I tefillin profanati del rabbino Meir Mayersohn

Tefillin. Firenze, collezione privata.

Un sacchetto di velluto consumato con la croce uncinata disegnata su ogni pezzo dei tefillin è stato trovato in Israele nello studio del professor Moshe Brawer, geografo, recentemente venuto a mancare. A chi appartenevano? Perché sono stati profanati e come mai si trovano in quello studio?
Pochi giorni dopo la Notte dei cristalli (9 novembre 1938), con la distruzione di numerose sinagoghe, enti ebraici, negozi e case di ebrei, Moshe Brawer arriva a Vienna per aiutare la nonna ottantenne a partire per la Palestina-Eretz Israel sotto Mandato britannico per la quale aveva un visto di ingresso. Brawer, che veniva da Londra dove studiava all’università, conosceva bene Vienna e la lingua tedesca grazie alle prolungate visite dai nonni. Va a casa del nonno, rav Meir Mayersohn, per molti anni Av Bet Din e rabbino capo della Comunità dei polacchi, l’unica riconosciuta dalle autorità quando esisteva l’Impero austro-ungarico caduto nel 1918 dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale. I tefillin erano suoi. La grande sinagoga della sua Comunità con i vari enti annessi sono stati distrutti durante la Notte dei cristalli. Brawer trova la nonna ottantenne, rimasta vedova da quasi due anni, a casa con tutti i vetri delle finestre rotti mentre la temperatura di notte scendeva a 2-3 gradi. Con l’arrivo dei nazisti la Vienna ebraica, che contava non meno del 10% della popolazione, si trova perseguitata e priva di diritti di cittadinanza, assai diversa da come la conosceva dalle precedenti visite. Va ad incontrare alcuni zii rimasti a Vienna, mentre altri due, un avvocato e un medico, sono ormai a Londra. L’avvocato, un noto penalista, era stato salvato da Arthur Sey Inquat, rivelatosi poi uno dei maggiori criminali nazisti e condannato a morte e impiccato dopo il processo di Norimberga, fra l’altro per la parte avuta nella Shoà come governatore della Polonia e dell’Olanda. Per tre giorni, dall’11 al 13 marzo 1938, Inquat era stato governatore dell’Austria. Arrivato a Vienna aveva contattato l’amico fraterno dai tempi dell’università, appunto lo zio figlio del rabbino, consigliandogli di andar via immediatamente. Gli aveva fatto avere tutti i documenti necessari anche per portare con sé una importante collezione di quadri. Pochi mesi dopo lo zio riuscì a salvare il fratello medico, quando gli inglesi cercavano personale per i loro ospedali militari. I tre altri zii rimasti a Vienna sono stati invece deportati nel 1942 in Bielorussia, per essere massacrati appena arrivati.

Moshe Brawer aiuta la nonna a preparare una piccola valigia permessa per il lungo viaggio in treno per Trieste e poi in nave verso Haifa, con pochi indumenti e anche un coltello, una forchetta e un cucchiaio che conservo attualmente a casa mia. Brawer accompagna la nonna al treno, si assicura che ci siano anche altre persone in possesso di un visto per la Palestina e va subito all’aeroporto in partenza per Londra. Ma un soldato che apre la sua valigia trova i tefillin e li confisca. Segue un duro diverbio e il soldato picchia l’ebreo Moshe, ma poi probabilmente riflette che il suo passaporto è stato rilasciato dal governo del Mandato britannico (la Seconda guerra mondiale è scoppiata nel settembre del 1939) e gli restituisce i tefillin del nonno, soltanto, però, dopo aver disegnato su ogni pezzo la croce uncinata. 

Della grande biblioteca che rav Mayersohn teneva a casa è rimasta una piccola parte grazie ad un vicino di casa che è riuscito a nasconderla nel sottotetto, nonostante la stretta sorveglianza del portiere nazista poi fucilato da soldati sovietici pochi giorni dopo il loro arrivo in città. I libri sono stati donati alla biblioteca della piccola comunità di superstiti. I tefillin profanati saranno presto donati a Yad Vashem, che ne possiede altri simili, o al museo ebraico di Vienna, strettamente legato alla Storia e alla Shoà, che ha praticamente distrutto una comunità gloriosa e famosa anche per i suoi grandi personaggi – ebrei come Herzl, Freud e il compositore Schönberg.

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