Riceviamo da Israele la testimonianza di Tullio Sonnino, amico della nostra Comunità, che in questi giorni vive direttamente la difficile realtà della guerra. Le sue parole descrivono con lucidità la quotidianità di una popolazione costretta a convivere con l’emergenza, tra normalità apparente e paura costante [NdR].
Foto: Macerie a Rehovot, Israel
Cari amici,
dopo settimane di guerra la situazione rimane molto difficile. Missili vengono lanciati continuamente dall’Iran e, più recentemente, anche dal fronte nord. Nonostante questo, il governo ha deciso che la vita deve continuare in modo il più possibile normale: si lavora quando si può, i negozi sono aperti, i supermercati sono riforniti, i servizi funzionano, non mancano né elettricità né acqua. Ma questa normalità è fragile, perché è scandita dagli allarmi che obbligano a correre nei rifugi, spesso nel cuore della notte.
Alzarsi a mezzanotte, alle due, alle tre, alle quattro per scendere nel rifugio spezza il sonno, ma soprattutto spezza l’equilibrio interiore e rende difficile pensare con lucidità.
La cosa più difficile da accettare è proprio questa: vivere in guerra e, nello stesso tempo, vedere intorno a sé una quotidianità che continua. La mattina ci si sveglia, magari dopo una notte agitata, e fuori c’è una giornata splendida, gli alberi sono in fiore, i mercati sono pieni di frutta e verdura. Tutto sembra normale, ma non lo è.
A rendere ancora più pesante la situazione è la sensazione che il mondo intero stia attraversando una fase di grande instabilità. Negli ultimi anni sembra essersi rotto quell’equilibrio imperfetto ma reale che aveva consentito, almeno nei Paesi più sviluppati, di vivere senza la paura di conflitti su larga scala.
L’invasione russa dell’Ucraina ha segnato per molti una svolta: da allora è tornata l’idea che le questioni politiche possano essere risolte con la forza militare. Ma oggi le armi sono così distruttive che ogni guerra lascia ferite che richiedono generazioni per rimarginarsi, come sappiamo bene anche dalla storia europea e italiana.
Il 7 ottobre 2023 ha rappresentato un altro punto di rottura. L’eccidio compiuto in Israele ha riportato alla memoria paure profonde, legate alla storia del popolo ebraico e alla Shoà. Lo Stato di Israele è nato anche perché tragedie simili non dovessero più accadere, e vedere di nuovo civili massacrati ha avuto un effetto devastante sulla coscienza collettiva.
Da allora gli eventi si sono succeduti rapidamente. L’attuale conflitto, con il coinvolgimento diretto dell’Iran e l’apertura di un fronte a nord, ha reso la situazione ancora più complessa e difficile da analizzare in modo razionale.
Centinaia di missili sono stati lanciati verso Israele; la maggior parte è stata intercettata, ma alcuni hanno colpito causando vittime e danni seri. La guerra si combatte ormai su più fronti, mentre all’interno del Paese non mancano tensioni e comportamenti estremisti che non fanno che aggravare il clima.
Una delle conseguenze più pesanti riguarda i bambini e i ragazzi: le scuole restano spesso chiuse, la vita sociale è interrotta, crescere in queste condizioni è difficile. Anche per gli adulti la fatica psicologica è grande, perché alla paura si aggiunge la sensazione di vivere in un mondo sempre più irrazionale, dove le decisioni dei governi sembrano guidate più dalla distruzione che dalla ricerca di soluzioni.
Eppure, nonostante tutto, la vita continua. Le famiglie restano unite, ci si aiuta, si resta in contatto con amici e parenti, in Israele e all’estero. È questo che permette di andare avanti, giorno dopo giorno, con la speranza che si possa tornare almeno a una vita possibile, se non completamente normale.
A tutti gli amici della Comunità ebraica di Firenze va un saluto affettuoso, con l’augurio che questo periodo così difficile possa essere superato e che si possa ritrovare presto un po’ di serenità.
Shalom.