Pietre d’inciampo per i 24 deportati dall’Ospizio Israelitico di Firenze

Mercoledì 5 maggio sono state collocate a Firenze sul marciapiede del viale Amendola in prossimità del ponte San Niccolò, ventiquattro Pietre d’inciampo, gli Stolpersteine a ricordo dei ventiquattro ebrei, uomini e donne, anziani e meno anziani – compresi anche una giovane mamma francese con i suoi due figli piccoli eccezionalmente lì ospitati – catturati e deportati dai nazifascisti il 25 maggio 1944 (dopo le più ampie razzie del novembre ’43) dall’allora Ospizio Israelitico “Ospedale Settimio Saadun” che lì aveva sede, al numero 2 di quello che al tempo si chia mava viale Duca di Genova. Furono deportati ad Auschwitz e nessuno di loro fece più ritorno.

Ecco i loro nomi: Amedeo Bemporad, Gemma Bemporad, Raffaello Blanes, Elena Calò, Ester Calò, Claudio Caro, Diamante Coen, Renato Coen, Ester Della Pergola, Regina Schaller, Renée Frieder, Sergio Frieder, Giacomo Luisada, Marietta Massa, Magenta Nissim, Elisa Orvieto, Alberto Pacifici, Guido Passigli, Corinna Piperno, Aldo Racah, Arturo Servi, Giovacchino Servi, Ester Sessi, Enrichetta Sornaga. Che il loro ricordo sia di benedizione. 

Altri tre ospiti dell’Ospizio erano fortunatamente scampati alla deportazione perché trasferiti casualmente per motivi di salute pochi giorni prima presso il vicino Istituto e ricovero di Montedomini.

La posa delle Pietre d’inciampo è stata voluta dalla Comunità ebraica di Firenze che, come per le precedenti collocate in città, ha preso contatti con l’artista Gunter Demnig, ideatore dal 1992 delle Piere d’inciampo diffuse in tutta Europa, che ha preparato le targhe con i nomi e le date di nascita e di morte di ciascuno, e la cerimonia è stata concordata con il Comune di Firenze che ne ha curata l’organizzazione e permessa la realizzazione con una cerimonia pubblica.
Al contrario di quanto fatto in precedenti occasioni in città, questa volta non è stato possibile, a causa della diffusa pandemia da Covid, dare maggior risalto all’evento e far partecipare alla cerimonia un grande numero di cittadini né tantomeno i ragazzi delle scuole che potrebbero essere in realtà i primi destinatari di queste iniziative di ricordo. Tuttavia ugualmente molti ebrei della Comunità erano presenti insieme ai nostri rappresentanti e a quelli delle istituzioni, e alla vista del Gonfalone della città diversi passanti si sono fermati a guardare e ascoltare.

Ha preso per primo la parola il sindaco Dario Nardella che ha voluto sottolineare l’importanza della memoria, per mezzo di queste pietre, degli eventi che portarono alla cattura e alla deportazione degli ebrei, ricordando anche l’annuale cerimonia che viene fatta a novembre al Binario 16 della stazione di Santa Maria Novella, al fine di mantenere alta l’attenzione e la partecipazione di tutti, senza girare mai lo sguardo dall’altra parte accettando qualsiasi discriminazione con indifferenza.

Dopo un saluto dell’attuale presidente dell’Ospizio Ebraico Enrico Gabbai, ha parlato il presidente della Comunità ebraica Enrico Fink dicendo che queste pietre saranno un monito per gli eventi descritti ma d’ora in avanti mostreranno anche il forte legame di tutta la città alla comunità ebraica intera che ne è parte viva e partecipe. La professoressa Marta Baiardi, storica dell’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea che aveva curato la ricostruzione delle vite, delle origini e del contesto familiare dei ventiquattro deportati, ha anche parlato delle leggi del regime fa scista e delle azioni e responsabilità dei suoi scherani che purtroppo, dopo la guerra, processati come qui a Firenze, spesso vennero anche assolti. Infine il rabbino capo di Firenze Gadi Piperno ha ricordato i nomi di tutti i ventiquattro deportati e detto una preghiera e, in presenza del minyan, ha recitato il Qaddish.

È stata realizzata una diretta streaming della intera cerimonia per consentirne la massima diffusione e le schede biografiche dei ventiquattro deportati sono state pubblicate sulla pagina Facebook Firenze Ebraica. La notizia è stata diffusa online a livello nazionale sul numero giornaliero di Pagine ebraiche.
Ventiquattro Pietre poste una accanto all’altra sul marciapiede di un viale, di fianco ad un palazzo moderno sorto sul terreno dell’allora Ospizio Israelitico, costituiranno certamente un grosso “inciampo” per chiunque si trovi a camminarci sopra e se anche il piede non perderà l’equilibrio certamente l’occhio e il pensiero non potranno non andare a quei tristi e delittuosi eventi della nostra storia recente.

Dopo la fine della guerra, il ricavato dalla vendita dell’edificio di viale Amendola consentì l’edificazione dell’attuale sede dell’Ospizio Ebraico “Settimio Saadun” in via Carducci, inaugurata nel 1959, moderna, ben attrezzata e organizzata e finalmente vicina alla sinagoga perché situata proprio alle sue spalle. Un altro segno di continuità.

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