Veduta della baia di Santa Maria al Bagno, dove nel dopoguerra fu allestito un campo di transito che ospitò migliaia di profughi superstiti della Shoà.
Secondo la tradizione storiografica ebraica medievale, dopo la distruzione del Secondo Tempio nel 70 e.v., Tito deportò in Italia numerosi prigionieri da Gerusalemme e li fece sbarcare a Brindisi, Taranto e Otranto. Così avrebbe avuto origine l’insediamento ebraico in Puglia, uno tra i più antichi di tutta l’Europa occidentale. La ricca messe di epigrafi funerarie riportate in luce dagli scavi archeologici attesta la presenza di comunità che rimasero attive per tutto il Medioevo nella regione adriatica, nonostante i frequenti cambiamenti politici e le oscillanti condizioni di tolleranza nei confronti delle minoranze.
In questo quadro generale, il caso specifico dell’insediamento ebraico di Lecce presenta caratteristiche analoghe a quelle di altri centri pugliesi. La storia della comunità locale può essere letta in parallelo a quella della città. Al periodo della costituzione dei primi insediamenti giudaici risalgono i resti del grande anfiteatro e del teatro, testimoni del rilievo assunto dalla Lupiae romana; grande sviluppo ebbe la componente ebraica nel tardo periodo angioino e in età aragonese, tra la fine del XIV e il XV secolo, epoca in cui Lecce acquisì il ruolo che avrebbe conservato nei secoli successivi di capoluogo del “Tacco” d’Italia.
Il periodo della crescita esponenziale dei residenti ebrei coincise con le migrazioni in massa dalla Spagna e dalla Provenza tra il 1300 e il 1400; si rimane sorpresi, tuttavia, dalla pressoché totale assenza di edifici medievali all’interno della cinta muraria cittadina, essa stessa frutto del rinnovamento avviato a partire dalla metà del Cinquecento. L’epoca della trasformazione urbanistica di Lecce ebbe inizio durante la sovranità di Carlo V d’Asburgo, l’imperatore che causò, con il suo editto del 1541, l’espulsione definitiva degli ebrei dall’Italia meridionale. La cancellazione della Lecce medievale e la riconfigurazione architettonica secondo i dettami imposti dalla Controriforma spiega in parte le ragioni della scomparsa delle tracce della secolare presenza ebraica locale. Eppure i documenti d’archivio, i manoscritti ebraici copiati in Salento e le testimonianze indirette conservate altrove ci restituiscono un’idea, seppur parziale, dell’insediamento capillare di nuclei ebraici nel capoluogo e nel territorio circostante. Quasi ogni piccolo centro della Puglia meridionale conserva la memoria di una giudecca, talora di un luogo di culto o di sepoltura. Nel 1871, dopo l’unificazione d’Italia, un erudito giudice leccese ricevette dal Consiglio comunale l’incarico di «dare un nome preciso e definitivo a ogni strada, piazza e cortile della città»: fu allora che uno dei vicoli dell’antica giudecca fu chiamato via della Sinagoga, mentre una strada parallela fu denominata vico della Saponea, in riferimento alle attività ebraiche che vi si svolgevano. Non lontano da lì, un’altra via ricorda Abramo Balmes, celebre medico e traduttore di testi filosofici, vissuto tra XV e XVI secolo. Dopo un intervallo di oltre trecento anni fu compiuto un tentativo, seppur limitato, di restituire spessore a una presenza dimenticata.
Inaugurato nel 2016, il Museo Ebraico di Lecce è stato costituito con l’intento precipuo di sottolineare il ruolo dell’ebraismo nella storia del Salento. Ubicato nel cuore dell’antica giudecca, ha sede in un edificio rinnovato più volte tra XVI e XIX secolo, noto come Palazzo Personè, benché appartenuto a numerose famiglie nel corso dei secoli. La documentazione d’archivio permette di identificare la presenza in loco di una sinagoga, attiva almeno a partire dalla prima metà del ’400. Nei sotterranei, due vasche potrebbero essere state utilizzate per le abluzioni rituali.
La questione principale con cui ci siamo confrontati al momento dell’apertura del Museo è stata la scarsità delle testimonianze materiali da presentare ai visitatori. Ci siamo resi conto che, nella percezione dei turisti, l’aspetto attuale dell’antico quartiere ebraico, profondamente modificato in età moderna, non consente di farsi un’idea del suo aspetto all’epoca del massimo sviluppo della comunità locale. Per colmare tale lacuna, abbiamo pensato di integrare le scarse tracce archeologiche rimaste con altre informazioni, trasformando dati concreti, finora noti quasi esclusivamente ad una comunità ristretta di studiosi, in contributi multimediali accessibili al vasto pubblico. Accompagnati dall’abile narrazione di guide esperte, i visitatori ricompongono la memoria frammentaria dell’ebraismo locale, seguendo un percorso che si avvale di pannelli esplicativi che commentano perlopiù riproduzioni di documenti e oggetti conservati altrove. Di recente, alcuni sostenitori del Museo hanno donato o prestato pezzi delle loro collezioni per permettere ai visitatori, e in particolare agli studenti delle scuole locali, di venire a conoscenza dei più diffusi oggetti d’uso quotidiano del mondo ebraico.
