Emergenza Ucraina. Intervista a Anastasia Vendrov

Consegna a Charkiv degli aiuti da Firenze, maggio 2022.   

וְלֹא הַמִּדְרָשׁ הוּא הָעִקָּר, אֶלָּא הַמַּעֲשֶׂה
Non è la speculazione teorica la parte importante ma l’azione (da Pirqé Avot 1,17)

Il 24 febbraio, all’inizio dell’invasione armata russa dell’Ucraina, il sentimento generale è stato di sgomento e incredulità. C’è chi invece, come Anastasia, non si è perso d’animo e fin da subito ha organizzato una staffetta di aiuti per la popolazione civile che ancora oggi è in corso.

Anastasia, raccontaci la tua storia personale e quella della tua famiglia.

La mia storia personale inizia il primo agosto 1981 a Kiev nella Repubblica Ucraina USSR, primogenita di due insegnanti ebrei. Tutti i miei nonni e una bisnonna sono sopravvissuti alla Shoà e sono cresciuta in una famiglia di lingua e cultura yiddish. Il nonno lavorava al Ministero governativo e era un liquidatore di Chernobyl, la nonna una dottoressa molto famosa e direttrice di una clinica medica molto grande. Nel 1989 i miei genitori insieme a rav Bleich, che ancora oggi è il rabbino capo dell’Ucraina, hanno fondato la scuola ebraica di Kiev dove hanno lavorato insieme a mia nonna che ormai era in pensione. Nel 1991 la mia famiglia ha fatto la ‘aliyà e abbiamo vissuto tre anni a Beit El e poi a Ashqelon. Abbiamo dovuto iniziare tutto daccapo ed è stato molto difficile. Mi sono “auto-cresciuta” e ho iniziato a lavorare a undici anni facendo la babysitter e poi anche altri lavori.  

 

Scuola ebraica di Kiev, 1990.

La situazione in Ucraina, anche in questo momento, è in continua evoluzione; da ciò che sai da parenti e amici che vivono là ci saremmo dovuti aspettare un esito così drammatico, cioè che sarebbe scoppiata una guerra così sanguinosa?

Tra i famigliari che ho sentito prima della guerra nessuno si aspettava questo conflitto, per di più così cruento.
Qualcuno per sicurezza si era allontanato dall’Ucraina ma altri no. Mio cugino, per esempio, fino all’ultimo non ci credeva. Poi quando la guerra è iniziata, concentrata specialmente su Kiev, non voleva neanche andare via dall’Ucraina, pensando che sarebbe finita subito; dopo molti si sono allontanati dalla loro casa e chi poteva è uscito dal Paese restando però vicino al confine. Uno dei pensieri più diffusi tra gli ucraini sin dall’inizio è che tutto stia per finire da un momento all’altro e che bisognerà tornare a casa prima possibile. A tutti manca casa, la normalità.
Neanche io personalmente mi sarei mai aspettata da un popolo, quello russo, europeo e considerato di alto livello culturale, così tanta crudeltà e barbarie non solo verso i soldati ma anche verso i civili e i bambini, oltre che verso se stessi: sappiamo che bruciano i cadaveri dei loro compagni per non lasciare nessuna prova della loro morte.

Veniamo a quello che stai facendo da fine febbraio ad oggi: ti stai prodigando con un’incredibile energia e dedizione per raccogliere aiuti. Come si svolge questa raccolta? 

Quello che stiamo facendo io e mio marito, con il grande aiuto da parte di tante persone, è una raccolta a casa mia di tutto quello di cui hanno bisogno nell’immediato in Ucraina, suddiviso in base alle diverse destinazioni. Ho contatti diretti sia con chi trasporta tutto in Ucraina sia con chi lo riceve là e lo distribuisce. Gestisco tutto dall’inizio alla fine: raccolta delle informazioni, richiesta e raccolta delle donazioni in base alle informazioni ricevute, impacchettamento per il trasporto in base al contenuto dei vari pacchi; organizzo e gestisco la logistica e la consegna fino a destinazione. Chiedo sempre di inviarmi foto/video che testimonino l’avvenuta consegna. Riusciamo in pochissimi giorni a consegnare in località anche molto lontane come Charkiv.
Siamo riusciti a consegnare subito nella città di Irpin appena è stata liberata: mettendo insieme una catena logistica, subito dopo un altro carico sostanzioso da casa mia è arrivato direttamente lì con l’aiuto della mia famiglia e di un amico di infanzia; poi anche a Kiev, quando era pesantemente bombardata – ed in modo particolare nel mio quartiere natale –, ai rifugiati nella area limitrofa a Černivci, a Odessa, a Cherson (ormai purtroppo occupata), e ancora alla lontanissima e molto spesso pesantemente bombardata Charkiv. Grazie alla rapida organizzazione logistica siamo riusciti a consegnare anche l’insulina riuscendo a mantenerla “al fresco”. 
Inoltre un giorno ho incontrato fuori dalla Comunità ebraica di Firenze un gruppo di rifugiati che erano arrivati qui senza nulla e che mi hanno chiesto di aiutarli. Quindi, oltre a raccogliere aiuti per l’Ucraina, chiedo e raccolgo anche per loro e per altri nuovi arrivati, consegnando gli aiuti direttamente a loro. Sono donne con figli o uomini disabili o con figli disabili.

