Gli ebrei, l’arte e l’Emancipazione

Amedeo Modigliani, Ritratto di Chaim Soutine, 1916. Olio su tela. Parigi, collezione privata.

Nonostante che non sia una contemporaneista (il mio campo prediletto è il Rinascimento), sono sempre stata incuriosita dal ruolo avuto dal mondo ebraico nell’arte dell’Otto e del Novecento, sia che ad esercitarla fossero pittori e scultori, sia collezionisti. In ambedue i casi percepivo una situazione quasi di antitesi alle mode contemporanee, una specie di ribellione anticonformista verso strutture imposte.

Memoria e anticonvenzionalismo confluirono anche nella capacità di mettere a frutto le esperienze odiose del passato, come il lavoro di cenciaioli e di stracciaroli, per apprezzare tessuti non più di moda, sia per farne arredi sinagogali, sia per essere oggetti di collezione. È il caso di Giulio Franchetti che donò al Museo Nazionale del Bargello tutti i frammenti raccolti nel corso degli anni, un collezionismo niente affatto di secondo piano, colto, capace di valorizzare quelli che in passato erano considerati veri e propri capolavori d’arte. Nella reazione che si manifestò a partire dall’inizio dell’Ottocento alla produzione industriale questi diventavano veri e propri simboli di un mondo, il Medioevo e il Rinascimento, in cui si individuava una società perfetta. È solo con l’Emancipazione che gli ebrei si liberarono dall’ultima remora ad esprimersi secondo un linguaggio figurativo. Livorno, da sempre priva di ghetto e dove gli ebrei erano vissuti liberi, produsse nomi illustri nel campo della pittura che non esitarono ad unirsi ai movimenti d’avanguardia, da un lato, e dall’altro a collezionare opere di artisti non tradizionali. Le splendide mostre “Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti. La collezione Netter”, svoltasi a Milano e a Roma, poi riadattata in quella livornese dal titolo “Modigliani e l’avventura di Montparnasse. Capolavori dalle collezioni Netter e Alexandre”, ambedue curate da Marc Restellini, sono uno spaccato straordinario di questo momento così fecondo per l’arte occidentale. Molti artisti italiani, comprese alcune donne, anche di buona famiglia, si recarono a Parigi per conoscere ciò che si stava rielaborando in quella incredibile fucina di stili e di idee. Le reti familiari sparse ovunque, che avevano spesso radici nel mondo mediterraneo, negli Stati Uniti o nell’Europa dell’Est, avevano reso la cultura artistica ebraica estremamente variegata e niente affatto stereotipata. La possibilità di poter finalmente viaggiare li aveva messi in contatto con le avanguardie nelle maggiori capitali europee, dove si erano potuti confrontare con un’arte non soggetta ai conformismi di una modesta espressione purista o accademica. Inoltre la mancanza di un retroterra accademico aveva permesso agli artisti di sondare forme espressive estremamente originali, aderendo senza esitazione ai movimenti di avanguardia. Artisti di ogni provenienza, spesso diseredati e privi di ogni sostentamento, giunsero a Parigi, allora capitale dell’arte, e, anche se non trovarono fama nell’immediato, si nutrirono vicendevolmente della reciproca esperienza.
A parte i cataloghi delle mostre citate più sopra, ma che aprono pochi spazi all’arte italiana, alcuni testi usciti negli ultimi tempi sono stati fondamentali per comprendere questi fenomeni che qui è impossibile approfondire. Pionieristico è stato il saggio di Emily Brown, “Dal Risorgimento alla Resistenza: cent’anni di artisti ebrei in Italia”, in I Tal Ya’. Duemila anni di arte e vita ebraica in Italia del 1989 (il catalogo è la traduzione del catalogo della mostra Gardens and Ghettos svoltasi l’anno prima a New York), a cura di Vivian B. Mann, mentre più ampio è il libro di Elena Casotto, Pittori ebrei in Italia. 1800-1938 del 2008.

