Sui pregiudizi

Primo Levi in I sommersi e i salvati spiega bene come tutti, nella vita quotidiana, siamo impregnati di stereotipi e pregiudizi. Innanzitutto per motivi epistemologici: per conoscere e comprendere dobbiamo ridurre i fenomeni a schemi; ma più radicalmente, senza semplificare e generalizzare, non potremmo nemmeno parlare, pensare e agire; ci troveremmo altrimenti «in un groviglio indefinito» e confuso, nel quale sarebbe per noi impossibile orientarci, prendere delle decisioni, sopravvivere. 

Levi individua anche una spiegazione di tipo più antropologico, etnologico alla base della genesi di pregiudizi e stereotipi: un bisogno atavico, quasi istintuale, di differenziarsi dagli altri per identificarsi, consolidare la propria appartenenza a un gruppo: un bisogno di «separare con un confine netto, geografico», «noi» e «loro», «amico» e «nemico», «noi dentro» e «il nemico fuori». Vi è poi – spiega ancora Levi – una «difficoltà o incapacità» psicologica, emotiva, empatica, «di capire le esperienze degli altri», così come le esperienze lontane dalle nostre nel tempo, nello spazio o nella qualità.

Fin qui pregiudizi e stereotipi appaiono innocui, fanno parte del nostro vivere quotidiano. Il problema nasce quando tutte queste tendenze – epistemologiche, antropologiche, psicologiche – non vengono riconosciute come tali, cioè come esigenze di esseri umani finiti, imperfetti, ma vengono «scambiate per la realtà» stessa. «Il desiderio di semplificazione è giustificato, la semplificazione non sempre lo è», avverte Levi. Nella proiezione di elementi soggettivi in dati oggettivi si dimentica che i fenomeni storici, sociali e umani in genere non sono semplici, «non obbediscono a schemi logici rigorosi», a «processi deterministici», non hanno un’unica spiegazione, «i perché possono essere molti, confusi fra loro, o inconoscibili, se non addirittura inesistenti». 
Il problema non è solo di ordine conoscitivo, l’irrigidimento di stereotipi e pregiudizi in sistemi di pensiero e giudizi dogmatici può stare all’origine anche di una reazione a catena di comportamenti ostili e violenti. Lo spiega molto chiaramente un brano di Se questo è un uomo che abbiamo messo in esergo al libro L’ebreo inventato. Luoghi comuni, pregiudizi, stereotipi (a cura di Saul Meghnagi e Raffaella Di Castro, Giuntina, Firenze 2021): 


A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere […] che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente […]. Ma quando […] il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager (Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino 1958, p. 7).

Forse iniziamo a capire perché è così difficile rispondere a pregiudizi e stereotipi: vi è infatti il rischio di agire involontariamente a vantaggio del pregiudizio stesso. Ho potuto constatarlo in un mio lavoro – di diversi anni fa – di raccolta e analisi di interviste sulle memorie della Shoà e i suoi effetti di lunga durata negli ebrei della mia stessa generazione (Testimoni del non-provato. Ricordare, pensare, immaginare la Shoah nella terza generazione, Carocci, Roma 2008) . Di fronte ai pregiudizi accade spesso, infatti, di restare ammutoliti o balbettare, magari per non rompere un’amicizia o un rapporto di lavoro; si lascia implodere la rabbia all’interno, con un senso di impotenza e frustrazione, se non addirittura di auto-colpevolizzazione. Altre volte invece si risponde, ma si viene accusati di essere “troppo emotivi”, “vittimistici”, “suscettibili”, “di parte”, se non addirittura “fossilizzati sul passato”, quello della Shoà in modo particolare. È necessario avere un metodo.
Nel cuore dello stesso ebraismo, a mio parere, si possono trovare spunti metodologici utili ad affrontare i pregiudizi: in particolare nella sua attitudine profondamente anti-idolatrica.

