando una sezione dedicata a Federico Benadì z”l, venuto a mancare mentre la rivista andava in stampa.

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