La sacralità della vita

Seder Birkat ha-mazon […], ms. Aaron Wolf Herlingen, Vienna, 1739. From the collection of the Israel Museum, Jerusalem, ©IMP Ltd. 1993 

All’inizio della parashà di Tazrìa‘ ci troviamo di fronte a una serie di regole che possono lasciare interdetti.

Quando una donna concepisce e partorisce un maschio, sarà teme’à (impura) per sette giorni, come durante il periodo di separazione mestruale. E all’ottavo giorno il bambino verrà circonciso. Poi, per altri trentatré giorni avrà un periodo di attesa durante il quale il suo sangue sarà ritualmente puro. Fino al termine di questo periodo di purità non toccherà nulla di sacro e non entrerà nel Santuario.
Se partorisce una bambina, avrà per due settimane lo stesso stato di teme’à come per la separazione mestruale. Poi, per sessantasei giorni, avrà un periodo di attesa durante il quale il suo sangue sarà ritualmente puro. E al completamento del periodo di purità, per un figlio o per una figlia, porterà un agnello di un anno come sacrificio di ‘olà e un giovane colombo o una tortora come sacrificio di espiazione (Levitico 12,2-6).

Tante domande possono essere poste su questo passaggio. Innanzi tutto, perché parlare qui della milà (la circoncisione)? Se il parto è la cosa più naturale che c’è, per quale ragione la donna deve portare un sacrificio di espiazione? Che colpa può avere? Infine, quale può essere la ragione del fatto che i tempi per una figlia raddoppiano?

Ad alcune domande è già il Talmud a dare una risposta. Al figlio viene fatta la milà all’ottavo giorno e non prima, proprio per aspettare che la madre esca dal suo stato di impurità rituale. L’entrata del bambino nel patto di Abramo non può avvenire senza la presenza della madre. 

La pratica dei sacrifici viene considerata un modo di relazionarsi al divino oggi quanto meno desueto. Tuttavia le motivazioni per cui venivano portati e le modalità con cui venivano presentati restano estremamente attuali. Quanto alla ragione per cui la donna debba portare un sacrificio di espiazione sono state date diverse motivazioni da parte dei Maestri. Nachmanide, ad esempio, fa riferimento ai pericoli del parto. Quando una persona è in pericolo e viene salvata, in qualche modo questo va a decremento dei propri meriti, e quindi è bene chiedere espiazione per qualsiasi colpa si sia commessa. Secondo altri, questi sacrifici hanno più il senso di un sacrificio “di comparizione”, come quelli dovuti per le festività. La donna celebra il momento in cui può tornare a comparire davanti al Tempio.

Ma per capirci di più e arrivare a dare una risposta anche alle ultime domande dobbiamo approfondire il tema della tum’à, ossia di quella che viene generalmente chiamata “impurità rituale”. Come spesso accade, i termini utilizzati per tradurre alcune parole ebraiche possono essere fuorvianti. Il termine “impurità” rimanda a qualcosa di non puro e quindi in qualche misura sporco, non limpido. Talvolta si associa anche un attributo morale all’impurità, per cui una persona impura è un poco di buono. 

La tum’à in realtà è qualcosa di molto diverso. Per fare un esempio: una persona che cerca in ogni modo di salvare la vita di una persona che però gli muore tra le mani, diventa impuro del massimo grado di impurità, ma non c’è dubbio che, fino a quando ha potuto, questa persona è stata impegnata in ciò che maggiormente nobilita l’essere umano: salvarne un altro. La sua impurità non corrisponde a un degrado della sua moralità. Tuttavia questa persona non può presentarsi al Santuario prima di un percorso di purificazione.

Rav Jonathan Sacks, in più parti dei suoi commenti, esplicita quanto l’ebraismo sia una religione che celebra la vita, non la morte. Quando si ha a che fare per qualsiasi ragione con la morte, o con una non-vita (donna nel periodo mestruale, o uomo con perdite seminali), ci si deve sottoporre a un periodo di purificazione prima di presentarsi al Santuario. La difficoltà che hanno le matriarche (3 su 4) ad avere figli dà un messaggio importante di imprinting al popolo ebraico: il concepimento e la nascita sono un miracolo. Quando una madre, partorendo, si distacca dal figlio o dalla figlia, da una parte ad essa viene a mancare un pezzo di vita che ha cresciuto nel suo grembo, e questo potrebbe essere il motivo dei primi giorni di impurità come quella mestruale. Ma dall’altra ha donato questa vita a un’altra persona. Si tratta di un turbine di emozioni che solo una donna può provare in quel momento. E allora, da quando può riprendersi, e da quando può dedicarsi a curare la nuova vita, la madre affronta un periodo in cui viene considerata pura, e nonostante questo non deve presentarsi al Santuario. Rav Sacks suggerisce che il motivo per cui non possa presentarsi al Santuario è perché il Santuario per lei in quei giorni è il rapporto con il figlio, o con la figlia. Se l’ebraismo è una religione di vita e il Santuario ne rappresenta il luogo più sacro e rappresenta la vita nel suo massimo splendore, la madre non ha necessità di questo luogo perché ella stessa sta celebrando la vita, la cosa più sacra che c’è. Dopo un certo periodo potrà ripresentarsi al cospetto di D-o, ma proprio in quei giorni le è stato concesso uno scorcio del grande segreto della vita.

E se questo è valido per un figlio maschio, lo è doppiamente − dice rav Sacks − per una femmina, che a sua volta sarà in futuro in grado di donare nuova vita ai suoi figli. Le donne sanno essere più vicine a D-o degli uomini (nella Bibbia e nel Midrash abbiamo svariati esempi), perché, a differenza di questi ultimi, sanno cosa significa far nascere la vita. Adamo, lasciando l’Eden, si rivolge alla moglie chiamandola Chawwà (dalla parola chayim, “vita”) «poiché ella è la madre di ogni vivente» (Genesi 3, 20).

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