Libertà e liberazione. L’Esodo come modello politico

Foto: Petrus Cunaeus, La republique des Hebreux, tr. fr. Amsterdam, Pieter Mortier, 1705

In questa difficile primavera abbiamo festeggiato Pesach, il ricordo del passaggio dalla schiavitù alla libertàche si completa e realizza pienamente solo dopo l’accettazione della Legge, come ricordiamo a Shavu‘ot. Questa è la grande eredità che con orgoglio rinnoviamo ogni anno con le Feste primaverili, che solo l’ebraismo ha saputo trasformare nel suo nucleo fondante di politica, etica («Non opprimere lo straniero, ricorda!») e giustizia.

Si tratta di un’eredità che però non riguarda solo il mondo ebraico, poiché grazie alla diffusione della Bibbia è diventata un patrimonio dell’umanità, in particolare della politica moderna. Purtroppo oggi quando si parla di politica e religione i manuali di Storia e anche i media ci spiegano che nella politica moderna la separazione dalla religione è fondamentale per garantire la libertà ai cittadini. In realtà le cose non sono così semplici, perché negli Stati Uniti d’America i Presidenti giurano sulla Bibbia, e nel Regno Unito la Regina Elisabetta è anche il Capo della Chiesa d’Inghilterra, senza che questo metta in dubbio le libertà di cui godono i suoi cittadini/sudditi.
Quando facevo lezione di Storia del Pensiero Politico nell’Università di Firenze mi divertivo a mettere in crisi le “certezze” dei miei studenti chiedendo loro qual era il simbolo della libertà repubblicana a Firenze: la risposta è David, il re di Israele, che rappresenta il re virtuoso e giusto – perché limitato dalle Leggi divine – in contrapposizione al potere smisurato/mostruoso dei tiranni delle grandi potenze, così come mostruosa è anche la testa di Oloferne ancora sanguinante, appena decapitata da Giuditta, anch’essa presente sull’arengario davanti a Palazzo Vecchio. Del resto l’immaginario repubblicano trabocca di elementi biblici: basti pensare che David è anche in Olanda simbolo della lotta del piccolo Stato virtuoso contro la tirannia, rappresentata negativamente anche dalla mostruosità fisica di Golia. Il nuovo Municipio di Amsterdam fu costruito nel 1575 seguendo le indicazioni di Villalpando sulle divine proporzioni del Tempio di Salomone, e anche se oggi è diventato il Palazzo Reale, si trova ancora nella Moses en Aaron Straat (via Mosè ed Aronne).

Tutto questo ci rimanda al Rinascimento e al tardo Umanesimo, un’epoca in cui la prisca sapientia, la conoscenza degli antichi, serviva ad illuminare le ricerche scientifiche più avanzate, grazie anche allo sviluppo degli studi di ebraisticaLa religione dell’Antichità praticata dagli umanisti comprendeva anche la Bibbia, i testi sacri e i commenti, accanto ai classici greci e latini: Mosè era considerato da Machiavelli un grande legislatore-fondatore, alla pari di Romolo, Licurgo e Solone. Lo stesso rapporto fra “Storia Sacra” e la “Storia” tout court non era percepito dalla cultura umanistica e tardo-umanistica come un rapporto di contrapposizione, ma di continuazione: in caso di conflitto era la versione legittimata dalle Sacre Scritture ad avere la prevalenza, e non viceversa. La centralità della religione, che appare ai nostri occhi come un elemento disgregatore, fu allo stesso tempo anche un potentissimo aggregante di gruppi, capace di generare odi e guerre, ma anche forze, energie e speranze.
Non meraviglia dunque che dalla Bibbia (l’Antico Testamento per i cristiani) praticamente tutti gli autori del tempo traessero anche dei modelli politico-costituzionali: giacché la Bibbia contiene la storia epica e politica di un popolo, gli antichi Ebrei, che diventano il popolo di Dio attraverso il Patto e la Legge, costituendo uno Stato, con diverse forme di governo, fino alla sua dissoluzione, distruzione e all’esilio.
Per questo la Bibbia veniva continuamente chiamata in causa non solo per dare legittimazione alle istituzioni esistenti, o come repertorio inesauribile di exempla, ma anche come fonte di ispirazione per nuovi modelli etico-politici, dei quali tratta la vasta letteratura politica della Respublica Hebraeorum, che costituisce una fonte privilegiata per la Storia del pensiero politico moderno.

Il dibattito sui “temi biblici” raggiunse il momento più alto fra la metà del Cinquecento e la seconda metà del Seicento e coinvolse in modo trasversale, rispetto ai diversi schieramenti religiosi, studiosi e politici in Italia, in Francia e in Svizzera, in Olanda e in Inghilterra, con importanti sviluppi nei Paesi Baltici e in America.
I riferimenti al “modello politico” dell’antico Israele diedero origine a un filone assai importante della tradizione repubblicana: da Sigonio e Cunaeus, a Grozio e Selden, fino a Harrington e Spinoza. Vi si discutevano questioni scottanti ancora nei nostri giorni, come il rapporto fra potere civile e religioso, i limiti al potere assoluto delle monarchie, le “nuove” forme di governo, come il federalismo, e quindi diritto naturale e tolleranza, libertà, proprietà, leggi agrarie e giustizia sociale.
La nuova idea di libertà era contenuta nell’Esodo.
“Esodo” è oggi un termine di uso comune, che viene utilizzato per indicare ormai ogni congestionamento del traffico durante le vacanze, spesso rinforzato con l’aggettivo “biblico”.