Fondandoci sulle competenze del comitato scientifico e con il necessario supporto tecnologico di esperti locali, abbiamo realizzato un video che presenta la storia dell’insediamento ebraico nel Salento a partire dall’età imperiale romana fino al XVI secolo. La narrazione multimediale, che affianca quella del percorso espositivo, si è poi arricchita della ricostruzione tridimensionale della giudecca e della sinagoga quattrocentesca. Il visitatore può visualizzare (e non solo immaginare) come potesse apparire il quartiere nel basso Medioevo e quali attività economiche vi si svolgessero. Alla modalità audiovisiva più tradizionale si è aggiunta, in un secondo momento, quella immersiva. Indossando un visore, il visitatore può entrare virtualmente nei pochi luoghi superstiti della Lecce medievale (lontani dai percorsi turistici più battuti) e cogliere la percezione della comunità locale nell’immaginario della società maggioritaria contemporanea. In una fase successiva è stato allestito un teatrino olografico, che permette ai visitatori di confrontarsi a tu per tu con personalità di spicco dell’ebraismo leccese. Questi itinerari virtuali nello spazio e nel tempo sono destinati a suscitare l’interesse dei turisti motivandoli a riflettere sulla composizione multiculturale della società del passato e sulle sfide della presente e futura. Applicando tecnologie finalizzate all’esperienza multisensoriale, testimonianze che oggi appaiono diversamente contestualizzate possono riacquisire la loro funzione originale: un’iscrizione ebraica quattrocentesca, l’incavo che un tempo ospitava una mezuzà, le vasche forse usate per il miqwé, le strutture murarie dell’antica sinagoga, un inno liturgico o un testo letterario conservato in una collezione lontana, danno modo ai visitatori di recuperare quella memoria ebraica del territorio che fino a pochi anni or sono pareva totalmente obliterata.
Al termine del percorso museale, dopo la sala delle esposizioni temporanee che ospita allestimenti di opere artistiche contemporanee, è stato dedicato uno spazio alla memoria dei Campi di transito allestiti dalle Forze Alleate alla fine del secondo conflitto mondiale sui litorali del Salento per accogliere migliaia di profughi, in gran parte superstiti della Shoà. Nel prossimo futuro contiamo di ampliare la nostra offerta con l’aiuto di materiali audiovisivi relativi al dopoguerra.
Mi piace ricordare che, proprio lo scorso maggio, abbiamo ricevuto un gruppo di visitatori, partecipanti ad un viaggio in Salento organizzato dal MEIS di Ferrara. Dopo aver passeggiato alla scoperta del centro storico di Lecce e aver visitato il Museo, abbiamo raggiunto le quattro località in cui furono allestiti i Campi destinati ad accogliere temporaneamente rifugiati ebrei al termine della Seconda guerra mondiale: a Santa Maria al Bagno abbiamo visitato il Museo della Memoria e dell’Accoglienza, ove abbiamo ammirato i murales di Zvi Miller (1946), nei quali si coglie il desiderio di dar vita a un nuovo Stato ebraico; a Santa Cesarea Terme abbiamo osservato alcune iscrizioni ebraiche lasciate dagli affiliati ad organizzazioni sioniste, intenzionati a compiere la ‘aliyà e a lasciarsi alle spalle i traumi delle persecuzioni; dopo una breve sosta a Tricase Porto, abbiamo raggiunto l’estrema propaggine meridionale della regione, il capo di Santa Maria di Leuca, ove abbiamo visitato quanto resta dell’edificio che ospitò la Maternità in cui vennero alla luce i figli delle coppie che si erano costituite nei campi di transito. La maggior parte dei bambini lasciò il Salento poco dopo la nascita, per trasferirsi, con i genitori, nelle principali destinazioni del flusso di profughi: Israele, Stati Uniti, America meridionale. Sulla via per Santa Cesarea ci siamo fermati a Otranto, dove abbiamo ricordato una delle principali comunità ebraiche dell’Italia medievale, celebre per la sua scuola di copisti, e abbiamo visitato il Museo Diocesano, che ospita la più antica iscrizione ebraica conservata in Puglia – la cosiddetta stele di Glyka – risalente al III/IV secolo e.v.
Lo staff del Museo è ben lieto di offrire le proprie competenze ai visitatori, guidandoli alla scoperta della Lecce e del Salento ebraico, nella consapevolezza che solo da una conoscenza approfondita del passato si può comprendere il presente e costruire un futuro migliore.
Nota bibliografica
È disponibile una guida del Salento ebraico che presenta itinerari turistici:
Fabrizio Ghio e Fabrizio Lelli, Guida al Salento ebraico, Capone editore, Lecce 2018.
Può essere utile, inoltre, consultare il seguente:
Fabrizio Lelli (a cura di), Gli ebrei nel Salento (secoli IX-XVI), Congedo, Galatina 2013.
Sulla Riscoperta della Puglia ebraica il professor Lelli ha tenuto una conferenza alla Comunità ebraica di Firenze il 15 marzo 2026.