Kippur e la teshuvà

Foto di Noemi Coen

«Grande cosa è la teshuvà perché porta guarigione al mondo».
Con questa affermazione i nostri Maestri hanno attribuito un significato universale al giorno di Kippur che conclude gli yamim nora’im, i terribili dieci giorni che intercorrono tra Rosh ha-shanà e Kippur, periodo considerato particolarmente favorevole al pentimento.
Proprio in coincidenza dell’inizio del nuovo anno ebraico che ricorda la creazione del mondo, D. giudica le azioni di ciascuno e valuta la volontà di procedere a correggere i propri errori.
Per l’ebreo è questa una delle ricorrenze più sentite. È un incontro ravvicinato tra l’ebreo e il Creatore alla ricerca delle radici più profonde del nostro essere. In questa giornata, per così dire fuori dal tempo, si percepisce con maggior evidenza il rapporto che ci unisce ai fratelli vicini e lontani che si presentano all’Eterno per chiedere perdono degli errori commessi. In questa giornata ci poniamo le domande più significative: «Chi sono io? Qual è il mio ruolo? Che cosa ci si aspetta da me?». È un momento delicato e quanto mai opportuno per tracciare il bilancio delle nostre azioni passate e presenti.
Molti fratelli generalmente lontani dalla Comunità ritrovano la via del Bet ha-keneset e si ripropongono di affrontare il difficile cammino verso la teshuvà, il ritorno sulla giusta via tracciata anche dai propri cari scomparsi che, spesso a costo di grandi sacrifici, ci hanno trasmesso una tradizione di grande valore.
L’idea della teshuvà occupa un posto rilevante nella concezione ebraica della vita. La possibilità di redimersi offerta all’uomo è una realtà predisposta dall’Eterno prima ancora della Creazione, poiché  senza questa opportunità, l’umanità non avrebbe meritato di sussistere. Il processo della teshuvà deve essere preceduto e accompagnato da una onesta e severa valutazione del passato e proiettarci nel futuro, anche se il presente non è particolarmente incoraggiante. Il quadro che si presenta attorno a noi mostra luci ma anche ombre. Il mondo è turbato da ogni sorta di conflitti, di ingiustizia, di vergognose sperequazioni e da sfrenato egoismo. Anche le nostre Comunità, piccolo granello nel grande mondo di Israele, una realtà del cui passato andiamo giustamente orgogliosi, sono affette da turbamenti e da pesanti difficoltà. Oltre a problemi demografici ed economici, dobbiamo rilevare un progressivo allontanamento dai nostri principi, una diffusa assimilazione a modelli di vita estranei ai nostri valori, la scarsa partecipazione e un modesto coinvolgimento nelle manifestazioni della nostra vita associata. Molti sostengono che comunque la fede nella tradizione è salda. Ma dimenticano che, secondo la concezione ebraica della vita, l’Ebraismo è fede che si traduce in atti concreti, in vita vissuta anche nella banalità del quotidiano.

La santificazione della vita si consegue con l’osservanza delle mitzwot e queste, a loro volta, conducono ad un rafforzamento della nostra identità. La fede da sola ha scarso valore se non è accompagnata da manifestazioni concrete, così come la preghiera e il digiuno da soli non bastano a emendare l’uomo dai suoi errori. Chi vuole dare contenuto alle manifestazioni che caratterizzano Kippur deve fare ritorno alla via tracciata dai nostri padri. È questo il modo più autentico per dare significato al ricordo dei defunti che è uno dei momenti più sentiti della celebrazione di Kippur. Non è attraverso la predicazione o l’affermazione verbale della fede, ma con l’adottare nel quotidiano quei principi per i quali Israele è sopravvissuto a blandizie, minacce e tormenti.
Abbiamo attraversato più di altri popoli il ghé tzalmawet, “la valle della morte”; eppure non abbiamo perso il senso dell’ironia, dell’ottimismo, della speranza. Altre culture sostengono che la speranza è proiettata nella vita ultraterrena: qualcuno si rifugia nei ritiri monastici o nell’estasi mistica. Per noi il sacro è qui, nella vita, nel quotidiano e l’invocazione che sgorga nel nostro cuore è «suggellaci nel libro della vita».
Il brindisi augurale ebraico inizia con l’espressione lechayim,“alla vita”. Alla fine dei suoi giorni Mosè ci ha indirizzato il messaggio uvachartà bachayim, “scegli la vita”. Questo messaggio ha dato ai nostri avi la forza di restare in vita. Ha sorretto i sopravvissuti della Shoà; ha dato coraggio al nostro popolo di tornare alla sua terra, nonostante difficoltà che sembravano insormontabili.
In questo giorno di meditazione e di raccoglimento nel quale ci rendiamo conto della fragilità della vita umana che, come asserito nella liturgia, è «ke’avaq poreach – come un granello di sabbia, come brezza che spira, un sogno che svanisce con le nostre ambizioni, le illusioni, le ricchezze»,  non dimentichiamo che la speranza nel futuro non è mai venuta meno in Israele, perché questo futuro sempre atteso trova la via per la sua realizzazione nel comportamento attivo ebraico di ogni giorno e di ognuno di noi.
È vero: viviamo in tempi di crisi, ma abbiamo imparato che non si deve mai sprecare una crisi. Si impara più dalle situazioni difficili che da quelle felici. In ebraico il termine “crisi” è tradotto con mashber. È lo stesso termine che designa la “sedia del parto”. In ogni crisi vi sono opportunità da cui può nascere il nuovo.
Il giorno di Kippur ci proietta verso l’alto, ma contestualmente ci tiene saldamente legati alla vita. Uno dei messaggi di Kippur è proprio questo: «zochrenu lechayim – ricordaci per la vita», l’amore per la vita. Il resto è commento.

Chatimà tovà!  

Abbonati a Toscana ebraica

LEGGI TUTTO IL GIORNALE IN DIGITALE A SOLI 30€ L' ANNO