A differenza delle sue versioni contemporanee, che si limitano a denotare uno spostamento di masse umane e/o di popoli, la narrazione biblica dell’Esodo indica invece “il viaggio”la migrazione del popolo ebraico realizzata con l’intervento divino, e con una qualità particolare, la politica.
Ex-odos è la parola greca con la quale la traduzione dei Settanta cerca di rendere il termine ebraico di yetzi’à (uscita), che indica il processo attraverso il quale Dio “trasse” gli ebrei dall’Egitto, terra di schiavitù e di idolatria, con un lungo “viaggio” che avrebbe portato il popolo ebraico liberato in Israele.
Si tratta di un processo dinamico nello spazio – per lo spostamento di popolo da una terra all’altra – e nel tempo – per il suo svolgimento attraverso diverse fasi – nella complessa trasformazione sociale e soprattutto psicologica dalla condizione di schiavi a quella di uomini liberi, appartenenti ad un popolo libero/liberato.
In tale processo fondamentalmente dinamico la libertà individuale e collettiva non definisce uno status, bensì descrive il risultato di un’azione graduale, appunto, di “liberazione”, cioè di un’azione di Dio e degli uomini (poiché insieme all’intervento divino richiede anche la volontà e l’impegno umano), di uomini uguali per naturaperché tutti costituiti ad immagine di Dio, prima resi schiavi e poi liberati, emancipati dalla schiavitù. Emancipazione dalla schiavitù di tutto un popolo significa anche, per usare un termine assai più moderno, “liberazione nazionale”, capace di conferire alla yetzi’à-uscita il carattere di viaggio etico-politico: un viaggio che lascia la politica dell’Egitto, basata sull’idolatria, per fondare una “nuova politica”, legata al patto, all’Alleanza, alla legge, alla libertà che è obbedienza alla Legge, in un nuovo spazio politico, la Terra promessa.

Contrariamente al viaggio di Ulisse (il “ritorno a”), l’Exodos (“viaggio da”) è un viaggio di non ritorno. A differenza del viaggio di Enea, che parte da Troia per fondare un’altra città, non tanto diversa da quella di origine, l’Esodo fonda una politica nuova, qualitativamente opposta a quella dell’Egitto e da essa separata (e la separazione coincide nella Bibbia con la sacralizzazione) dallo spazio fisico, che è anche spazio morale, del deserto. Solo dopo la traversata, e la sosta nel deserto, con il Patto, il popolo ebraico si dota della Legge e quindi prende possesso della Terra.
Si tratta di un’idea di libertà che, per l’elemento dinamico che implica la liberazione, è assolutamente diversa e nuova rispetto alla concezione greco-romana, che concepiva la libertà come status, la condizione di alcuni uomini, garantita da un regime politico e legittimata dalla loro natura diversa, che li rende “nati per essere liberi”, come spiegava Aristotele nella Politica. Anche per i Romani uno schiavo liberato era comunque di qualità diversa, un “liberto”.
Questa idea di libertà/liberazione ha esercitato un’influenza fondante sulla nostra civiltà, come ha ben mostrato Michael Walzer in Esodo e rivoluzione, un testo ormai classico, nel quale indica le tappe cruciali di un percorso che dal Pentateuco arriva ai teologi sudamericani della liberazione, passando per i commenti della Patristica, Dante e Savonarola e Cromwell, fino ai neri degli Stati Uniti, che hanno interpretato la loro emancipazione attraverso le parole dell’Esodo (M. Walzer, Exodus and Revolution, Basic Books, New York 1985, tr. it. Feltrinelli, Milano 1986).

Ma più che di rivoluzione gli autori della letteratura sulla Respublica Hebraeorum si occupano di ordinamenti politici, e quindi utilizzano l’Esodo all’interno di opere più generali, nelle quali l’attenzione non si incentra tanto sull’inizio del viaggio − l’uscita dall’Egitto − quanto soprattutto sull’arrivo del viaggio e la costruzione di una Respublica basata sull’adesione volontaristica al Patto fondante, cioè ad una scrittura “costituzionale” che in nome della legge divina limita il potere politico del re o di chiunque governi il popolo, “libero” perché obbedisce alla legge. Per questi autori era necessario ed urgente mostrare come il popolo di Israele si fosse non solo liberato dal giogo egiziano, ma avesse saputo darsi delle leggi, degli ordinamenti politici, giuridici e sociali capaci di dare libertà, ma anche stabilità al loro Stato (L. Campos Boralevi, L’Esodo come paradigma politico, in Viaggio e Politica, a cura di L. Campos Boralevi e S. Lagi, Firenze University Press, Firenze 2009).

L’Esodo è un “viaggio senza ritorno”si è detto. Ma nel testo biblico è sempre presente la minaccia di un ritorno, non fisico-spaziale, ma metaforico, e perciò morale, di un “ritorno all’Egitto”, cioè all’idolatria ed alla schiavitù, all’oppressione esercitata dal Faraone, il tiranno per antonomasia. Il ritorno all’Egitto è in agguato per chi non osservi le leggi, che disciplinano la vita civile e morale e che mantengono istituzioni capaci di limitare il potere politico dei governanti. È allo stabilimento di queste istituzioni e al funzionamento di queste leggi che guardarono i giuristi, i pensatori politici autori della letteratura sulla Respublica Hebraeorum, studiosi delle lingue antiche e quindi capaci di leggere anche la letteratura rabbinica e Maimonide, e di introdurre nel mondo moderno l’idea ebraica di libertà.

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