Siamo tutti Shtisel

Prendi una famiglia di un ambiente quasi marginale per le dimensioni e per l’apparente lontananza culturale, che vive in un quartiere piccolissimo – quattro strade a Gerusalemme – parla una lingua che usano sì e no qualche centinaio di migliaia di persone nel mondo intero e che, sebbene dal passato glorioso, oggi non produce più letteratura vera e tantomeno cinema o teatro; trasforma il quotidiano di quella famiglia in una serie tv, ed ecco che avrai un successo mondiale. In apparenza, l’enorme popolarità della serie televisiva israeliana Shtisel, trasmessa su Netflix, è una piacevolissima sorpresa. In realtà questo successo ha delle ragioni evidenti e ottime: si tratta di un grande esercizio di quell’elemento che rende l’esperienza di chi usufruisce di un’opera d’arte, un’esperienza intima perché riguarda e rispecchia i pensieri, i sentimenti, le paure e i sogni (pure quelli infranti) di ciascuno di noi. Ed è l’apparente diversità e lontananza dei protagonisti che li rende così simili e vicini.
Per chi non l’avesse visto. Siamo nel quartiere Geula a Gerusalemme, una di quelle zone che nel gergo comune vengono definite come abitate da ebrei “ultraortodossi”. Sono “ultra”? Oltre cioè? E se sì, oltre che cosa? Oltre l’ortodossia? La risposta è no. Sono ebrei ortodossi, gente che segue alla lettera i precetti e la dottrina, non va “oltre” niente, ma semplicemente ogni giorno deve far fronte all’antinomia fra il desiderio di non partecipare alla modernità e la necessità di far fronte alla modernità, appunto. Da qui la sensazione di straniamento, di sfasamento che ciascuno di noi prova, almeno una volta al giorno, quando si sente inadeguato ai bisogni e modi di utilizzo delle tecnologie avanzate, dei dispositivi che ci chiedono password dimenticate, del linguaggio arcano creato da chi non sa comunicare cose elementari ma che viene spacciato (e noi ci crediamo) per idioma “iper” moderno, che se non lo padroneggi (e non essendo specialista del ramo non lo padroneggi), vuole dire che non sei al passo con i tempi, quindi sei meno intelligente delle tecnologie iper-intelligenti.
Fuori dalla metafora. I protagonisti della serie parlano lo yiddish, oppure un ebraico molto marcato dallo yiddish (chi guarda Shtisel in doppiaggio italiano anziché in originale con le didascalie, perde una gran parte del sapore del racconto).

Si abbigliano secondo una moda di una cinquantina di anni fa. In occasioni di festa i maschi portano i vestiti e i copricapi (shtreml) dei nobili polacchi del Seicento. Le donne sposate hanno sulla testa la parrucca, i loro vestiti sono poco vistosi e via elencando. Le persone abitano in case dimesse, ammobiliate come negli anni Sessanta, oggetti brutti, cibo servito in un modo che contraddice le regole dell’estetica, gli uomini fumano una sigaretta dopo l’altra. La televisione è proibita. Il cinema pure, così come il teatro. I romanzi sono roba che induce a pensieri impuri. E poi, i matrimoni sono combinati, altro che amore romantico, ogni relazione umana è regolata da codici di comportamento rigidi e atti a uccidere il desiderio sessuale. Fare arte è un’attività malvista, specie di peccato. E ovviamente, Israele e i “sionisti” sono gente di cui non fidarsi.
Eppure, questa gente ha suscitato un’ondata di empatia enorme in tutto il mondo. E anche (a giudicare dai social media) un certo interesse per l’universo ebraico. E confesso che anch’io ho provato una sensazione strana: non riuscivo a staccarmi dallo schermo per quanto sono rimasto affascinato da una storia che si svolge in un mondo che è il contrario del mondo e dell’ebraismo che io sogno e vorrei.
La spiegazione di questa contraddizione è poi semplice e, almeno per me, fonte di una grande speranza. Intanto, l’autore, uno degli autori della serie, Yehonatan Indursky, viene da quel mondo, il mondo degli ortodossi, ed è riuscito a raccontarlo con grande perizia. Non si tratta solo di questioni “formali”: regia superba, una recitazione stupenda di attori bravissimi, riprese e montaggio di grandissima qualità, ma prima di tutto della capacità di rendere ciò che può sembrare antipatico simpatico. E così, assieme a Ruchami (Shira Haas), la ragazza che vuole vivere il suo amore senza chiedere permesso a nessuno, ma restando dentro la comunità, leggevo Anna Karenina, un capolavoro che parla della libertà di una donna. Con Akiva (Michael Aloni), pure lui convinto a restare dentro il suo mondo ma da ribelle, ho esplorato l’arte figurativa e mi sono innamorato dell’affascinate vedova Elisheva (Ayelet Zurer). E potrei continuare. Voglio dire una sola cosa: Shtisel, grazie al potere dell’arte e quindi dell’immaginazione, ci fa capire quanto dietro lo stereotipo ci siano persone complesse che sognano esattamente le stesse cose che sogniamo noi. Il fatto poi che quelle persone siano ebree e vivano in Israele è un’ulteriore prova di quanto la cultura israeliana sia forte. E anche indipendente dalle strette vicende politiche. Fa piacere.

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