M. Chagall, Il sogno di Giacobbe (1963 ca), tecnica mista su carta (fonte WikiArt.org)
«I fatti dei patriarchi sono un segno per i figli». Questa è una massima che ritroviamo più volte nella letteratura dei Maestri del Midrash e del Talmud. Il senso è che tutte le storie raccontate nella Genesi a proposito dei patriarchi hanno una diretta ripercussione sulla storia ebraica, e ogni ebreo deve trarne insegnamento. Secondo il Nachmanide (vedi Commento a Genesi 12,10), non vi è alcun evento raccontato a proposito dei patriarchi che non si sia in qualche modo verificato sui loro discendenti. La Torà, che è la guida che il popolo ebraico ha per affrontare la vita e il mondo che lo circonda, non è composta solo di regole, ma anche di esempi, e quelli dei patriarchi sono centrali anche per comprendere il nostro essere ebrei oggi.
Mentre scrivo, è stata letta pochi giorni fa la parashà di Wayishlach, nella quale Giacobbe fa ritorno a casa (solo alla fine della parashà) e gli viene dato il nome di Israel. Non si può però trascurare una particolarità. Il nome viene dato due volte: la prima volta nel famoso episodio della lotta del patriarca con l’angelo (Genesi 32,29), poco prima del temuto incontro con il fratello Esaù. Ma successivamente, dopo l’episodio della violenza e del rapimento subiti da Dina, D-o dice a Giacobbe di dirigersi verso Bet El, ossia quel luogo chiamato precedentemente Luz, in cui Giacobbe ebbe il sogno della scala e che proprio per questa ragione egli chiamò Bet El. Giunto in quel luogo, è D-o stesso a rinominarlo Israel (Genesi 35,10) per la seconda volta. Così come per la seconda volta quello stesso posto viene chiamato, in questo caso El Bet El. Perché queste duplicazioni? Perché è necessario che il nome di Giacobbe venga cambiato due volte? Cosa cambia tra il primo e il secondo cambiamento di nome?
Tante chiavi di lettura sono state date a questo problema. Ve ne propongo una, per la quale ho preso spunto da uno studio di rav Yair Kahn presente nella raccolta Torat Etzion, dal nome “Il ritorno a casa”. Secondo questa chiave, tutto il racconto delle vicende di Giacobbe da quando lascia la casa dei genitori ha una duplice natura. Giacobbe deve scappare dal fratello che ha giurato di ucciderlo alla morte del padre. La madre gli dice espressamente di scappare a Charan da suo fratello Labano (27,43). Il padre, poco dopo, gli dice di andare (non di scappare) a Paddan Aram (28,2), per trovare una moglie adatta, al contrario di quanto aveva fatto il fratello Esaù. In realtà Charan si trova nella regione di Paddan Aram. La destinazione è la stessa, ma evidentemente sono due percorsi diversi.
Andando nelle pieghe del testo si vede che quando si parla di Charan si fa riferimento a Giacobbe che scappa. In occasione del sogno della scala è scritto che egli sta andando a Charan, e il sogno serve proprio a dargli tranquillità del fatto che, anche se sta lasciando la terra in cui era cresciuto e la casa dei genitori, D-o starà sempre al suo fianco. Anche dopo l’incontro con Esaù (35,1), D-o dice a Giacobbe di tornare a Bet El (il luogo del sogno della scala) e di costruire un altare al D-o che gli era apparso «mentre scappav[a] dal fratello Esaù». Ma quando si parla di Paddan Aram, ci si riferisce a un altro contesto: Giacobbe che sta mettendo su famiglia. Poco dopo l’ultimo fatto citato, D-o cambia nome per la seconda volta a Giacobbe e gli appare di nuovo, «mentre sta tornando da Paddan Aram» (35,9). In questo, la benedizione che riceve parla di famiglia e di discendenza. Anche in 35,27, quando vengono ricordati i nomi dei figli di Giacobbe la frase conclusiva è: «questi sono i figli di Giacobbe che furono generati in Paddan Aram».
Altro elemento da considerare in questa duplicazione è la modalità con cui D-o si rivolge a Giacobbe. In alcuni casi ciò avviene in modo diretto, in altri casi attraverso dei sogni o attraverso intermediari. Abbiamo per questa seconda categoria l’esempio del sogno della scala, o quando – in 31,10-13 – Giacobbe dice alle mogli che D-o gli si era presentato in sogno per rassicurarlo che aveva visto quanto Labano gli stava facendo; così come l’episodio dell’angelo che lotta con lui. In tutti questi casi stiamo parlando di Giacobbe che scappa, o che comunque ha a che fare con persone esterne alla sua famiglia (ai figli di Israel) come Esaù e Labano. Ma quando D-o parla direttamente a Giacobbe, siamo nel contesto in cui egli sta formando la propria famiglia. L’episodio di Dina mette alla prova Giacobbe e i suoi figli proprio su questo duplice piano. Alla fine si può notare come il discorso rimanga aperto, con Giacobbe che è preoccupato maggiormente per i rapporti con il mondo esterno, mentre i figli vogliono difendere la famiglia.
Ci troviamo quindi di fronte a due viaggi in uno. Giacobbe lascia la casa dei genitori con due propositi: i rapporti con il fratello e con lo zio, da una parte, e costruire il futuro della propria famiglia e del popolo di Israele, dall’altra. L’esilio di Giacobbe si conclude con il ritorno a casa, dove seppellirà il padre insieme al fratello, solo una volta che questo duplice percorso si sarà concluso.
Cosa può insegnare a noi ebrei oggi questo racconto? Non voglio dare una risposta univoca e definitiva a questa domanda, anche perché tempi e luoghi diversi possono suggerire risposte diverse. Tuttavia mi sembra evidente che, tenendo contro delle parole sopra citate del Nachmanide, questa interpretazione di rav Kahn della storia di Giacobbe, e di come egli diventi Israel, ponga alla attenzione, sia per noi ebrei diasporici, ma non meno per gli ebrei di Eretz Israel, quanto articolata e complessa sia stata la strada che ha portato il nostro patriarca a farsi chiamare Israel.
In questo percorso vi è il tema del rapporto con il mondo esterno al popolo ebraico. Il sogno della scala, i rapporti con Esaù e con Labano, e la lotta con l’angelo ci insegnano che un ebreo di fronte ai problemi non può scappare, ma deve affrontarli a testa alta, consapevole dell’aiuto che D-o gli darà. E c’è anche il tema, fondamentale per il popolo ebraico, della necessità di costruirsi una famiglia ebraica. La cosa non è semplice e non è scontata. Richiede impegno, se non addirittura un viaggio; Giacobbe ci riesce, al contrario del padre e del nonno. Alla fine tutti i suoi figli, presenti al suo capezzale, lo rassicureranno in merito alla loro fede nel D-o unico, garantendo che saranno pronti a proseguire il suo viaggio spirituale. Sono due viaggi, due percorsi, che fanno parte della vita di ogni ebreo dall’inizio della storia del popolo ebraico. È fondamentale prenderne atto e coscienza per comprendere bene dove oggi ci troviamo e quali sfide abbiamo di fronte.