Riflessioni all’inizio di luglio 2025


Sono passati 635 giorni da quel maledetto 7 ottobre. Un numero inimmaginabile di giorni di sangue, fuoco e colonne di fumo ci ha lasciati in un’oscurità permanente.

Attualmente, circa venti giovani sono ancora prigionieri di Hamas e vengono considerati vivi. Le descrizioni della stampa sulle loro condizioni sono raccapriccianti. Di tanto in tanto, Hamas pubblica un video in cui gli ostaggi appaiono scheletrici, con uno sguardo folle negli occhi. Implorano di essere salvati.

Binyamin e Sara Netanyahu trovano finalmente il tempo per visitare il kibbutz distrutto di Nir Oz. I giornalisti non sono autorizzati a seguire la visita, per evitare che venga documentata la protesta contro di loro. Solo l’Ufficio stampa del governo è presente. Il pubblico non vede la rabbia degli abitanti del kibbutz, solo la commozione finta della coppia Netanyahu. La distruzione del kibbutz fa da sfondo a quello che sembra un video elettorale in preparazione.

È trascorsa una settimana dall’operazione militare in Iran. Nessuno sa davvero cosa sia stato ottenuto. L’operazione è stata definita un grande successo. Milioni di persone sono corse nei rifugi. I cittadini delle classi più disagiate, che vivono in edifici vecchi, sono stati costretti a cercare riparo nei rifugi condominiali o addirittura per strada. La popolazione araba e beduina non ha ricevuto rifugi negli anni. È esposta. I missili sono caduti nei centri urbani. La vita quotidiana è stata completamente sconvolta. Abbiamo vissuto sotto assedio. Gli aeroporti sono stati chiusi, così come lo spazio aereo. Nessuna possibilità di uscire. Nessuna via di fuga. I media non possono riferire dove cadono esattamente i missili. Ci sono solo voci, solo post sui social. È stato colpito qualcuno che conosciamo? Non potevamo saperlo.

Quando è stata presa improvvisamente la decisione di porre fine ai combattimenti, così com’erano iniziati, abbiamo appreso l’entità dei danni. Ventinove persone sono state uccise nei bombardamenti. Ventinove famiglie distrutte. Amir Dahan, direttore dell’Ufficio imposte, ha raccontato in un’intervista a Israel Hayom del 25 giugno 2025 che: venticinque edifici devono essere demoliti e più di diecimila persone sono state evacuate. Oltre la metà dei cantieri a Tel Aviv è stata chiusa. Il Weizmann Institute of Science ha subito un attacco che ha centrato il bersaglio. Due edifici − il centro per la ricerca sul cancro e l’edificio per la ricerca sui materiali chimici avanzati − sono stati completamente distrutti. Quest’ultimo era quasi completato. Secondo i dati forniti dal presidente dell’Istituto, professor Alon Chen, durante una riunione della Commissione Finanze della Knesset, molti anni di ricerche sono andati perduti (Gideon Levy, Haaretz, 17 giugno 2025). Anche l’ospedale Soroka di Be’er Sheva è stato colpito ed è fuori servizio. Il Negev è rimasto senza ospedale. Il costo dell’operazione è stimato in circa 15 miliardi di shekel per spese militari, e 5 miliardi per i danni causati dai missili (Adrian Filut, Calcalist, 23 giugno 2025)

La società non ha ancora superato il trauma della guerra a Gaza ed è già travolta da un altro. Una popolazione ferita e divisa ripete a memoria le parole del Governo, secondo cui l’operazione è stata un successo, senza che vengano forniti dati per valutare davvero.

La vita culturale è praticamente cessata. Artisti, musicisti e operatori dello spettacolo evitano di venire in un’Israele sanguinante. Molte compagnie aeree hanno interrotto i voli per il Paese. Si avverte un senso di asfissia. Di “non c’è via d’uscita”.

Nel frattempo i combattimenti a Gaza continuano. È evidente che l’obiettivo non è né la difesa né la liberazione degli ostaggi. Continuamente vengono pubblicati articoli che affermano che lo scopo della guerra è mantenere al potere questo governo estremista e il suo leader. Molti soldati, di leva e riservisti, muoiono. Ogni giorno vengono uccisi bambini, donne e uomini la cui unica colpa è essere nati a Gaza.

Secondo i dati pubblicati da Nir Hasson e Jack Khoury su Haaretz il 4 luglio 2025, almeno 619 persone sono state uccise nella Striscia di Gaza dalla fine di maggio 2025 nei pressi dei centri di distribuzione di aiuti umanitari. Il dato proviene dall’Ufficio per i diritti umani dell’ONU. Leggo questo numero e rabbrividisco. Com’è possibile che giovani ebrei sparino a civili che stanno cercando cibo? Il portavoce dell’IDF dichiara: «Non esiste alcun ordine di sparare intenzionalmente ai non coinvolti». Ma i soldati hanno testimoniato di aver ricevuto tale ordine.