Ultimamente Luisa Levi D’Ancona ha tirato le fila in un corposo articolo dal titolo “Italian-Jewish Patrons of Modern Art in Nineteenth- and Twentieth-Century Italy”, pubblicato sulla rivista Ars Judaica, che approfondisce tra le altre la figura del collezionista Gustavo Sforni, colui che aveva raccolto e valorizzato in Italia le opere di Cezanne. Tuttavia molto altro è stato scritto ed è stato indagato. Anche il catalogo dei dipinti di pittori accademici, macchiaioli e post-macchiaioli della collezione Ambron alla Galleria d’arte moderna di Firenze, pubblicato a cura della Fondazione Ambron (il secondo volume sul Novecento vedrà la luce entro quest’anno), è un’ottima traccia per comprendere questo fenomeno.

L’argomento è vasto e altre ricerche sarebbero necessarie sia sul collezionismo, sia sul mecenatismo. Già dalla seconda metà dell’Ottocento stava cambiando la committenza ebraica, che, non soggetta a modelli preconcetti, era stata capace di accogliere le novità dei loro correligionari (Jonas Netter e Paul Alexander erano ebrei, tanto per fare un esempio), e queste scelte non possono essere imputate semplicemente al fatto che i dipinti di questi artisti niente affatto famosi costavano assai meno, come talvolta si legge. Una sorta di implicita ribellione è quella che permea questi anni così vivaci e ricchi. Manca nei dipinti (salvo nel Corcos del dopo conversione) ogni richiamo ai dettami tradizionali, cercando di restituire, soprattutto nei ritratti, il carattere più trasgressivo dei personaggi, piuttosto che la loro quotidianità. Infatti le famiglie, spesso benestanti, in una sorta di rivalsa verso le limitazioni che gli ebrei avevano subito, spingevano i propri figli a intraprendere professioni ritenute consone al nuovo ruolo che essi avevano nella società contemporanea; l’indipendenza economica, così raggiunta, permetteva loro di esprimere la propria arte senza essere condizionati da esigenze di mercato o di pura sopravvivenza economica. Lo stesso Carlo Levi si laureò in Medicina ma si dedicò ben presto alla pittura e all’attività politica, aspetti quasi sovrapponibili, secondo la sua visione, perché in ambedue i casi erano espressione di libertà in antitesi con la retorica dell’arte ufficiale del regime fascista.
L’unica remora che restava inattaccabile era quella di realizzare opere di scultura a tutto tondo, tabù che fu infranto solo all’inizio del Novecento, quando si era trasformata in senso laico la società ebraica, meno condizionata dalle regole prescritte dalla religione. Amedeo Modigliani, Arrigo Minerbi, Dario Viterbo sono alcuni degli esempi più significativi.

Negli ultimi anni, sulla scia del mondo anglosassone (spesso fuorviante, a mio parere) è stata portata l’attenzione sul mondo femminile ebraico, certo da non trascurare, vista l’educazione e la libertà che vivevano le donne in maggior misura rispetto al mondo cattolico. È nata così la mostra “Artiste del Novecento tra visione e identità ebraica”, evidentemente incompleta, ma ugualmente importante; uno sguardo su una categoria che non lavorava solo per diletto “domestico”, ma conosceva i movimenti artistici contemporanei e vi aderiva con competenza e convinzione. Il contemporaneo movimento di emancipazione delle donne, divenuto più solido dopo la Prima guerra mondiale quando le donne dovettero sostituire gli uomini al fronte in attività considerate di pretto dominio maschile, ha influito enormemente in questa direzione. La Seconda guerra mondiale, con tutto quello che ha portato, ha rappresentato forse una sconfitta e una rinuncia a proiettarsi nel futuro, anche se nuove forze si sono rivolte verso altre forme d’arte, forse più attuali e complesse, come il design e l’architettura, ma abbandonando, almeno in parte, le forme d’arte più tradizionali.

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