Come gli idoli, pregiudizi e stereotipi non sono semplicemente le false credenze degli altri: il vitello d’oro sono stati gli ebrei stessi a costruirlo e proprio mentre Mosè era sul Monte Sinai a ricevere la Torà. Ciascuno di noi, nella vita quotidiana, rischia continuamente di fare idoli – così come pregiudizi e stereotipi – delle proprie idee, delle proprie azioni, convinzioni o passioni. Se dimentichiamo il nostro vitello d’oro – e per questo nella Torà siamo continuamente esortati a ricordarlo –, finiamo per espellere e proiettare completamente fuori di noi il male. Come pregiudizi e stereotipi, gli idoli separano una parte dall’intero adorandola come un tutto: sostituiscono delle caricature alla complessità del reale, bloccano le relazioni e le trasformazioni, assolutizzano delle idee parziali, scindono in antinomie delle idee paradossali in cui la diversità è compresente anziché in opposizione. Di paradossi è pieno l’ebraismo: non vi è Torà scritta senza Torà orale, parola divina senza commento, interpretazione, discussione umana; non vi è norma o principio generale senza «collaudo» (uso un termine di Levi) nell’esperienza, senza interrogazione sulle sue validità applicative nei contesti storici reali e nei casi individuali; non vi è universalismo senza particolarismo, giustizia senza amore, etica senza azione, idealismo messianico senza aderenza al reale e senso critico. Pregiudizi, antisemitismo, derive idolatriche (anche interne all’ebraismo) nascono quando il paradosso che tiene insieme gli opposti (la logica dell’e-e) viene spezzato in un’antinomia (la logica dell’o-o). Si capisce con ciò il carattere spesso contraddittorio delle accuse contro gli ebrei, a seconda che si assuma una logica solo universale o solo particolare: nel primo caso «gli ebrei stanno dappertutto», «dominano il mondo», «controllano le banche, l’economia, i media», «creano virus e provocano pandemie». Nel secondo, invece, «stanno in disparte, solo tra loro, si rifiutano di mescolarsi, sono chiusi, esclusivisti, non accoglienti, egoisti, pensano solo al loro interesse».
Per rispondere ai pregiudizi, è necessario dunque recuperare la parte che essi hanno censurato, espulso e proiettato fuori di sé. Bisogna quindi ricollocare le loro astrazioni e distorsioni nei contesti di riferimento: storici, geografici, testuali, linguistici, simbolici. Sottolineare le complessità e le trasformazioni dei fenomeni. Al tempo stesso è necessario entrare nella loro logica e metterla in tensione, mostrarne le contraddizioni, smontarla dall’interno. 
Per portare un esempio metodologico, mi soffermo in breve sul pregiudizio di cui mi occupo nel libro L’ebreo inventato, che è proprio quello sopra menzionato di un presunto egoismo esclusivo degli ebrei che starebbero chiusi, separati dagli altri popoli e dediti solo ai propri interessi. 
È un pregiudizio antichissimo che si ritrova testimoniato nella stessa Torà, come modo in cui le nazioni pagane vedono gli stessi ebrei. Lo stare «separati, in disparte dalle altre nazioni» appare ad Aman, il malvagio consigliere del re di Persia, Assuero, motivo sufficiente per annientare il popolo ebraico.
È innegabile, tuttavia, che il popolo ebraico si definisca esso stesso come distinto e separato dagli altri popoli. Anzi, la separazione è un concetto fondamentale nella tradizione ebraica: Rashì lo mette in relazione con il concetto di santità, interpretando la parola “santo” (qadosh) come “separato” (parush) – due termini che oggi diremmo appartenere allo stesso campo semantico. Alla base di questo nesso vi è, di nuovo, proprio il rifiuto di idolatria. 
Per smontare il pregiudizio, non basta dire «non è vero che gli ebrei sono egoisti», il comandamento «ama il prossimo tuo» è espresso chiaramente in Levitico 19 e in altri versetti biblici; nei commentari rabbinici troviamo una premura meticolosissima di attenzione, rispetto e amore verso il prossimo: interno ed esterno all’ebraismo, individui e popoli. Affrontando il pregiudizio solo in questo modo si avrebbero ben pochi effetti. Bisogna piuttosto entrare nella peculiarità e complessità del significato di “separazione”, del suo nesso con il concetto di “santità” e di rifiuto dell’idolatria, nella lingua e nell’orizzonte di senso della tradizione ebraica. Far capire che anziché dividere quel concetto è paradossalmente la condizione di una relazione con l’altro, nel rispetto etico, assoluto, della sua specificità. Come il Signore che nel creare il mondo deve ritrarsi, farsi da parte, per lasciar essere la sua creatura, libera e responsabile di continuare la creazione, così gli ebrei devono farsi da parte, nel senso di «rimpicciolirsi» (cito di nuovo Rashì) per non trasformare la Torà, da parola di vita in “fondamento” di morte.

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