I suoni delle esplosioni − i “boom” − si sentono bene anche nella nostra casa, distante 50 km da Gaza. Di giorno, ma soprattutto di notte. Ogni volta che li sentiamo, sappiamo che il numero dei morti è salito. Non ci si può abituare a quei suoni. Non si può tornare alla normalità con questi rumori di fondo. Da due anni il fuoco non ci dà tregua, ci lacera l’anima.

Riceviamo anche immagini e video di bambini affamati, uomini e donne in lacrime per la perdita dei loro cari. Comincio a ricevere richieste di aiuto economico da persone isolate a Gaza. Cerco di aiutare tramite organizzazioni note. Ma le richieste sono tantissime e non riesco a rispondere a tutte. Sono forse “spettatrice indifferente”, come ci hanno insegnato a scuola parlando dei cittadini europei durante la Seconda guerra mondiale?

Nel frattempo, coloni e residenti degli avamposti approfittano del caos. Ogni giorno compiono incursioni nei villaggi palestinesi in Cisgiordania. Il mio compagno, insieme ad altri obiettori di coscienza, partecipa a “presenze protettive” per accompagnare i pastori e impedire violenze. I coloni rubano greggi, bruciano auto e case, picchiano e cacciano gli abitanti. Tutto questo avviene sotto lo sguardo della polizia e dell’esercito israeliano. Uno dei villaggi beduini, Ma’arajat, si è svuotato completamente la scorsa settimana (Hagar Shezaf, Haaretz, 4 luglio 2025). I residenti, dopo mesi di persecuzioni, hanno deciso di andarsene. Non sono bastati la buona volontà degli israeliani di “guardare l’occupazione negli occhi” o gli accompagnatori dei pastori. I coloni hanno ordinato loro di andarsene in 48 ore. I soldati sono arrivati e hanno osservato senza intervenire. Poco dopo, i coloni hanno fondato un avamposto nel villaggio. È solo un esempio tra tanti. I coloni rubano, interrompono l’acqua, picchiano e bruciano. Pulizia etnica a Gaza e nei Territori occupati.

Il pubblico non vede queste immagini nei notiziari. Alcune migliaia tentano di protestare. Protestano contro la guerra, contro il silenzio del governo e l’inazione per riportare gli ostaggi a casa. Pochi manifestano contro i crimini verso il popolo palestinese. Vengono chiamati «estrema sinistra», anche se chiedono solo di porre fine alla violenza. Vogliono rendere pubbliche le violenze perpetrate contro Gaza e i territori. L’esercito e la polizia rispondono agli ordini di ministri razzisti e dell’estrema destra. Gli agenti agiscono con violenza verso chiunque alzi un cartello contro questa politica.

La dottoressa Kedar, che abita di fronte alla casa del ministro Nir Barkat a Gerusalemme, ha visto un agente parlare con sua figlia quattordicenne. È uscita per capire, è nata una discussione, i poliziotti le hanno intimato di allontanarsi. Mentre tornava a casa, un agente le ha messo le manette. In centrale le è stato chiesto anche di spogliarsi per una perquisizione (Nir Hasson e Josh Breiner, Haaretz, 22 giugno 2025). Non c’è libertà di parola. Non c’è libertà di protesta.

Eppure, anche questa sera, come ogni sabato, io e il mio compagno usciremo a protestare a Tel Aviv contro la guerra. Portiamo con noi foto dei bambini uccisi a Gaza. Per rendere visibile l’orrore. Per fare in modo che chi viene a manifestare guardi quei volti e non ignori ciò che l’esercito compie in nostro nome. La prima sera eravamo in venti. L’ultimo sabato eravamo mille. Mille persone che non diranno: «Non sapevamo». È ancora una goccia nel mare.

Mio nonno è arrivato in Eretz Israel nel 1912 e poi definitivamente nel 1920 insieme a mia nonna. Volevano costruire una società ebraica libera e giusta; una società fondata su valori morali, come sta scritto nella Torà: «Amerai lo straniero, perché anche tu sei stato straniero in Egitto». Non pensavano di dover cacciare gli abitanti del Paese. Non volevano uccidere, affamare, perseguitare i palestinesi. I valori di rispetto, uguaglianza e convivenza li ho assorbiti dalle mie radici.

Mi guardo intorno e non riesco a credere quanto la società israeliana sia diventata violenta e alienata. Molti dei nostri amici, che un tempo si identificavano con la sinistra, dicono di essersi “svegliati” dopo il 7 ottobre. Hanno perso ogni compassione in nome del trauma e della paura.

La pressione delle democrazie che credono in valori morali e democratici può ancora cambiare l’opinione pubblica israeliana. Credo che le comunità ebraiche nel mondo abbiano un ruolo fondamentale. Israele è stata come un’assicurazione per gli ebrei della diaspora. Ma trasformarla in una dittatura razzista che calpesta i diritti grazie al suo potere militare metterà in pericolo anche gli ebrei nel mondo e alimenterà l’antisemitismo. I leader delle Comunità devono prendere le distanze dalla politica del governo israeliano.

Dentro Israele, continueremo a protestare, con la speranza che sempre più persone comprendano che qualcosa qui deve cambiare. (Traduzione di H.B.L.)

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