Hai trovato sostegno e solidarietà a Firenze e in Toscana?

Ho trovato tantissima solidarietà e sostegno da parte di tante persone. Tra queste molte appartengono alla Comunità ebraica di Firenze, che ringrazio con tutto il cuore. Aiutiamo insieme tutte le persone che si ritrovano a dover subire questa guerra assurda, atroce e disumana, senza alcuna distinzione di religione o di altro tipo. Purtroppo molte associazioni umanitarie consegnano gli aiuti in depositi o nei Paesi confinanti ma non seguono il tragitto delle merci fino alla destinazione finale; secondo me ci dovrebbe essere più trasparenza, comunicando sempre la partenza, i tempi e il luogo delle consegne, inviando anche delle evidenze a chi ha contribuito.

Ti sei assunta un incarico ammirevole ma molto faticoso e impegnativo.

Ci sono diversi motivi per cui lo faccio, oltre agli ovvi motivi umanitari. Prima di tutto mia nonna mi ha sempre raccontato come è stata aiutata da una signora in Kazakhstan durante la Seconda guerra mondiale. Questa signora ha ospitato la famiglia di mia nonna nel suo monolocale e divideva il “nulla” che aveva con loro. In più, quando io e la mia famiglia siamo arrivati in Israele siamo stati aiutati tantissimo da persone completamente estranee. Alcuni avevano anche nove figli ma ci accoglievano per lo Shabbat e ci aiutavano senza chiedere niente in cambio. Vorrei in qualche modo restituire all’umanità quello che la mia famiglia ha ricevuto più volte. 
Inoltre, qualche tempo fa quando stavo molto male in ospedale e non sapevo neanche se e come sarei uscita da quella brutta situazione, il pensiero costante che mi passava per la mente, oltre a quello riferito alla mia famiglia e alle bambine, era su cosa lascerò di me agli altri, per cosa sarò ricordata. Sono molto orgogliosa di quello che stiamo facendo ed è questo il ricordo che vorrei lasciare un giorno, facendo sì che magari anche altre persone, incluso quelle che stiamo aiutando in Ucraina e qui in Italia, possano ricordarsi di tutto questo e che anche loro vogliano restituire l’aiuto ricevuto all’umanità, così come io sto cercando di fare.

Di cosa hanno più bisogno attualmente in Ucraina? 

Attualmente in Ucraina hanno bisogno di cibo in scatola, in particolare di carne/tonno o simili, latte e alimenti per neonati, farmaci. A Charkiv manca anche l’insulina. Inoltre sacchi a pelo, torce (in tante zone non possono mai accendere la luce), radiotrasmettitori (si trovano in vendita online) per i volontari, per poter comunicare tra di loro. Per maggiori dettagli mi potete contattare in privato. Vorrei infine condividere con voi la poesia che mia figlia Elinor di dodici anni ha scritto dopo lo scoppio della guerra.

La pace è una grande parola,
Non dovrebbe esistere nemmeno una pistola.
La pace nel mondo non c’è mai,
Dovremmo aver capito la lezione ormai.
Ma perché ripetere la storia,
Perché ancora?
Questa risposta non la dovrei dare io,
Io la so già,
Come molti altri ora, nel futuro e tempo fa.
Una guerra non è solo uno stato da conquistare,
Sono perlopiù persone a cui fare male e odiare.
Quelle persone sono molte volte innocenti,
Ed ecco perché bisogna stare molto attenti.
Senza pace non c’è libertà e senza la libertà non c’è giustizia, ma l’esatto contrario.
Questo è il mondo dove siamo nati,
Dovremmo solo migliorarlo
Lasciare gli stessi stati.
Le persone che non si accontentano mai,
Finiscono solo nei guai.

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