Shavu‘ot, mietitura e mattan Torà

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La festa di Shavu‘ot, la seconda degli shalosh regalim (i tre pellegrinaggi) nella Torà si identifica in sostanza per tre elementi distintivi:
– Il tempo: viene cinquanta giorni dopo l’inizio di Pesach
– Il ruolo nel ciclo delle attività agricole: è la festa della mietitura del grano, e l’inizio del periodo di presentazione delle primizie al Tempio di Gerusalemme
– Gli obblighi: doveva essere portata un’offerta farinacea di due pani lievitati


Nella Torà non troviamo particolari riferimenti storici di questa festa. A Pesach ci immedesimiamo negli ebrei usciti dall’Egitto, e a Sukkot proviamo l’emozione della protezione divina all’interno della sukkà come accaduto ai nostri padri nel deserto per quarant’anni. La festa di Shavu‘ot, almeno per come descritta nella Torà, si fa notare per l’assenza di un aspetto analogo a quelli appena citati per Pesach e Sukkot.
I nostri Maestri, tenendo conto della data in cui cade la festa, il 6 di siwan, hanno identificato la festa di Shavu‘ot con il momento del mattan Torà. Dal capito lo 19 dell’Esodo infatti (vedi commento di Rashì per la distribuzione temporale di quanto ivi riportato) si può desumere che proprio nel giorno di Shavu‘ot (o nel giorno successivo, come sostengono molti maestri) il popolo di Israele abbia sentito i primi due comandamenti sotto il Monte Sinai. Diverse spiegazioni sono state date dai Maestri per questa associazione e del perché essa non sia dichiarata nella Torà. Rabbi Ya‘aqov Tzevì Mecklenburg in Ha-ketav weha-qabbalà dice che in realtà alcune norme furono date il 6 di siwan, mentre i Dieci Comandamenti furono dati il 7, e il motivo per cui l’associazione tra Shavu‘ot e mattan Torà non è dichiarata nella Torà è che la Sapienza Divina non volle che la Torà venisse identificata con i Dieci Comandamenti. Rabbì Ovadyà Sforno, collegandosi all’episodio del vitello d’oro, ci dice che in realtà c’è poco da festeggiare nel giorno in cui furono date quelle Tavole che il popolo non poté sostenere. Ma, come detto, di spiegazioni fornite dai nostri Maestri ce ne sono molte altre.

È lecito tuttavia porsi una domanda. Se la festa di Shavu‘ot è definita dalla Torà come la festa della mietitura del grano e viene fissata proprio nei giorni in cui il popolo di Israele ricevette la Torà, quale legame può sussistere tra le due cose?
Rav Aharon Lichtenstein (z”l) ci dà una spiegazione molto interessante. Nel ciclo della produzione agricola legata al grano, la mietitura è uno stadio intermedio. La mietitura si completa con la formazione dei covoni, e rappresenta il momento in cui le spighe vengono raccolte dall’uomo. Esse vengono tolte dal contesto in cui sono nate e cresciute ed entrano nella disponibilità del coltivatore. Tuttavia, questo è solo uno stadio intermedio nella strada per il prodotto finito, strada che richiede ulteriori lavorazioni.

Il dono della Torà segue la stessa logica. Il popolo ebraico riceve un grande dono con la Torà, tuttavia si tratta di un dono i cui benefici si concretizzano solo dopo un grande impegno e grandi sfide. La Torà è un dono che non può solo essere ricevuto, non è “pronta all’uso” ma richiede studio, applicazione e grande impegno in almeno tre ambiti.
Il primo è lo studio. Assieme a quella scritta abbiamo ricevuto sul Monte Sinai la Torà orale, che ci dà l’applicazione pratica delle regole esposte nella Torà scritta. Lo studio della Torà orale richiede uno sforzo, intellettuale e anche fisico, davvero notevole per garantirne la trasmissione tra le generazioni.
In secondo luogo, serve sforzo anche nella sua applicazione concreta. Nel trattato di Avot è scritto che chi studia Torà con l’obiettivo dello studio in sé (senza quindi secondi fini), dal Cielo gli si provvede affinché possa studiarla e insegnarla. Chi studia invece per agire in base a quanto studiato, dal Cielo gli si provvede affinché possa studiare, insegnare, conservare e applicare. Questo insegnamento ci dice che lo studio finalizzato a se stesso, anche se senza secondi fini esterni alla Torà (gloria, denaro), non è completo se non porta con sé anche l’intenzione di mettere in pratica ciò che si studia. La Torà non basta studiarla (riceverla), va applicata.

Infine esiste un valore esistenziale della Torà stessa, l’obiettivo finale del suo studio e della sua messa in pratica. Nel ricevere i Dieci Comandamenti il popolo è spaventato dai tuoni e dai fulmini. Moshé li tranquillizza dicendo che il D-o vuole mettere alla prova il popolo. Secondo Rashì si intende con questo elevare il popolo, per il fatto di aver ricevuto la Legge direttamente dalla Voce divina. Secondo il Nachmanide, invece, si tratta di una prova per verificare se il popolo di Israele è pronto ad amare D-o e a seguire le Sue mitzwot. La Torà non è quindi solo studio e azione, ma anche e soprattutto ciò che ci lega a D-o. Noi dobbiamo quindi fare della Torà una cosa che ci appartiene, dobbiamo interiorizzarla, farne un elemento fondamentale della nostra esistenza. In questo modo potremo riuscire nella prova che D-o ci pone davanti (Nachmanide) e in questo modo ci possiamo elevare (Rashì).


Dalle parole di rav Lichtenstein emerge quindi come la Torà ricevuta sul Monte Sinai è, per così dire, un “semilavorato” così come lo sono i covoni al momento della mietitura. Non è un bene pronto all’uso, ma, dopo averlo ricevuto e accettato, richiede ancora un grande sforzo nella comprensione, nell’applicazione e nel farne la guida della nostra vita. Ma proprio per questo si tratta di un dono dal potenziale immenso, che ci lega in modo indissolubile a D-o e ci eleva nell’intelletto, nelle nostre azioni e nella nostra esistenza.

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